Recensione Metal Gear Solid Master Collection: Volume 2
di: Simone CantiniSi dice che il colpevole torni sempre sul luogo del delitto, e Konami almeno in questo caso pare proprio incarnare a dovere un simile stereotipo. In fondo non ero stato morbidissimo già la scorsa volta, e credo che gli entusiasmi saranno moderati anche in questo caso, ma d’altro canto quando operazioni del genere hanno l’aspetto di meri compitini, è davvero dura stappare lo champagne. Ecco, questa potrebbe già essere la sintesi di Metal Gear Solid Master Collection: Volume 2, che se almeno a livello puramente contenutistico riesce a superare, un poco, il suo predecessore, dall’altro rimane la solita pigra rimasterizzazione di roba già giocata. Però, ne sono sicuro, ai fan incalliti interesserà poco, vista la presenza di quel quarto capitolo della serie, rimasto sino ad oggi confinato negli angusti e remoti confini di PS3. Certo, se ci si contenta di così poco, va bene tutto…
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Maledette sigarette!
No, in Metal Gear Solid Master Collection: Volume 2 non troveremo l’abbondanza di titoli, per quanto in parte alquanto minimali, che ha accompagnato il lancio della precedente raccolta. Stavolta, ad attenderci una volta avviato il tutto, troveremo solo un trittico di produzioni ludiche ad affiancare la solita mole di contenuti accessori. La trimurti in questione vede abbinata al pezzo da 90 Metal Gear Solid 4: Guns of the Patriots, l’ottimo titolo PSP Metal Gear Solid: Peace Walker, oltre al bizzarro spin-off per GameBoy Color Metal Gear: Ghost Babel. A dispetto del quantitativo ridotto di materiale giocabile, va comunque riconosciuto il valore di quanto presente, capace di garantire un monte ore di intrattenimento davvero elevato, oltre che di qualità. Su questo, visti i nomi che è possibile, leggere, era comunque impossibile avere dubbi, dato che parliamo di una delle serie più iconiche del mondo dei videogiochi.
Come detto in apertura, il pezzo forte di Metal Gear Solid Master Collection: Volume 2 non può che essere Guns of the Patriots, uno dei giochi iconici del periodo PS3, pur essendo estremamente controverso e a tratti davvero autoreferenziale per Kojima-san. Parliamo comunque di un titolo mastodontico per il periodo, seppur da molti accusato di avere un pessimo bilanciamento tra velleità registiche del designer nipponico e sequenze puramente giocabili. Difficile, in tal senso, scordare le polemiche nate attorno ad una delle cinematiche più lunghe del medium, rea di spezzare in maniera troppo marcata la linea che separa il gioco dal film. Eppure, al netto di tutto ciò, quello che resta è un prodotto godibile ancora oggi, che merita senza dubbio di essere goduto, per la prima volta, anche da chi non scelse di accompagnare il tumultuoso viaggio della terza console Sony. E che rimane uno dei manifesti della potenza che la compagnia giapponese aveva all’interno del settore videoludico, con quella capacità di assicurarsi esclusive di peso che pare oggi un lontano ricordo (sebbene il mercato sia profondamente cambiato).
