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Recensione Hirogami

di: Simone Cantini

Chi più chi meno, magari realizzando una complessa gru o anche uno sbilenco aeroplanino che proprio non ne voleva sapere di volare, almeno una volta nella vita ognuno di noi si sarà cimentato con gli origami. E proprio l’antica arte giapponese di piegatura della carta aveva già fatto la sua comparsa sul panorama videoludico grazie al delizioso Tearaway, capace di rendere giustizia a quell’hardware incompreso (e ingiustamente ignorato) che risponde al nome di PS Vita. Non occorre andare così indietro nel tempo, però, per essere accolti ancora volta da simili atmosfere, visto che solo poche settimane fa è stato reso disponibile l’interessante Hirogami, che pur non raggiungendo le vette creative del gioiellino firmato Media Molecule, offre comunque dei validi motivi per giustificare la sua presenza sul mercato.

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Volta la carta

Semplice e delicato come l’arte a cui si ispira, il racconto che fa da cornice a Hirogami non brilla certo per elucubrazioni costruttive altisonanti, ma si attesta sul minimo indispensabile per giustificare le azioni che si avvicenderanno sullo schermo. Protagonista della nostra storia è Hiro, un artista caduto in disgrazia a cui spetterà il gravoso compito di liberare il proprio villaggio dall’invasione di alcune misteriose creature digitali. Per farlo dovrà prima riappropriarsi dei suoi poteri, che gli consentono di assumere le forme più disparate e, di conseguenza, particolari poteri.

A dispetto di un incipit che lascia presagire un passato oscuro per il nostro eroe, la narrazione non ruba mai la scena, rimanendo funzionale e semplice cornice al gameplay vero e proprio. Non c’è niente di male in tutto ciò, visto che comunque parliamo di un action platform molto colorato, genere da sempre non certo portato alla ribalta da sceneggiature avvincenti e complesse. I meriti della produzione firmata Bandai Namco Studios Singapore, difatti, sono da ritrovare altrove, ovvero nella sua proposta squisitamente ludica che, per quanto molto classica e prevedibile, presenta comunque degli elementi assai interessanti.

L’arte di cambiare

Il gameplay di Hirogami, come già detto, è molto conservativo se circoscritto all’interno della cornice del proprio genere di riferimento e presenta una progressione tutto sommato molto lineare, con livelli che non si prestano assolutamente alla libera esplorazione. Certo, non mancano alcuni piccoli segreti da scoprire, a patto di avere sbloccato i poteri necessari, che però giocano un ruolo solo per i completisti incalliti, che non disdegnano un po’ di backtracking. Per il resto il design si presenta solido ma tutto sommato alquanto prevedibile, privo di particolari guizzi creativi in grado di far strabuzzare gli occhi. 

Laddove Hirogami si gioca le proprie carte, quindi, è relativamente ai poteri di Hiro che, proseguendo nell’avventura, potrà avere accesso a 4 differenti trasformazioni: armadillo, rana, scimmia e aereo. Le prime 3 saranno accessibili liberamente negli stage, mentre l’ultima sarà relegata a sezioni volanti in salsa shooter dedicate. Ciascuna delle forme animali conferirà al nostro artista dei poteri peculiari, che spazieranno dalla possibilità di rotolare del mammifero corazzato, ai salti più alti del batrace, passando per possibilità di arrampicarsi sulle liane del primate. Queste skill saranno necessarie per superare particolari sezioni e sarà possibile switchare tra le forme (comprese quella umana di Hiro) in maniera rapida e naturale. Ovviamente, come già detto, rivisitare livelli completati una volta ottenute le varie forme, ci permetterà di scovare tutti i segreti che Hirogami ha in sebo per noi, siano essi bozzetti, canzoni o potenziamenti per il nostro personaggio.

Nel complesso, pur non rivoluzionando la formula di base, il gioco firmato Bandai Namco Studios Singapore funziona e diverte, pur senza particolari scossoni: le sezioni squisitamente platform sono classiche ma ben strutturate, così come gli scontri con le varie creature che, pur non rappresentando ostacoli insormontabili, conferiscono al tutto un pizzico di brio in più.

Mondo delicato

Inutile sottolineare come sia l’aspetto estetico il principale elemento di spicco di Hirogami che, in maniera analoga a quanto visto nel citato Tearaway, costruisce il proprio immaginario attorno al mondo degli origami. Il colpo d’occhio garantito è sempre piacevole e molto accattivante, complice un design generale che, complice una direzione artistica ispirata, occupa con sicurezza lo schermo, pur in assenza di elementi tecnici debordanti. Anche il fronte sonoro gioca un ruolo importante, pur senza essere invasivo, accompagnando l’azione con sonorità squisitamente giapponesi che ben si amalgamano al contesto visivo generale. A completare il tutto ci pensa anche una buona traduzione in lingua italiana che, pur non essendo la componente testuale di importanza predominante, rende il tutto fruibile in maniera esaustiva anche a chi non mastica lingue differenti dalla nostra.

Hirogami è un titolo che non cerca di reinventare il genere platform, ma lo abbraccia con grazia e coerenza, offrendo un’esperienza visiva affascinante e un gameplay solido, seppur prevedibile. La sua forza risiede nella delicatezza dell’estetica origami e nella varietà delle trasformazioni, che riescono a dare ritmo e personalità all’avventura. Pur con qualche limite nel design e nella profondità narrativa, il gioco riesce a ritagliarsi uno spazio nel cuore di chi apprezza le esperienze artistiche e rilassanti. Non sarà un capolavoro, ma è una piccola gemma che merita attenzione.