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Recensione Mafia: Terra Madre

di: Luca Saati

Adattarsi e, allo stesso tempo, restare fedeli a sé stessi in un mercato videoludico in continuo mutamento non è affatto semplice. Probabilmente, la serie Mafia è il simbolo perfetto di questa difficoltà. Il primo capitolo, uscito nel lontano 2002 su PC e due anni dopo su console, fu una delle grandi sorprese di inizio millennio. Otto anni più tardi arrivò un ottimo secondo capitolo, apprezzato per la sua narrativa intensa, ma criticato per la mancanza di attività secondarie in un open world sostanzialmente vuoto.

Nel 2016, Mafia III fu concepito per rispondere proprio a quelle critiche, finendo però per perdere l’identità tipica della serie. Ci volle il remake del primo capitolo, uscito nel 2020, per riportare il brand sui giusti binari.

Oggi è il turno di Mafia: Terra Madre (The Old Country per gli anglofoni), che si pone l’ambizioso compito di riportare la serie ai fasti di un tempo, puntando su una narrativa lineare e compatta. Una scelta che sfrutta il momento storico di questo medium, ormai saturo di open world inutilmente prolissi.

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Sicilia, 1904

Mafia: Terra Madre ci porta alle origini della saga non solo in termini di struttura di gioco, ma anche narrativi, ambientando il racconto agli inizi del ’900. Parliamo di un’epoca ben precedente agli eventi post–guerra del Vietnam di New Bordeaux in Mafia III, al dopo-guerra di Empire Bay in Mafia II e, addirittura, all’era del proibizionismo di Lost Heaven nel primo Mafia.

Data la sua natura di prequel, Mafia: Terra Madre rappresenta un perfetto punto di ingresso per i nuovi giocatori, senza però dimenticare i fan di lunga data. Si inserisce infatti con naturalezza nel canone, tra personaggi già noti e riferimenti a luoghi familiari come la già citata Empire Bay, a lungo sognata e desiderata dal protagonista come simbolo di un nuovo inizio, del sogno americano.

Siamo in Sicilia, nei primi del ’900, quando Cosa Nostra si fa sempre più largo nel tessuto sociale del Paese, mentre lo Stato a malapena tenta di contrastare il crimine organizzato. Enzo Favara è un minatore che, in tenera età, è stato venduto dal padre al signorotto locale per ripianare i debiti. Nel 1904, a seguito di una serie di eventi che non approfondirò qui, tenta la fuga da quella vita e finisce al servizio di Don Torrisi, coltivando la speranza di un futuro migliore.

Gli eventi coprono tre anni della vita di Enzo nella famiglia Torrisi, segnati da una sanguinosa guerra con la famiglia Spadaro — proprietaria, tra l’altro, della miniera in cui il protagonista era rinchiuso — e da un amore impossibile con la figlia del boss.

Nella sua dozzina di ore fino ai titoli di coda, Mafia: Terra Madre racconta l’epopea criminale di Enzo con il giusto ritmo: una prima parte che si prende il tempo necessario per introdurre il protagonista e i suoi comprimari, e una seconda che accelera bruscamente, mostrando tutte le conseguenze di una guerra tra famiglie, tra alleanze, tradimenti e complotti per sovvertire l’ordine costituito. Tuttavia, pur essendo ben narrata, la trama tende a risultare fin troppo prevedibile, privandosi di colpi di scena realmente incisivi.

Come i suoi predecessori, l’opera sviluppata da Hangar 13 non celebra il crimine, ma lo condanna con fermezza e sguardo critico, mostrando il lato peggiore della criminalità organizzata e i danni irreversibili che infligge al tessuto sociale. Una condanna che si riflette nella stessa Sicilia, terra splendida dai colori caldi ma attraversata da ombre profonde, con l’Etna sempre sullo sfondo a fare da metafora degli istinti più primordiali e distruttivi dell’uomo.

Un’avventura lineare

In termini di struttura ludica, Mafia: Terra Madre mette da parte le velleità open world del terzo capitolo per tornare sulla rotta tracciata dal remake del primo Mafia. Qui l’open world è ridotto all’essenziale, privo persino del ciclo giorno/notte e del meteo dinamico. Durante l’avventura, il gioco permette di esplorare la mappa solo in sporadici momenti, per poi aprirla completamente soltanto a fine storia, e unicamente per la raccolta di collezionabili — un’operazione che può aggiungere qualche ora extra al playthrough.

