Recensioni

Layers of Fear

di: Simone Cantini

Come si possono definire l’orrore e la paura? Quali sono le cause in grado di far emergere simili, sgradevoli, sensazioni? Spaventare e spaventarsi non è certo una scienza esatta, basata su canoni comuni a chiunque, dato che ognuno di noi cova al suo interno i propri personalissimi demoni. Proprio per questo motivo, in ambito gaming, le produzioni in grado di fare leva su simili istinti si suddividono nelle più disparate categorie, spaziando da coloro che preferiscono manifestare apertamente orripilanti presenze, ad altre che attuano un approccio per certi versi più subdolo, mettendo al centro della scena proprio quei tormenti interiori che, chi più chi meno, sono in grado di farci correre più di un brivido lungo la schiena. Ed è a quest’ultima squadra che appartiene la maggior parte dei lavori firmati Bloober Team, capaci di dare vita a quella fortunatissima serie che torna oggi alla ribalta grazie a Layers of Fear.

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Un nuovo punto di vista

Avevo già incrociato il pad con la straziante esistenza dell’Artista in occasione del lancio della versione VR del primo capitolo della serie partorita dal team polacco, rimanendo piacevolmente colpito da quell’atmosfera disturbata e decadente che ne aveva caratterizzato lo sviluppo. Capaci di dare vita ad un contesto malato e straniante, fatto di allucinazioni visive abili nel tradursi alla perfezione in cambi di prospettiva in senso puramente ludico, non stupisce che siano stati proprio loro ad essere scelti da Konami per replicare in maniera più moderna i tormenti del mio mai troppo amato James Sunderland. Che proprio con l’Artista in questione ha più punti in comune di quanto si possa pensare. Con Layers of Fear, però, lo studio non si è limitato (come con la release PSVR) a rispolverare il suo classico cavallo di battaglia, ma ha deciso di offrire una vera e propria chiusura di quel cerchio tracciato nel 2016, consegnandoci una raccolta in cui lo storico materiale già distribuito nel corso degli anni (in forma riveduta e corretta), si accompagna a nuove storie da raccontare. Un modo efficace per convincere chiunque ami l’orrore psicologico, sia vecchio che nuovo fan, ad immergersi in questo tormentato racconto, capace di abbracciare e distruggere più anime di quanto si pensi. Spazio, quindi, alle storie raccontate nel primo capitolo e relativo DLC Inheritance, oltre a quelle del secondo episodio che ha visto protagonista l’Attore ed il suo doloroso passato. A questi elementi, rivisitati in parte nelle meccaniche e nell’estetica, si aggiungono un capitolo dedicato alla moglie dell’Artista, capace di fornire il punto di vista definitivo su questa tragica storia familiare, oltre ad una storyline nuova di zecca con protagonista un lugubre faro ed una Scrittrice, che oltre a fungere da cornice narrativa generale, avrà anche il compito di ampliare la mitologia della saga, grazie ad un’avventura sì condensata, ma ricca di tensione e spunti interessanti. Si tratta, ovviamente, di due aggiunte non certo in grado di rivaleggiare in durata e consistenza con i capitoli principali, ma al di là di questo riescono a mettere in piedi situazioni intriganti e disturbanti come saga richiede, pur non discostandosi affatto da quell’anima da walking simulator che abbiamo imparato ad amare da quel lontano 2016.

Sotto il profilo puramente narrativo, pertanto, sono davvero poche le critiche che si possono muovere al pacchetto completo di Layers of Fear, con gli unici scricchiolii che si avvertono all’interno del secondo episodio. Questo, al di là dell’atmosfera e dello stile visivo adottato assolutamente convincente, tende ad avvilupparsi un po’ troppo su sé stesso, dilatandosi in maniera alquanto eccessiva e, a tratti, assai confusa, abusando in modo leggermente ridondante del suo gameplay, comunque assai minimale. Una situazione che, complice anche la suddivisione postuma in 3 distinti tronconi (di ovvia longevità differente), non si avverte nell’installazione originale. Ad essere comunque presente in ognuna delle declinazioni di Layers of Fear, è il gusto squisitamente allusivo della paura, capace di allontanarsi dall’esplicito abusato di tante produzioni, il tutto in favore di un mood più subdolo e sottile, fatto di suggestioni visive fortissime. E non a caso, come già detto, proprio per questo particolare stile, Konami ha pensato a loro per il tanto chiacchierato remake di Silent Hill 2, la cui influenza e palpabile in tantissime inquadrature del lavoro del team polacco.

