Doom 3: VR Edition - Recensione

Ci sono serie che al solo udirne il nome scatenano immediatamente un flusso di sensazioni facilmente riconoscibili, visto il modo estremamente codificato con cui hanno saputo cristallizzare anni di gameplay. Avviene, però, molto più spesso di quanto si possa penare, che brand apparentemente immutabili decidano di prendere strade leggermente meno battute del solito, così da proporre un’esperienza in grado di sorprendere (o spiazzare) anche il più incallito dei fan. Ed è quello che è successo con il terzo capitolo del first person shooter più importante e rivoluzionario del genere, che torna oggi a rendere ancora più angoscianti le proprie atmosfere, grazie a Doom 3: VR Edition.

Orrore su Marte

Dilungarsi a parlare del capitolo in questione del franchise firmato id Software sarebbe quanto mai superfluo, visto che nel corso degli anni, a partire dal suo debutto, sono state molteplici le incarnazioni dell’episodio in questione, sia su PC che su console. Pertanto, come ci ricorda anche il reboot del 2016, c’è davvero poco da dire quando il nostro unico obiettivo è quello di liberare il pianeta Marte da ogni aberrazione infernale. Ciò non toglie che quella proposta da Doom 3: VR Edition sia sicuramente la più atipica delle esperienze legate alle sorti del Doomguy (o Slayer che dir si voglia), vista la palpabile variazione di rotta che sia il gameplay che l’incipit stesso propongono. Ed è proprio quest’ultimo a stupire sin dalle prime battute, dato che, a differenza del solito, sarà necessaria una decina di minuti prima di iniziare ad imbrattare di sangue infernale le pareti della stazione di ricerca UAC. Il gioco, difatti, per la prima volta si prese la briga di imbastire un minimo di substrato narrativo, dando vita alla caratterizzazione dell’eroe che avrebbe poi avuto il suo sfogo più ampio negli ultimi due capitolo (e relativi DLC) visti in tempi recentissimi. Questi ritmi più compassati, inoltre, si riflettono in parte anche sull’ossatura del gameplay blastatorio, adesso contraddistinto da ritmi e momenti più horror rispetto a quello che era stato possibile sperimentare sino a Doom 2: Hell on Heart. Certo, non mancano numerosi nemici da falciare senza pietà, ma tutto assume ora un aspetto più claustrofobico e opprimente, con il conflitto tra luce e buio che finisce per assumere un ruolo di maggiore rilevanza: pur non rinunciando alla consueta brama di morte, il nostro Doomguy si muoverà ora più circospetto, complice l’architettura della base UAC, che proporrà una mappa di gioco ricca di anfratti pronti a celare alla vista le consuete aberrazioni. E come non citare la presenza di una fidata torcia, unico strumento in grado di rischiarare l’oscurità che, con frequenza elevatissima, si presenterà all’appello? A differenza dell’originale, però, Doom 3: VR Edition si prende una piccola (e per quanto mi riguarda graditissima) libertà, integrando l’oggetto all’interno delle differenti bocche da fuoco, scelta che non ci lascerà mai completamente inermi come in molte occasioni capitava nell’esperienza originale. Comunque, pur al netto di questa piccola variante, l’esperienza proposta è sicuramente di spessore, oltre che decisamente longeva, dato che oltre alla campagna principale (capace di impegnare per una dozzina di ore), il pacchetto comprende tutti i DLC distribuiti a suo tempo.

Orrore tangibile

Se è vero che sull’esperienza proposta è davvero inutile continuare a spendere ulteriori parole, un discorso differente deve essere fatto in merito all’implementazione del PSVR per quanto concerne Doom 3: VR Edition. Per quanto mi riguarda, tanto per essere estremamente brutali come solo un Doomguy sa essere, dico subito che l’apporto del visore Sony è estremamente elevato, dato che come tutti i titoli che fanno leva su elementi horror, la tensione già palpabile tramite un comune schermo ne esce ora gargantuescamente enfatizzata. Sotto questo punto di vista, pertanto, ci sono davvero pochissimi dubbi in merito alla qualità dell’operazione in questione. Discorso differente, invece, deve essere fatto relativamente al comfort dell’esperienza che, per quella che è stata la mia esperienza, è risultato non proprio ottimale. Durante gli anni trascorsi in compagnia di PSVR, raramente sono incappato in fenomeni di motion sickness, tutti comunque circoscritti a titoli appartenenti alla prima ondata di produzioni dedicate alla periferica. Giocare a Doom 3: VR Edition, invece, nonostante anni di perfezionamenti in ambito di setup ed accorgimenti volti a mitigare le sensazioni di malessere, confesso di aver avvertito in più di un’occasione un marcato fastidio, sia impostando la rotazione libera che quella ad angoli predefiniti. Il che, vista la natura non certo elevatissima del ritmo di gioco, mi è risultato alquanto strano, soprattutto considerando il mio trascorso in ambito virtuale. Una tirata di orecchie devo farla anche nei confronti della gestione delle periferiche di controllo, con il DualShock/DualSense che si è rivelato decisamente inadatto all’utilizzo: se è vero che per il movimento non ci sono problemi di sorta, è durante le fasi di combattimento che la postura richiesta per mirare a dovere rende l’utilizzo alquanto frustrante e scomodo, oltre che complice della rottura del senso di immersività generale. Discorso differente, fortunatamente, deve essere fatto se si decide di impiegare (a patto di possederlo) l’Aim Controller, che è risultato decisamente più adatto allo scopo, seppur non raggiunga la perfezione di quanto visto con Farpoint. Per quanto riguarda il comparto tecnico, invece, essendo il primo gioco VR da me testato su PS5, sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla maggiore pulizia dell’immagine rispetto a quanto visibile su PS4: il gioco, pur non facendo certo gridare al miracolo in quanto a dettaglio generale, si presenta comunque in modo davvero convincente, anche se, a costo di ripetermi, è innegabile come siano lo stile e l’atmosfera generale a rubare la scena. Interessante, in ottica di immedesimazione, la modifica che ha investito l’hud del personaggio, adesso integrato all’interno di un datapad situato sul braccio del nostro fidato avatar: una trovata tanto semplice quanto azzeccata.

È sempre difficile rendere nuovo e stimolante un classico senza età, ma Doom 3: VR Edition è senza dubbio riuscito nell’arduo compito di rinfrescare una produzione che i più conosceranno sicuramente a menadito. Grazie ai noti vantaggi in fatto di immersività garantiti da PSVR, aggirarsi per la claustrofobica struttura marziana della UAC avrà adesso un sapore tutto nuovo, a patto di scendere a compromessi con un sistema di controllo non certo impeccabile se sprovvisti di PlayStation Aim Controller, a cui si aggiunge un motion sickness un po’ troppo invasivo. Longevo e divertente Doom 3: VR Edition presenta anche un colpo d’occhio senza dubbio convincente, corroborato da una direzione artistica ed uno stile che, seppur non di primo pelo, risultano ancora oggi estremamente godibili nonostante gli anni che si portano addosso.

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