L’opera di Hangar 13 si configura quindi come un’avventura lineare, scandita da 15 capitoli che seguono binari ben definiti. Il gameplay non innova in nulla, ma resta solido e godibile dall’inizio alla fine. C’è un po’ di tutto: dagli scontri a fuoco con sistema di copertura, alle fasi di guida — sia a cavallo che a bordo di automobili — fino alle sezioni stealth in cui bisogna evitare di farsi scoprire. L’unico vero neo è l’intelligenza artificiale, fin troppo elementare e incapace di rappresentare una minaccia credibile, persino alla difficoltà massima.

A intervallare la storia ci sono anche una serie di boss fight strutturate come duelli con il coltello: scontri uno contro uno posizionati in momenti chiave. Qui è possibile concatenare attacchi leggeri e pesanti, rompere la guardia, parare o schivare. Purtroppo, questi momenti rappresentano la parte più debole del gioco, a causa di un sistema privo di reale profondità, che finisce presto per risultare ripetitivo e noioso. Anche le animazioni, goffe e poco fluide, contribuiscono a rendere i duelli poco piacevoli.

Infine, c’è spazio per una leggera personalizzazione di Enzo. Con il denaro raccolto nel gioco è possibile acquistare nuovi abiti e acconciature, oltre a una piccola selezione di armi — pistole, fucili e armi bianche — e mezzi di trasporto, siano essi automobili o cavalli. È presente anche un rosario, a cui è possibile applicare fino a quattro pietre, e un medaglione, entrambi in grado di fornire bonus passivi utili durante la campagna.

Sicilia bedda

Se, dal punto di vista strutturale, Mafia: Terra Madre ricorda più un videogioco dal budget di un doppia A, lo stesso non si può certo dire del comparto tecnico, che raggiunge tranquillamente il livello di un tripla A moderno. Il team di Hangar 13 si è avvalso della collaborazione degli sviluppatori siciliani di Stormind Games per ricreare un’ambientazione splendida e storicamente accurata: una piccola porzione di Sicilia caratterizzata da campagne rurali e piccoli villaggi che circondano il paesino di San Celeste, con sullo sfondo le montagne e il già citato Etna, che di tanto in tanto dà segni di vita con il suo fumo.

Allo stesso livello dell’ambientazione troviamo i personaggi, dotati di una modellazione poligonale eccellente, valorizzata soprattutto nelle numerose cutscene. La regia cinematografica e la recitazione degli attori sono di pregevole fattura. Da segnalare, in particolare, la presenza di un doppiaggio interamente in siciliano — che sostituisce del tutto quello in italiano — capace di creare un senso d’immedesimazione inedito per la serie. Il dialetto stretto mi ha persino spinto ad attivare i sottotitoli per non perdere le tante sfumature dei dialoghi.

Il comparto sonoro, in generale, è una vera delizia: le musiche d’accompagnamento sono sempre azzeccate e riescono a enfatizzare al meglio i momenti più emozionanti della storia.

Su console, Mafia: Terra Madre offre le consuete due opzioni grafiche: una orientata alla qualità e una alle prestazioni. Per la natura cinematografica dell’esperienza, ho preferito puntare sulla qualità, con 30 fps, sacrificando i 60 fps della modalità prestazioni. La scelta resta soggettiva, ma nel mio caso non ho mai riscontrato cali di fluidità.

Detto ciò, è impossibile non segnalare due problemi piuttosto inspiegabili nell’era dei velocissimi SSD, tanto pubblicizzati dai produttori hardware prima del lancio delle console attuali: caricamenti sorprendentemente lunghi e un fastidioso pop-in delle texture, presente sia durante il gameplay che nelle cutscene.

Sognando Empire Bay

Mafia: Terra Madre è il ritorno che la serie meritava: un’opera che rinuncia alle derive dispersive degli open world moderni per raccontare una storia solida, lineare e intensa. Il lavoro di ricostruzione storica, il carisma dei personaggi e l’ambientazione siciliana — resa con un’accuratezza rara — contribuiscono a creare un’esperienza coinvolgente e profondamente cinematografica.

Peccato per un gameplay fin troppo essenziale e poco innovativo, con alcuni elementi sottotono come i duelli col coltello e un’IA eccessivamente basilare. Certo, il fascino della narrativa e la cura tecnica rendono l’avventura di Enzo Favara un capitolo importante per la saga, ma non abbastanza da risollevare, come sperato, una serie che meriterebbe valori ben più alti.