Recensione Echo Generation 2
di: Simone CantiniGeneralmente il numero due di un franchise è quello della svolta, in un senso o in un altro. Se nel caso delle pellicole cinematografiche talvolta rappresenti una delusione per i fan, per quanto permangano sempre piacevoli eccezioni (Ghostbusters 2, L’Impero Colpisce Ancora), quando si parla di videogiochi la situazione cambia sensibilmente. Si contano sulle dita di numerose mani, difatti, sequel che sono stati in grado di migliorare e superare il concept originale, trasformando esperimenti in veri e propri brand consolidati: penso a Turrican, Uncharted, Gears of War o Assassin’s Creed, che proprio con le loro seconde iterazioni hanno dimostrato che c’era ampio spazio per miglioramenti sensibili. Ci sono, però, anche le brave eccezioni, come nel caso di Echo Generation 2, che a dispetto di quel numerino in coda al nome, non ha potuto fare a meno di compiere qualche significativo passo indietro rispetto al suo ben più intrigante predecessore. I motivi? Beh, ve li spiego qua sotto…
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Una storia, tante storie
Con Echo Generation 2, gli sviluppatori di Cococucumber hanno deciso di cambiare in maniera decisa le carte in tavola, a partire dalla struttura narrativa. Salutata l’avventura più aperta vista nel precedente capitolo, il titolo in questione ha optato per una sceneggiatura più frammentata, che ci viene raccontata attraverso differenti linee narrative, ognuna con il suo bravo protagonista, che andranno poi a confluire all’interno dell’atto finale. Si tratta di momenti decisamente più blindati e lineari, che abbandonano la libertà concessa in passato in favore di una progressione estremamente guidata, che sacrifica gli elementi da avventura grafica che avevano contribuito ad arricchire il gameplay passato.
A non cambiare, almeno in parte, sono le atmosfere e la location principale, che mescolando ironia (anche se non in modo meno evidente), sci-fi e portali dimensionali, ci permetteranno di fare la conoscenza di un cast alquanto variegato: tra bambini speciali in salsa Stranger Things, ex scienziati che hanno scelto la famiglia, cacciatori di taglie spaziali e zombie in cerca di redenzione, il cast messo in piedi ha i suoi bravi perché, e riesce a fornire contesti narrativi sempre validi e molto interessanti. Peccato, allora, per quell’ultimo atto che finisce per banalizzare un po’ le buone premesse disseminate lungo le circa 10 ore complessive, che trovano in una costruzione decisamente sbilanciata e poco intrigante una conclusione incapace di lasciare a dovere il segno.
Carta canta
L’altra modifica più impattante che si sperimenta in Echo Generation 2 è relativa al combat system, capace di cambiare letteralmente le carte in tavola rispetto al passato. Gli scontri avverranno sempre secondo la classica impostazione cara ai jrpg, con la consueta scansione a turni delle varie azioni. Solo che adesso queste saranno relegate, lato giocatore, all’utilizzo di un mazzo carte, unico per ciascuno dei protagonisti, che andremo a costruire nel corso dell’avventura. Salutati i più risicati pattern di attacco legati al reperimento dei fumetti del capitolo precedente, questa meccanica in chiave deckbuilding conferisce al tutto un maggiore spessore, sia ludico che strategico: le carte a disposizione, per quanto non in grado di rivaleggiare con produzioni maggiormente dedicate, sono sufficienti a garantire un vasto set di opzioni, sia attive che passive, grazie anche alla differente caratterizzazione in forza a ciascun character.
L’ideale trait d’union con il passato è rappresentato dalla presenza, per quanto ridotta, dei QTE legati all’esecuzione di alcune azioni che, se ben eseguiti, permetteranno di massimizzare gli effetti delle carte scelte. L’idea funziona e convince, ma stride non poco se rapportata al citato abbandono delle mappe esplorabili liberamente, oltre alla perdita di quegli elementi che facevano tanto avventura Lucasfilm Games. Si può apprezzare la scelta di proporre ambientazioni più variegate, unite a qualche semplice minigioco accessorio, ma è innegabile come la maggiore stratificazione del core ludico dell’esperienza abbia portato a sacrificare il maggiore respiro della precedente avventura. Un’avventura che riecheggia comunque grazie a location che ritornano, così come personaggi secondari e citazioni smaccate, che non possono comunque che portare il player ad operare un confronto tra le due esperienze.
Pixel non pixel
A non mutare è la peculiare direzione artistica, che ancora una volta sfrutta l’espediente visivo dei voxel per garantire al tutto un appeal unico e davvero riconoscibile. L’estetica di Echo Generation 2 rimane fortunatamente uno dei fiori all’occhiello del titolo Cococucumber, che nonostante la sua apparente semplicità nasconde una profondità creativa tutt’altro che da sottovalutare. Il tutto si traduce in una mesa in scena convincente e sempre ben costruita, che non lesina anche momenti davvero belli da vedere, oltre che ricchi di dettagli. Lato sonoro permane quel mood audio che ha reso celebre la serie firmata dai fratelli Duffer, che è impossibile non ritrovare in più di un elemento. Nulla da dire in merito all’ottima localizzazione testuale nella nostra lingua, anche se avrei gradito la presenza di qualche tutorial in più, visto che alcune meccaniche non sono sempre ben esplicitate durante l’avventura e vengono comprese solo tramite la prova diretta.
Echo Generation 2 è un seguito che sceglie consapevolmente di cambiare pelle, ma non sempre nel modo più felice. La maggiore struttura, la frammentazione narrativa e l’impronta più guidata mostrano la volontà di Cococucumber di dare una forma diversa alla propria creatura, ma nel farlo il team finisce per sacrificare proprio quegli elementi (l’esplorazione libera, le contaminazioni da avventura grafica, il senso di scoperta) che avevano reso il primo capitolo così sorprendente. Il nuovo combat system in chiave deckbuilding funziona, convince e aggiunge profondità, ma non basta a colmare il vuoto lasciato da un world design meno respirato e da un finale che non capitalizza davvero sulle ottime premesse disseminate lungo il percorso. Rimane comunque un titolo affascinante da vedere e da ascoltare, forte di una direzione artistica che continua a essere un marchio di fabbrica riconoscibile e di un immaginario capace di mescolare sci-fi, ironia e nostalgia con una certa personalità. Ma è impossibile non avvertire la sensazione che, nel tentativo di evolversi, Echo Generation 2 abbia perso parte della sua identità, consegnandoci un’esperienza più solida sul piano ludico ma meno incisiva su quello emotivo e avventuroso. Un passo avanti e uno indietro, insomma, che lascia aperta la domanda su quale direzione il franchise vorrà davvero imboccare in futuro.