Recensione Manairons
di: Simone CantiniChi non ha mai sognato, almeno una volta, di avere a disposizione un piccolo aiutante, a cui rivolgersi ogni qual volta ci sia da svolgere un compito di cui proprio non vogliamo saperne? Personalmente avrei sempre desiderato un amico come Doraemon (certo, non proprio di dimensioni ridotte), vuoi per la sua innata simpatia ma, soprattutto, i magici contenuti del suo Gattapone, la tasca dalla quale è sempre pronto a tirare fuori il più stravagante dei chiusky. Stanti queste premesse, non avrei certo avuto da ridire se il robotico felino fosse stato sostituito da uno dei Manairons che danno il nome all’omonimo gioco, sempre pronti ad aiutare gli umani al bisogno. Ovviamente a patto che fossero ben disposti a fornire spontaneamente il loro aiuto, e non se forzati subdolamente come nel titolo firmato 3Cat.
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Lavorate, schiavi!
Una leggenda dei Pirenei ci racconta proprio dei Manairons, piccoli esserini simil a folletti sempre pronti a fornire il loro aiuto a chiunque abbia bisogno. Pensateli come versioni dalle orecchie a punta dei protagonisti di Arrietty, la pellicola diretta Hiromasa Yonebayashi ispirata ai racconti della scrittrice britannica Mary Norton. Il problema delle creaturine in questione, nel caso del titolo realizzato dagli iberici ragazzi di 3Cat, è che vengono risvegliati dal loro sonno dal perfido Llorenç, un avido individuo che li recluta forzatamente per sfruttarne l’instancabile forza lavoro. Così facendo, il pacifico e operoso villaggio in cui vive, finisce con il trasformarsi in un luogo oscuro, i cui abitanti hanno finito per divenire spietate macchine dedite unicamente alla fatica.
Spetterà al piccolo (o piccola, a seconda di quello che decideremo una volta iniziata l’avventura) Manairon chiamato Nai sventare questa diabolica minaccia, dopo essere stato risvegliato da una enigmatica strega. Per farlo dovrà sconfiggere gli sgherri di Llorenç, attraversando un sparuto numero di livello, ovviamente presi d’assalto dai suoi simili soggiogati. Una fiaba dai toni cupi quella alla base di Manairons, non certo molto complessa nella sua struttura, ma efficace e ben narrata, visto anche il modo con cui ci mette in contatto con un folklore non certo molto popolare dalle nostre parti. Un racconto che si esaurirà in circa 4-5 ore, a seconda della nostra volontà di recuperare tutti i collezionabili ben nascosti nei vari livelli, e che rappresenta un valore congruo alla portata e al costo della produzione 3Cat (parliamo di circa 20 Euro in promozione).
Musica, maestro!
La struttura ludica di Manairons è quella di un classico platform 3D a scorrimento laterale, con telecamera fissa, con livelli che alterneranno fasi puramente a base di salti e arrampicate a piccoli enigmi ambientali. Questi ultimi rappresentano l’elemento caratteristico della produzione, dato che la loro risoluzione sarà legata ad una peculiare meccanica che vede protagonista il flauto di Nai: in determinati punti degli stage, sarà possibile suonare delle particolari melodie, sbloccabili procedendo nel gioco, ognuna dotata di effetti unici e peculiari. Premendo la giusta combinazione di tasti (sempre accessibile qualora la memoria vacillasse), potremo far comparire percorsi altrimenti invisibili, spostare pesantissimi oggetti, accendere meccanismi fuori portata ed altro che non vi anticipo.
In piccolo, simile caratteristica ricorda un po’ il Link visto in Ocarina of Time, sebbene la portata del tutto sia ovviamente ridotta rispetto al classico Nintendo. Nonostante tutto, è in questa feature musicale che Manairons ha riposto la maggior parte delle proprie intuizioni che, tutto sommato, sono risultate convincenti al punto giusto: gli enigmi funzionano e pur non rappresentando una sfida impossibile, riescono a spezzare con efficacia un flow platform/action invero abbastanza monocorde. Per quanto i livelli siano ben costruiti, con tanto di percorsi segreti in cui rinvenire i citati collezionabili, la natura salterina di Nai non è certo impeccabile, complice una camera fissa che non rende sempre ben calibrabile la portata dei balzi. Le stesse interazioni legate alle arrampicate lungo particolari superfici, non sono sempre puntualissime e precise, causando in determinati frangenti un pizzico di frustrazione.
Colpi a vuoto
La situazione non migliora in occasione dei combattimenti con in Manairons ostili che popolano i livelli, a causa di un combat system assai basilare, che presenta qualche imprecisione nelle hitbox e nel feedback dei colpi inferti. Non si tratta di problemi insormontabili, dato che comunque parliamo di un titolo dalla difficoltà tutt’altro che proibitiva, ma è evidente con un lavoro di pulizia ulteriore non avrebbe guastato. A risollevare le sorti dei momenti più frenetici del titolo, ci pensano i simpaticissimi e ispirati boss, anche essi non troppo complessi in quanto a meccaniche, ma sempre divertenti da affrontare, complice anche la loro azzeccatissima caratterizzazione.
Sul fronte tecnico, data l’esigua grandezza del team di sviluppo, non si registrano particolari scossoni, a partire dal comparto grafico non proprio all’ultimo grido. Va comunque riconosciuta la bontà di una direzione artistica azzeccata, che ben si sposa con i contorni fiabeschi del contesto narrativo, e che trova la sua più riuscita manifestazione nella resa delle proporzioni enormi degli oggetti che popolano gli stage in cui Nai si avventurerà. Carino il comparto sonoro, che vanta delle musichette molto orecchiabili e anche esse ben amalgamate all’atmosfera generale, mentre spiace constatare l’assenza della localizzazione testuale nella nostra lingua: non certo un peccato mortale vista la tipologia di gioco, ma dato che il tutto sembra più indicato ad una platea di giovanissimi non può che dispiacere.

Manairons è un piccolo racconto interattivo che vive soprattutto della sua atmosfera: una fiaba scura, radicata in un immaginario poco esplorato, capace di evocare meraviglia anche quando inciampa nei limiti della sua struttura ludica. Le intuizioni legate al flauto di Nai funzionano, i boss strappano un sorriso e la direzione artistica riesce a dare personalità a un mondo altrimenti semplice. Le imprecisioni nei salti, nei combattimenti e nella resa tecnica non passano inosservate, ma non compromettono un’esperienza che, nel suo insieme, rimane piacevole e coerente con la portata del progetto. Un titolo modesto ma sincero, che sa farsi voler bene e che dimostra come anche le produzioni più piccole possano raccontare storie capaci di lasciare un segno.