Recensioni

Recensione Gnog

di: Simone Cantini

Sinceramente ignoravo l’esistenza dei Gnog, ma anche adesso che i nostri percorsi hanno finito per incrociarsi non mi è ancora ben chiara la loro natura. Chi sono? Da dove vengono? E soprattutto, perché? Beh, almeno a questa ultima ed angosciante domanda è possibile trovare agilmente una risposta dopo soli pochi minuti passati in loro compagnia, magari con indosso un PlayStation VR. Un valido ausilio se si vuole comprendere la loro curiosa natura, ma fortunatamente non è indispensabile, proprio come diceva un vecchio spot pubblicitario: non basta, ma aiuta.

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Tocca, premi, gira, prova, ascolta

Sono rimasto alquanto spiazzato non appena la creatura nata dalla partnership tra KO_OP e Double Fine mi si è presentata davanti. Effettivamente è passato un minuto buono, forse due, prima che riuscissi a capire bene cosa fare una volta giunto al cospetto di quella che aveva tutta l’aria di essere una buffa scatola. Forse stavo solo volando un po’ troppo alto, pensando a chissà quale astruso ragionamento fosse richiesto per accedere al suo bizzarro contenuto. Ma in fondo i Gnog sono belli per questo, per suggerirci velatamente di abbandonare simili convenzioni adulte e spingerci a tornare bambini, figli di una curiosità semplice e genuina, fatta di piccoli gesti dietro ai quali si sono sempre nascoste le più grandi delle conquiste. Toccare, premere, girare, sperimentare, ascoltare: basta fare propri questi cinque, elementari concetti per entrare in risonanza con i Gnog e finire per venire risucchiati all’interno del loro colorato e melodioso mondo. Difficile essere più precisi, a patto di non voler rovinare le sorprese che si celano dietro a questo strampalato puzzle game, in cui ogni scatola richiede la risoluzione di alcuni enigmi per poter essere aperta ed in seguito archiviata. Ed ognuna di esse cela un piccolo microcosmo fatto di regole che starà a noi decifrare al meglio, sia che si tratti di aiutare un ladro a rapinare gli ignari abitanti di uno scombinato condominio, oppure permettere ad un piccolo topolino di sbafarsi due succulente fette di formaggio, il tutto mentre attorno a noi mulina una placida tempesta di fiocchi di neve. La fisicità dei nostri gesti non sarà però l’unico strumento a nostra disposizione: non a caso tra i cinque sacri dogmi di ogni buon risolutore di Gnog ho citato il saper ascoltare. Ad accompagnarci nel nostro caleidoscopico viaggio, difatti, troveremo una colonna sonora sapientemente amalgamata all’interno del gameplay, capace di suggerirci, reagendo prontamente alle nostre azioni, la strada migliore da percorrere. E agire in simbiosi con la partitura costituirà un’ulteriore stimolo per giungere alla soluzione dell’enigma, dato che le nostre orecchie saranno titillate da un crescendo musicale sempre più strutturato, che finirà per tradursi in una melodia ancora più complessa una volta raggiunto l’obiettivo: una sorta di premio nel premio.

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Mamma, vedo gli unicorni rosa!

Rimanere impassibili al cospetto della tenera follia che regola il mondo dei Gnog può solo denotare una cronica aridità interiore. Colori, suoni, geometrie, ogni cosa sembra essere assurdamente al proprio posto qualunque sia lo strampalato universo che sceglieremo di decifrare. A stupire in positivo è l’eccellente resa visiva ottenuta se si sceglie di immergersi in questo delirio tramite il PlayStation VR, che pur non variando in maniera tangibile la sostanza ludica, è capace di garantire un’immedesimazione dall’impatto assai marcato. La profondità e l’effettistica ipnotica assumono nuove sfumature che, se abbinate ad un buon paio di cuffie, permettono di lasciarsi trasportare in maniera più serrata dall’ammaliante colonna sonora realizzata da Marskye. La pulizia generale, inoltre, sembra quasi volersi prendere gioco dei limiti computazionali della periferica, restituendo una scena priva di aliasing e fastidiose sfocature. Certo, tutto quanto può essere goduto anche se sprovvisti dell’alienante caschetto, ma chi può essere tanto sciocco da voler percorrere il più affascinante dei viaggi a bordo di una scassata utilitaria, quando ha a disposizione una comoda carrozza? Rigorosamente trainata da buffissimi pesci volanti.

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Il bello dei Gnog sono i Gnog. Punto. A patto di amare le cose favolosamente fuori di testa e aliene dagli schemi tradizionali. Ogni Gnog non è solo un enigma da decifrare, ma un viaggio sinestetico di pregevolissima fattura, forse troppo breve in certe circostanze (a patto di carpirne al volo la chiave di lettura), ma degno di essere vissuto e ricordato con estremo piacere. È solo che avremmo voluto poter trascorre molto più tempo immersi in questo universo fatto di forme stilizzate e colori ultra vivaci, perché chi lo ha detto che un bel gioco deve durare, per forza di cose, poco?