Una camminata nella paura

Sì, Layers of Fear appartiene alla tanto bistrattata categoria dei walking simulator, pertanto non presenterà quasi nessuna scena al cardiopalma, veicolando la propria forza espressiva all’interno di un incedere assai cadenzato e lento. Pur presentando alcuni impercettibili bivi narrativi, che andranno ad influenzare i vari finali disponibili, la triplice avventura contenuta nel pacchetto si muoverà lungo binari ben definiti, in cui la progressione e l’esplorazione assai guidata dei vari ambienti la faranno da padroni. Il gioco, pur in presenza di qualche elementare enigma, giocherà tutte le proprie carte nel proporre un’esperienza che farà della scoperta e dell’atmosfera generale i suoi punti cardine. Girovagare in cerca di oggetti e scorci in grado di fare luce sul tormentato passato dei protagonisti del gioco, costituirà il focus principale del gameplay, in cui le minacce saranno ridotte all’osso, salvo particolari momenti mai troppo dilatati, in cui saremo braccati da un’oscura e letale minaccia. Un pericolo che, per assurdo, non ricoprirà mai quel ruolo di orribile spauracchio caro a tante produzioni horror, data la sostanziale assenza del game over, ma anche per la natura stessa del gioco che, proprio in occasione di simili momenti di manifesta esposizione, finisce per perdere la propria potenza orrorifica. Sarà in questi frangenti che tornerà utile una delle aggiunte apportate al pacchetto originale, ovvero la presenza di una lanterna/torcia che, oltre a facilitare l’incedere nei momenti di calma, servirà per immobilizzare temporaneamente tale minaccia. È comunque evidente come non sia questo gioco gatto/topo il focus dell’esperienza, che ad eccezione di un paio di situazioni un po’ stiracchiate, limiterà simili sezioni a brevi e sporadici istanti, preferendo spingere forte sulla ricerca interna di fantasmi ed orrori, di cui l’ambiente che attraverseremo non sarà altro che la tangibile ed esplicita manifestazione.

Il piacere della citazione

Lo stile espressionistico adottato, richiamato anche da citazioni interne al gioco stesso, trova il suo sfogo all’interno di un’estetica di primissimo livello, in cui nulla sembra essere lasciato al caso e che, ad un esame più attento, risulta la più convincente e riuscita manifestazione dei tormenti fisici e psicologici che caratterizzano le vicende dell’Artista e della sua famiglia. È soprattutto Layers of Fear 2, però, a presentare la più riuscita espressione di questa contaminazione, grazie ad una serie si situazioni ed immagini dall’impatto estetico debordante, capaci di amplificare la connotazione attoriale e registica della cornice narrativa all’interno del quale si muove il nostro protagonista. E sarà proprio il mondo del cinema ad invadere con prepotenza questo caleidoscopio di ricordi e traumi, e lo farà per mezzo di esplicite citazioni a pellicole ed autori, con Metropolis di Fritz Lang attorno a cui è modellata una porzione dell’avventura, oppure Shining di Kubrick, omaggiato in due distinte sezioni in maniera tanto evidente quanto calzante. Si tratta di una cifra stilistica che esce rafforzata dal lavoro di riscrittura visiva operato dai ragazzi di Bloober Team che, grazie anche all’apporto fornito dall’Unreal Engine 5, sono riusciti a rendere ancora più cupe e disturbanti le atmosfere del gioco. L’impiego del nuovo motore di casa Epic, inoltre, è servito a migliorare anche l’effettistica generale, forte di un utilizzo eccellente di particellari e delle fonti luminose, in grado di creare contrasti tra luce ed oscurità opprimenti e terrificanti al punto giusto. E nonostante la presenza delle due canoniche modalità di visualizzazione (framerate e qualità), data la natura assai compassata dell’esperienza, mi sento in dovere di consigliare il preset che premia la grafica che, oltre ad una maggiore definizione dell’immagine, può beneficiare del raytracing che, in virtù della presenza di numerose superfici riflettenti, contribuisce a rendere assai più palpabile la tensione che si respira ad ogni passo. In assenza di esplicite manifestazioni mostruose, logico aspettarsi come sia il sonoro a rivestire un ruolo di spicco nell’economia ludica generale, ed in tal senso Layers of Fear non tradisce assolutamente simili aspettative. L’esperienza sonora restituita, difatti, è di assoluto spessore, forte di un mix assai convincente e di una qualità delle varie fonti sonore davvero pregevole. Il tutto, poi, è dosato e bilanciato con un equilibrio invidiabile, situazione in grado di rendere smaccatamente più percepibile ed avvolgente il senso di oppressione che permea le storie narrate. Inutile dire, alla luce di tutto quanto, come la natura binaurale del tutto si sposi alla perfezione con la giusta atmosfera, che si traduce nel giocare con un buon paio di cuffie in dotazione, naturalmente e rigorosamente al buio.

Con Layers of Fear, i ragazzi di Bloober Team hanno realizzato un’opera in grado di celebrare a dovere il proprio pedigree, consegnandoci la versione riveduta e corretta della loro saga di punta. Non risparmiandoci anche qualche piacevolissima e ben confezionata new entry. La nuova cornice narrativa, all’interno della quale si sviluppano le storie che erano già riuscite a terrorizzarci durante gli ultimi anni, ha anche il pregio di ampliare con successo la mitologia tracciata a partire dal 2016. E lo fa per mezzo di una storyline nuova di zecca che, per quanto condensata, contiene al suo interno tutti gli elementi che avevano contribuito, sin dal principio, al successo del franchise. Unite il tutto al capitolo conclusivo dell’avventura dell’Artista, ad un comparto grafico rinnovato per l’occasione e ad un audio sempre al top, ed ecco che avrete tra le mani un pacchetto capace di fare la felicità di chi adora le esperienze horror di stampo psicologico. Naturalmente, trattandosi di una semplice riedizione, per quanto riveduta e corretta, chi non ha mai apprezzato il gameplay compassato e l’atmosfera allusiva, difficilmente si troverà a cambiare idea. Tutti gli altri, invece, possono procedere senza indugio all’acquisto.