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Recensione Fear Effect

di: Francesco Pellizzari

Negli ultimi anni il mercato videoludico sembra vivere un paradosso temporale: più andiamo avanti e più guardiamo indietro. Remastered, remake, reboot… le riedizioni spuntano come funghi dopo la pioggia, rispolverando titoli del passato per riportarli alla luce con grafica lucidata e qualche ritocchino. Una tendenza che fa sorridere, perché sotto certi aspetti ricorda quella “nostalgia canaglia” cantata da Al Bano e Romina Power: un sentimento dolce e un po’ furbetto, capace di farci aprire il portafogli ricordandoci quanto eravamo felici davanti a un tubo catodico negli anni ’90 o 2000. È così che vecchie glorie (e non solo), tornano a nuova vita e le software house approfittano dell’occasione per offrirci un viaggio nel tempo che, ammettiamolo, ha ottenuto risultati altalenanti. Ed è così che ci troviamo ad analizzare Fear Effect, il ritorno di un cult tra noir, cyberpunk e fantasmi del passato. Pubblicato originariamente nel 2000 su PlayStation, il titolo di Kronos Digital Entertainment fece parlare di sé per il suo audace stile visivo e per un approccio narrativo inusuale. Oggi, con il suo ritorno su PS5, si presenta come una riedizione fedele, un ponte tra epoche videoludiche distanti che invita i nuovi giocatori a scoprire un’opera difficile da incasellare.

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Un noir futuristico tra triadi e demoni

La storia di Fear Effect si apre come un classico thriller criminale, mischiando malavita asiatica e tecnologia futuristica. Al centro della vicenda ci sono tre mercenari: la determinata Hana, l’ex militare Glas e l’imprevedibile Deke. Il loro incarico iniziale sembra semplice: ritrovare la figlia scomparsa di un potente boss della Triade cinese. Ma questo incarico, apparentemente di routine per un team del loro calibro, li trascina presto in un intreccio ben più oscuro. La Hong Kong del futuro che fa da sfondo alla storia è un luogo sospeso tra modernità scintillante e superstizioni antiche. I neon delle strade e i vicoli corrotti convivono con leggende, rituali e presenze soprannaturali che lentamente si insinuano nella trama, trasformandola in un viaggio al confine tra il noir e l’horror mistico. Il tono narrativo è costantemente cinematografico, con tagli, transizioni e inquadrature che richiamano le pellicole d’azione orientali degli anni ’90, mentre la vicenda assume gradualmente sfumature sempre più inquietanti e surreali. La trama di Fear Effect non è solo un pretesto per l’azione: è il suo cuore pulsante, l’elemento che ancora oggi ne definisce l’identità.

Un’anima old school

Sul fronte del gameplay, Fear Effect rimane fedele ai suoi principi fondativi. La riedizione mantiene l’impostazione con telecamere fisse, che cambiano in base alla posizione del personaggio, creando un effetto fortemente cinematografico ma allo stesso tempo rigido. Questo tipo di impostazione, tipica dei survival horror dell’epoca, può risultare disorientante per chi è abituato alle telecamere dinamiche moderne, ma fa parte del fascino “d’altri tempi” del gioco. Il titolo alterna sezioni d’azione, enigmi ambientali e momenti di puro survival. Molte situazioni richiedono riflessi pronti e portano inevitabilmente a un approccio “trial & error”: trappole improvvise, combattimenti sbilanciati e imprevisti scenici possono costare una morte immediata. È una struttura che appartiene a una filosofia di design ormai quasi scomparsa, ma che Fear Effect ripropone senza compromessi.

Per rendere l’esperienza più accessibile, questo porting introduce alcuni miglioramenti cruciali: il salvataggio libero permette di affrontare ogni sezione con maggiore serenità, mentre la funzione “rewind” consente di correggere errori recenti senza ricominciare interi segmenti. Queste novità non intaccano radicalmente il gameplay, ma lo rendono meno punitivo e più contemporaneo, rendendo l’approccio al gioco meno impervio. Le fasi di combattimento restano semplici e dirette, prive delle complessità e delle comodità moderne alle quali siamo abituati. Anche la gestione dell’inventario conserva la sua impostazione originaria, piuttosto spartana e talvolta complessa, un aspetto che può risultare poco intuitivo ma che testimonia fedeltà al materiale d’epoca. In sostanza, Fear Effect su PS5 non cerca di mascherare il suo passato: lo abbraccia, e invita il giocatore a fare lo stesso.

Un’elegante riedizione, non un remake

Da un punto di vista tecnico, questa versione di Fear Effect non tenta di ricostruire il gioco dalle fondamenta. Rimane infatti una riedizione fedele, che conserva lo stile cel-shading dei personaggi e le ambientazioni realizzate con video pre-renderizzati. Il risultato è particolare: i modelli dei protagonisti, più puliti e definiti grazie all’hardware moderno, si muovono ancora su sfondi che conservano la qualità visiva del 2000, con una risoluzione inferiore ed un colpo d’occhio che oggi appare inevitabilmente datato.

La fluidità generale beneficia della potenza della PS5, con caricamenti praticamente istantanei e una risposta ai comandi più rapida, ma non ci sono miglioramenti sostanziali alle texture o alle risorse visive originali. Anche i modelli dei personaggi e le animazioni mantengono l’impostazione dell’epoca. Sul fronte audio non ci sono novità di rilievo. Le voci e le musiche sono quelle originali, con uno stile enfatico e drammatico che ricorda le produzioni d’avventura orientali di fine anni ’90. Va segnalato che il gioco non include l’italiano: dialoghi e testi sono interamente in inglese, una scelta che può risultare restrittiva per alcuni utenti.

Considerazioni finali

Fear Effect per PS5 è un ritorno coraggioso e rispettoso. Non è un remake e non tenta di diventare qualcosa che non è mai stato. È la riesposizione moderna di un’esperienza profondamente radicata nella sua epoca, con tutti i limiti tecnici e strutturali che questo comporta, ma anche con un’identità stilistica che il tempo non è riuscito a cancellare. È un titolo consigliato a chi ama scoprire o riscoprire i cult del passato, ai curiosi del videogioco come oggetto storico e artistico, e a chi sa apprezzare atmosfere noir, cyberpunk e mistiche fuse con un gameplay old-school. È meno indicato per chi cerca fluidità moderna, qualità tecnica contemporanea o modalità di gioco raffinate. Nel complesso, Fear Effect resta un’opera affascinante, unica e audace. Un pezzo di storia che vale la pena esplorare, a patto di accettare il viaggio per quello che è: un salto indietro nell’era videoludica.