Recensione Dispatch
di: Luca SaatiQuello tra me e Telltale Games è stato un lungo amore interrotto bruscamente quando lo studio chiuse i battenti nel 2018. Non è un rapporto iniziato quando lo studio salì sulle luci della ribalta con il GOTY di The Walking Dead nel 2012, ma sin dai primi tempi quando lo studio diede vita a diversi videogiochi su licenza di CSI, per non dimenticare poi i vari Sam & Max, Tales of Monkey Island e Back to the Future. Il già citato The Walking Dead fu solo l’apice di tutto, ma da quel momento in redazione iniziò un monopolio per cui tutto ciò che fosse Telltale era di mia competenza.
E di carne sul fuoco ce n’era allora con una pletora di produzioni impressionante tra Game of Thrones, The Wolf Among Us, Guardians of the Galaxy, Batman, Minecraft e, ovviamente, le varie stagioni di The Walking Dead. Fu proprio questa bulimia produttiva che causò il fallimento dello studio, che fu incapace di creare qualcosa di proprio puntando tutto su licenze costosissime che, salvo rare eccezioni come The Wolf Among Us, a causa di quella sovraesposizione non riuscirono a conquistare i giocatori. Dalla chiusura di Telltale sparì quasi del tutto anche quel genere di avventure interattive, ma il mondo dei videogiochi raramente si arrende ed ecco arrivare come un fulmine a ciel sereno Dispatch, opera prima di AdHoc Studio, team composto, guarda caso, proprio da ex di Telltale Games che, reminscenti di quell’esperienza, hanno trovato la chiave di volta in un genere finora stagnante.
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La caduta di Mecha Man
La storia di Dispatch inizia nel pieno dell’azione con il protagonista Mecha Man sulle tracce del malvagio Shroud. Lo scontro non finisce nel migliore dei modi per il protagonista, che non solo ne esce sconfitto, ma si ritrova con il suo mech distrutto, rendendogli così impossibile proseguire la sua carriera da supereroe.
Mecha Man è l’alter ego di Robert Robertson III, un uomo senza poteri ma che fa parte della terza generazione di una famiglia di supereroi. Suo nonno, Robert Robertson I, aveva creato la possente armatura di Mecha Man, poi ereditata da suo padre, Robert Robertson II. La perdita dell’eredità di famiglia e la conseguente fine della sua carriera da supereroe hanno ripercussioni pesanti sul protagonista: non solo perché non è stato in grado di vendicare la morte del padre, ucciso proprio dal villain Shroud, ma perché chi nasce supereroe difficilmente riesce a lasciarsi alle spalle quella vita e a trovare un nuovo scopo.
In suo soccorso arriva Blonde Blazer, che invita l’ormai ex Mecha Man a entrare nel Superhero Dispatch Network (SDN) per supervisionare il Phoenix Program, meglio noto come Z‑Team: una squadra composta da ex‑criminali che l’SDN vuole trasformare in supereroi, in cambio di tutta l’assistenza necessaria per riparare il suo mech e ritornare in attività.
A scuola di supereroi
Taglio subito la testa al toro: Dispatch lascia poco spazio al gameplay tradizionale. L’opera di AdHoc Studio eredita in tutto e per tutto lo stile dei giochi Telltale, infarcendo le poche sequenze d’azione di Quick Time Event e affidando la maggior parte dell’interazione ai dialoghi a scelta multipla e a una serie di sequenze dal sapore gestionale.
Robert, come capo dello Z‑Team, ha il compito di gestire al meglio la squadra, decidendo dove e quando intervenire. In gioco, questa parte si traduce in una sorta di gestionale in cui la mappa della città si colora progressivamente di icone che indicano le emergenze che richiedono l’intervento di uno o più membri dello Z‑Team. Ogni richiesta d’aiuto è diversa dalle altre e richiede l’intervento del giusto aspirante supereroe: ognuno è infatti diverso dagli altri e possiede le proprie caratteristiche, rappresentate da un pentagono suddiviso in Combattimento, Vigore, Mobilità, Carisma e Intelletto. Ad esempio, un compito che richiede di fermare una banda di ladri in fuga si rivela più adatto a un supereroe con una spiccata propensione alla mobilità e al combattimento, mentre una comparsata in TV per pubblicizzare lo Z‑Team è più adatto a un personaggio particolarmente carismatico. Inoltre, capita spesso che alcune chiamate richiedano l’intervento di un personaggio specifico, fino ad arrivare all’intervento diretto di Robert, che può suggerire come procedere e, in alcuni casi, usare le sue abilità di hacking, attivando un piccolo mini‑gioco.
