
Recensione Karma: The Dark World
di: Simone CantiniL’orrore ha molte forme, capaci di spaziare dal marcatamente manifesto all’evanescente fuggevolezza del sottinteso. E tutto, se ben calibrato, riesce a spaventare, sia che al centro dei sussulti ci sia un oggetto, una persona, un luogo. O anche un regime politico, come la storia ci ha tristemente insegnato durante lo scorrere inesorabile del tempo. Ed è questo, sebbene in parte nell’economia generale della narrazione, il caso di Karma: The Dark World, che nel suo svolgersi lungo due distinte linee temporali, non lesina di torturare la psiche del giocatore proprio grazie ad abomini politici, contaminati da allucinazioni e creature che sembrano albergare nella mente del protagonista. Ma sarà realmente così?

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Niente fratelli, solo una madre
No, non è un caso che le vicende di Karma: The Dark World prendano il via nel 1984, visto il modo in cui il mondo di gioco tratteggiato dal team cinese Pollard Studio ha a che spartire con il capolavoro orwelliano. E sebbene non ci si trovi nell’Inghilterra del romanzo in questione, bensì in una versione distopica della Germania dell’Est, le similitudini con quanto tratteggiato dallo scrittore britannico sono molteplici. Non c’è un Grande Fratello a controllare ogni cosa, bensì una non meglio identificata entità nota come Madre che, al servizio della Leviathan Corporation, ha comunque il compito di vegliare amorevolmente, ed incessantemente, sulla vita dei cittadini.

È in questo contesto che prenderemo il controllo di Daniel McGovern, un agente al soldo della Leviathan e in grado di entrare nella mente dei sospettati di un crimine, così da scandagliarne pensieri e ricordi. Tutto inizia con quella che sembra essere una semplice accusa di furto, ma che in breve tempo finirà per assumere contorni ben più complessi e sfaccettati. In bilico tra allucinazioni e verità, prigioniero di un mondo distorto in grado di mettere in dubbio l’essenza stessa della realtà, Daniel finirà intrappolato in una vicenda che lo porterà in più di un frangente a dubitare di sé stesso e del mondo in cui ha sempre creduto.

In circa 5 ore di durata, Karma: The Dark World riesce a tratteggiare un regime totalitario tristemente credibile e plausibile, in cui ogni azione e sentimento è soggiogato al volere della Leviathan, ultima custode e proprietaria dell’esistenza dei suoi cittadini. Il mondo in cui Daniel si trova a vacillare a più riprese è cupo e spietato, un luogo in cui non pare esserci il benchè minimo barlume di speranza. Orrori reali che si accompagnano alla paura dell’ignoto, di ciò che si annida nella mente delle persone, incapaci anche solo di poter sognare liberamente un’esistenza migliore. Mettendo sul piatto politica e tecnologia, con l’horror più classico relegato ad alcuni piccoli frammenti ludico/narrativi, l’intreccio creato dal team tiene ben salda l’attenzione del giocatore, salvo perdere in parte la rotta nelle battute finali, avviluppandosi in modo marcato su sé stesso, fino a giungere ad una conclusione sin troppo caotica ed inutilmente cervellotica. Peccato, perché il setting e la scrittura funzionano in modo assai intrigante per essere un titolo di debutto.

Chi controlla il controllore?
Sul fronte ludico, Karma: The Dark World pesca a piene mani dal mondo delle avventure narrative, alternando esplorazione a piccoli enigmi (molto interessanti quelli opzionali, legati al reperimento di alcuni collezionabili). Il ritmo di gioco risulta essere molto buono, con la citata eccezione delle battute finali, in cui si perde davvero un po’ troppo in chiacchiere, ma nei momenti in cui l’amalgama è ben coeso, l’esperienza si lascia apprezzare a dovere. Si potrebbe obiettare in merito ad una certa farraginosità del sistema di interazione con l’ambiente, inutilmente ridondante nel suo set di controlli, ma una volta familiarizzato con lo scherma pensato da Pollard si prosegue senza intoppi. A mancare, però, è il guizzo in grado di far emergere Karma: The Dark World dalla schiera di produzioni analoghe, dato che sul fronte della pura struttura di gioco non si registrano scossoni, anzi, tutto scorre in maniera sin troppo lineare e prevedibile.

A colpire nel segno senza riserve, però, è l’aspetto puramente visivo della produzione cinese, che in quanto a messa in scena denota una maturità sicuramente apprezzabile. Le trovate visive sono assolutamente di spessore, a partire dal modo in cui sono caratterizzati i personaggi di contorno che popolano il mondo di gioco, con le teste incassate in enormi televisori a tubo catodico, quasi come se fossero degli automi privi di personalità. Palesi ed evidenti sono anche le numerose fonti di ispirazioni esterne, che hanno nella psichedelia di David Lynch uno degli elementi di spicco, con tanto di scene che omaggiano in maniera marcata i lavori del cineasta recentemente scomparso. Non mancano anche lumi più vicine al gaming, con tratti che non possono che ricordare le folli visioni di kojimiana memoria. Limitarsi al gioco citazionistico, però, sarebbe ingiusto nei confronti dei ragazzi di Pollard, che facendo tesoro di un simile elenco di elementi, sono comunque riusciti a dare vita ad un quadro fortemente personale.

E per rendere a dovere questo oscuro universo, il team ha deciso di appoggiarsi ad Unreal Engine 5, che pur con i limiti di un budget non certo sontuoso, è riuscito ad impreziosire a dovere ciò che si muove sullo schermo. Molto buoni gli effetti particellari e luminosi, così come la modellazione dei personaggi principali, dotati anche di una buonissima recitazione virtuale. Tra luci ed ombre, invece, la realizzazione generale degli ambienti, che alterna elementi più riusciti ad alti più banali. Ottimo il comparto sonoro che sfrutta il Dolby Atmos, e che può vantare un voice over in inglese convincente ed una soundtrack azzeccata e disturbante al punto giusto.

Buona la prima per Pollard Studio? Beh, visti i risultati portati a casa da Karma: The Dark World, possiamo dire di sì. L’avventura di Daniel, difatti, riesce a colpire nel segno grazie ad una scrittura interessante e ad un mondo di gioco affascinante nella sua cupa oppressività. Ad una storia che convince ed appassiona, salvo perdersi un po’ troppo verso i titoli di coda, si accompagna un gameplay forse un po’ troppo essenziale e prevedibile, ma che pur non stupendo per costruzione riesce ad assecondare il flow della progressione. Sicuramente d’impatto a livello visivo e di regia, il debutto dello studio cinese paga lo scotto di un pizzico di inesperienza, ma le basi gettate lasciano ben sperare per ciò che verrà in futuro.