Una spia in tasca
E tale spavalderia commerciale emerge anche quando posiamo gli occhi su Peace Walker, titolo fatto e finito per PSP, che se analizzato con attenzione evidenzia proprio quanto scritto poco sopra, oltre a ricordarci cosa fosse il primo excursus di Sony nel blindato mercato portatile. L’avventura sudamericana di Snake e compagni, difatti, per quanto più compressa, non sfigura affatto al cospetto dei fratelli maggiori. Si tratta del più maturo e completo viaggio portatile della saga, capace di annullare virtualmente quella distanza che si percepiva tra esperienze handheld e home. Oltre che l’ennesima prova di forza della compagnia, che ancora una volta era riuscita far sviluppare una best seller per una console che oramai (2010) non aveva più niente da dimostrare. Certo, l’ho scritto già che erano altri tempi, visto che sarebbe impensabile oggi avere un GTA Chinatown Wars in esclusiva, per di più portatile, ma ogni tanto è utile ricordare il passato. E poi non scordiamoci dell’importanza che il gioco ha nei confronti di un certo Phantom Pain. Ma questa è un’altra storia…
Ed è sempre tenendo a mente un simile concetto che si giunge a Ghost Babel, che pur spin-off datato 2000, non può che ribadire quanto Nintendo fosse in grado di rispondere al nascente potere del brand PlayStation. E qualche anno dopo sarebbe arrivato l’ottimo The Twins Snakes (che ancora resta imbrigliato su GameCube), ma già pensare un Metal Gears Solid per GameBoy Color aveva ed ha anche oggi dell’incredibile. Ed è forse proprio questo titolo a rappresentare, almeno per il sottoscritto, la vera chicca nascosta di Metal Gear Solid Master Collection: Volume 2, di sicuro un lavoro meno popolare e di facile reperimento come l’altra accoppiata. Oltre che un vero mostro di tecnica se si considera l’essenziale hardware su cui era chiamato a girare.
Ci bastan poche briciole, lo stretto indispensabile
Insomma, alla fine con Metal Gear Solid Master Collection: Volume 2 parliamo di 3 titoli di indubbio spessore, sia ludico che storico, ma l’operazione di Konami può essere giustificata solo da questo? Per quanto mi riguarda, seppur in maniera meno convinta della precedente collection, la risposta non può essere che no. I motivi principali sono sempre da ritrovare nel pigro lavoro di rimasterizzazione svolto che, soprattutto per il titolo PSP, mette in mostra sforzi davvero minimali: nel caso specifico, ci troviamo al cospetto della ripresa 1:1 del software presente nella vecchia HD Collection, come indicato ancora una volta nel menu principale del gioco. A mio avviso, si tratta di uno scivolone che dimostra la svogliatezza di Konami nel proporre la raccolta, conscia del fatto che i fan saranno disponibili a sborsare i 49,99 euro richiesti solo a leggere il nome sulla confezione. La considero una vera mancanza di rispetto nei confronti dell’utenza, capace di annullare in lampo tutto il buono che c’è dietro.
Ci sarebbe poi da parlare del modo in cui i filmati di intermezzo di Peace Walker si presentano, in bassa risoluzione e completamente sfocati rispetto al resto del titolo, che risulta indubbiamente più pulito e definito. Nulla da dire in merito a Ghost Babel e Guns of the Patriots, con quest’ultimo che si limita a proporre una veste grafica leggermente più rifinita rispetto al passato, frutto unicamente di una pulizia più percettibile, piuttosto che ad un ritocco vero e proprio della grafica. In definitiva parliamo unicamente di un semplice upscale, senza troppi fronzoli ad indorare la pillola. Per lo meno laddove era presente il multiplayer tutto è stato mantenuto così come era. A completare il quadretto, pertanto, ci pensano gli immancabili extra, che tra schede dei personaggi, sinossi, sceneggiature complete e molto altro, permetteranno ai fan di approfondire la conoscenza dell’intricato mondo tratteggiato da Hideo Kojima.
Metal Gear Solid Master Collection: Volume 2 è l’ennesima dimostrazione di quanto Konami stia vivendo di rendita quando si parla di Snake, affidandosi alla forza di un brand che continua a brillare nonostante tutto. I tre titoli inclusi restano opere di peso, capaci ancora oggi di raccontare un pezzo importante della storia del medium, ma l’involucro che li ospita è talmente svogliato da far rimpiangere persino gli standard già modesti del Volume 1. L’upscale pigro, le riprese 1:1 di materiali già riciclati, le cutscene sgranate e la totale assenza di un vero lavoro di valorizzazione tradiscono un approccio che punta più al nome sulla confezione che alla qualità dell’offerta. È un peccato, perché il materiale meriterebbe ben altro trattamento. Eppure, come spesso accade, saranno i fan più devoti a colmare le mancanze con l’affetto che li lega alla serie. Per tutti gli altri, permane l’impressione di un’occasione sprecata: un tributo che avrebbe potuto celebrare una saga leggendaria e che invece si limita a riproporla, senza convinzione, sperando che basti.