Ogni aspirante supereroe ottiene esperienza dopo ogni missione completata con successo, fino a salire di livello e ottenere due punti da investire nelle cinque caratteristiche di cui sopra, oltre a sbloccare nuove abilità. Inoltre, se si invia in missione sempre la stessa coppia di personaggi, questi possono sviluppare affinità e sinergie che rendono più semplice il buon esito delle operazioni. Tutto ciò a patto di tenere sempre sott’occhio la barra della fatica di ogni aspirante supereroe, che deve riposare dopo ogni intervento, e l’eventuale condizione di stress.
Per quanto semplice, questa componente gestionale in Dispatch porta con sé una sua profondità e un senso di progressione tali da avermi spinto a chiudere ogni turno nel miglior modo possibile: il senso di soddisfazione nell’ottenere il Perfect Score, devo ammettere, mi ha appagato come pochi videogiochi in questo 2025. Merito della storia, che ha saputo catturarmi a tal punto da spingermi a riscattare nel miglior modo possibile quella banda di ex‑criminali.
Da Z a primi della classe
Se quindi dal punto di vista del gameplay Dispatch è la classica avventura interattiva con un twist gestionale in più (e non lo dico in senso dispregiativo, essendo io un grande appassionato di questo tipo di esperienze) è sul fronte della storia che l’opera di AdHoc Studio dà il meglio di sé, com’è giusto che sia.
Nei suoi otto episodi, che richiedono circa 7–8 ore per essere completati, Dispatch mi ha ricordato a tratti i Guardiani della Galassia di James Gunn. Come in quest’ultimo, il gioco prende un gruppo di personaggi all’apparenza persi e senza speranze e li riabilita in un percorso di redenzione che mescola elementi classici dei racconti supereroistici con commedia e dramma. Diventa a un certo punto impossibile non affezionarsi ai membri dello Z‑Team, e le scelte morali non fanno che accelerare quel processo che permette di entrare in sintonia con le loro storie e con quella voglia di rivalsa e redenzione che si nasconde dentro di loro e che il protagonista (guidato dal giocatore) tenta di tirare fuori.
Le scelte morali hanno un’influenza importante sulla storia, modificando in modo più o meno radicale la composizione dello Z‑Team e i rapporti tra i personaggi. Tanto basta per giustificare almeno una seconda run, per vedere come altre decisioni possono cambiare il corso degli eventi. A prescindere da tutto, il gioco porta a un unico arco narrativo principale, ma presenta diverse sfaccettature in base alle scelte fatte nei sette episodi precedenti, con un unico finale in cui ci sono piccole variazioni in base al proprio stile di leadership e le relazioni con i personaggi.
Il tutto è accompagnato da un’animazione fatta a mano tra le più belle viste in un videogioco: sembra davvero di trovarsi davanti a una serie TV animata di alto livello. Inoltre, la regia non fa che rendere ancora più memorabili ogni momento del gioco. Senza tralasciare lo splendido doppiaggio in inglese (con sottotitoli in italiano) con voci di spicco del calibro di Aaron Paul, Jeffrey Wright e Laura Bailey, che danno profondità e carisma a ogni battuta.
Il mondo ha sempre bisogno di supereroi
Dispatch è un’opera che sa parlare al cuore di chi ama le storie di supereroi e le avventure interattive ben scritte. Non è perfetto, e neanche rivoluzionario sul fronte del gameplay, ma riesce a prendere un genere che sembrava in crisi e ridargli nuova linfa, bilanciando in modo eccellente la componente gestionale con una narrazione coinvolgente ed emotiva, personaggi memorabili e scelte morali che pesano davvero sul racconto.
I ragazzi di AdHoc Studio hanno saputo trasformare il genere in qualcosa di più maturo e stratificato, dimostrando, inoltre, il potenziale di questo tipo di esperienze quando si ha a che fare con produzioni completamente originali e non su licenza.




