God of War Collection - Recensione

Lo spartano Kratos torna di nuovo sulle console Sony. Questa volta è il turno di PS Vita, con la God of War Collection, una collezione dei primi due capitoli della saga. In altre parole: la potenza degli dei dell’Olimpo nei palmi delle mani. Ma potenza pura oppure ridotta, come gli schermi della console su cui gira?
Scopritelo con la recensione di Console-Tribe a cura di Giorgio “Nadim” Catania!

“Cantami, o Atena, dello spartano Kratos l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli dei.”
No, non è con questa frase che comincia l’epopea di Kratos, il dio della Guerra. Ma a pensarci bene, tali parole si addicono alla perfezione alle gesta dell’eroe spartano più famoso dell’universo PlayStation. Che senza remore ha portato morte e distruzione in tutta la Grecia e, successivamente, nell’Olimpo.
La sua è una storia così potente, così violenta, così tragica ma anche così emozionante che, dopo essere stata raccontata su PlayStation 2 ed essere stata riscritta per i possessori delle PlayStation 3, giunge infine sui lidi della PlayStation Vita. Con la God of War Collection, una collezione che riunisce in versione portatile il primo e il secondo capitolo di una delle saghe videoludiche di maggior successo degli ultimi anni.
Sarà degna questa ultima rimasterizzazione videoludica di essere giocata dai possessori della console portatile Sony?

Nato dal sangue

La storia alla base della God of War Collection probabilmente la conoscete già tutti voi. Kratos, leggendario eroe spartano, si trova costretto a viaggiare per la Grecia alla ricerca di un modo per cambiare il proprio destino. Oltre che per dimenticare il cruento passato impresso nella sua mente. Ecco quindi che questo pellegrinaggio, a metà strada tra la redenzione e la vendetta, si dimostra una perfetta “scusa” per mettere in campo ambientazioni spettacolari, nemici mitologici di grande impatto e titanici scontri con gli dei.
Insomma, sul fuoco c’è tanta carne, resa ancora più gustosa da un gameplay puramente action che all’epoca si rivelò rivoluzionario. E che verte sulla costante concatenazione di combo devastanti, a suon di fendenti di lame e magie donate al nostro eroe dagli stessi dei dell’Olimpo, tramite l’utilizzo tempestivo ma ragionato di tutti i tasti possibili.
Il risultato è un vortice senza tregua di azione ed esplorazione, frammentato di tanto in tanto da qualche enigma che costringe a riposare i pollici e a sforzare appena un po’ di più le nostre meningi.
Si potrebbe pensare che un sistema di gioco simile oggi possa risultare vetusto. Nulla di più sbagliato: sebbene l’età della produzione si faccia sentire in alcuni frangenti, bisogna ammettere che la formula di God of War funziona ancora alla grande ed è in grado di regalare ore e ore di divertimento. Massacrare a colpi di spada o con micidiali saette nemici grandi e grossi è tuttora divertente, così come lo è superare i cinematografici Quick Time Events – all’epoca ancora una novità per il settore – sparsi qui e là per finire i mostri più ostici. Dopotutto questa è la formula su cui sono stati eretti anche i più recenti God of War 3 e God of War: Ascension, questo dovrebbe far capire quindi come le meccaniche dei primi due episodi non siano poi così superate.

Le imperfezioni dell’antichità

Se quindi la God of War Collection da un punto di vista puramente ludico è in grado ancora oggi di reggere il confronto con le produzioni recenti, lo stesso non lo si può assolutamente dire riguardo al comparto tecnico. Specialmente nella versione portatile analizzata in questa recensione.
Sia chiaro: giocare il primo o il secondo God of War su PS Vita non è per nulla fastidioso per gli occhi. Il lavoro di rimasterizzazione ad un primo colpo d’occhio appare abbastanza buono, specie per le sessioni in-game – soprattutto se si considera che il capitolo originale ha addirittura nove anni sulle spalle. Ma se si analizzano le varie sessioni di combattimento con maggior attenzione si nota un framerate in certi casi troppo ballerino, nonché un livello di dettaglio minore di quanto sarebbe lecito aspettarsi.
Ciò che però infastidisce più di tutto è la bassa qualità dei filmati in CG e la riduzione del loro formato su schermo. Nulla per cui stracciarsi le vesti – o le toghe, o le tuniche, o quello che volete voi – ma vedere bande nere sullo schermo della PS Vita fa storcere non poco il naso. Anche perché ad accompagnare il tutto ci pensa un sonoro non sempre all’altezza: le musiche e il doppiaggio sono buoni, questo è vero, ma talvolta si sentono sbalzi d’audio non indifferenti, nonché dialoghi dalle voci quasi ovattate.
Se si pensa poi che l’aggiunta dei comandi touch non solo risulta pressoché superflua ma in più di un’occasione addirittura imprecisa, si intuisce come questa conversione sia stata fatta un po’ troppo frettolosamente.

Non ci sono più gli dei di una volta

La God of War Collection è un’ottima collezione di giochi, su questo non si deve dubitare. Ciò che però fa aggrottare la fronte è vederla su una console potente quanto laPS Vita in una forma tutt’altro che smagliante. Soprattutto considerando che esce in versione portatile con un ritardo non indifferente rispetto alla versione casalinga, ad un prezzo che risulta perfino maggiore.
Viene normale quindi porsi qualche domanda. Perché il lavoro di porting non è stato curato un po’ di più? Perché limitarsi ad una sorta di “copia e incolla”? Perché non sfruttare le potenzialità di PS Vita per proporre qualche soluzione di gameplay alternativa?
Difficilmente si riceverà qualche risposta soddisfacente a riguardo. Perciò il consiglio che si può dare è il seguente: se non avete ancora mai avuto modo di giocare ai primi due, storici episodi della saga di God of War e non avete altre console Sony in casa, fate subito vostra questa collezione per PS Vita. Nonostante i difetti saprà divertirvi parecchio.
Se però ne avete possibilità, optate per la collezione per PlayStation 3, che gode di una cura superiore a fronte di un costo addirittura inferiore. O, ancora meglio, se potete giocate i due titoli direttamente su una PlayStation 2. Così avrete modo di constatare voi stessi, con le opere originali, la bravura dei programmatori di Santa Monica. Alla faccia dell’innovazione.

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