Recensione Deer & Boy
di: Simone CantiniSe c’è un gioco oramai inflazionatissimo, a livello di puro citazionismo, quando si parla di action/platform a scorrimento orizzontale, quello non può che essere Limbo. A dispetto della sua giovane età, in relazione all’effettiva longevità del medium videoludico, è innegabile come l’iconico lavoro firmato Playdead sia riuscito a contaminare in maniera sfacciata tutte le produzioni analoghe che lo hanno seguito. Da Planet of Lana e relativo seguito a Unravel, passando anche per Little Nightmares, il mood di quell’oscuro mondo monocromatico ha sempre fatto, più o meno, capolino. A questa folta schiera di emuli si è unito da pochissimo anche Deer & Boy, che al gameplay oramai sdoganato in questione è riuscito ad accompagnare una delicata e toccante storia di crescita e amicizia.
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Bambi 2.0?
Un ragazzino fugge da casa con il favore delle tenebre, ben coperto per proteggersi dal freddo e con in spalla un piccolo zaino. Difficile capire il perché di questo gesto a tratti estremo, le motivazioni che lo hanno portato ad avventurarsi in un mondo che pare ben più sconosciuto e pericoloso di quello possa sembrare ad uno sguardo superficiale. Pochi passi bastano per sprofondare in un manto di solitudine e tristezza, basta soltanto appoggiare il viso infreddolito alla vetrata di un diner, incurante di spiattellarci in faccia una quotidiana felicità che pare non appartenere al nostro piccolo eroe. Un attimo, un piccolo attimo prima che la fuga prosegua, incuranti di tutto ciò che ci stiamo lasciando inesorabilmente alle spalle.
E poi c’è lui, un piccolo cervo in compagnia della madre che, per un bizzarro capriccio del destino, finirà per intrecciare la propria esistenza con quella del ragazzino, a causa di un colpo di fucile ad opera di chissà chi. Sperduto e spaventato, l’animaletto non potrà fare altro che fidarsi del giovane fuggiasco che, dopo averlo trovato privo di senso in seguito ad una caduta, deciderà di accudirlo sin quando non si rimetterà in sesto. Prende così il via la delicata avventura che anima Deer & Boy, che per mezzo di piccoli sussurri inintelligibile e immagini semplici e a tratti sussurrate, ci racconterà della crescita di questi due cuccioli abbandonati. Un rapporto che vedremo evolversi nel corso delle circa 3 ore che ci separeranno dal finale della produzione firmata Lifeline Games, non senza che una lacrimuccia finisca per insinuarsi subdolamente ai lati dei nostri occhi.
L’unione fa la forza
Come detto in apertura, le infiltrazioni di Limbo all’interno di Deer & Boy sono molto evidenti, sia per mera struttura che per meccaniche sparse. L’avventura a scorrimento orizzontale, al di là degli elementi puramente platform, che non sono mai predominanti in senso assoluto, ruoterà attorno alla collaborazione tra i due piccoli mammiferi. Questo rapporto simbiotico si tramuterà nella possibilità di sfruttare il cervide per attivare meccanismi al di fuori della nostra portata (in maniera analoga a Mui in Planet of Lana), ma anche di attivare i suoi particolari poteri non appena il gioco prenderà una piega più sinistra e a tratti sovrannaturale. Un ulteriore boost a tali interazioni avverrà in prossimità delle battute finali, tramite un escamotage che preferisco non rivelare nella recensione.
A questo si vanno ad aggiungere enigmi ambientali mai troppo complessi, oltre ad ulteriori derive ludiche che, pur nella brevità dell’avventura, non mancheranno di intrattenere a dovere. È innegabile, difatti, come uno degli aspetti più riusciti di Deer & Boy sia proprio la varietà, visto che a dispetto di una longevità oggettivamente contenuta, riesce a mettere in scena momenti sempre differenti tra di loro. Seppur in piccolo, la creatura Lifeline ci propone sequenze platform e stealth, folli corse contro il tempo e porzioni in cui dovremo difendere il nostro peloso amico. Ovviamente parliamo di frammenti sparsi, che possono esaurirsi anche in una manciata di secondi, ma che hanno l’indubbio pregio di variare costantemente il flow dell’esperienza.
E questo saliscendi emotivo è felicemente corroborato da una direzione artistica semplicemente squisita, che sceglie consapevolmente di abbracciare uno stile essenziale e morbido, che finisce per conferire al tutto l’appeal di una fiaba pura e semplice. Questo, però, non si traduce assolutamente in una messa in scena sciatta e dimessa, anzi, visto che le ambientazioni in cui ci muoveremo sono ben costruite e ricche di dettagli. Un viaggio all’insegna della scoperta, che si porta appresso vari livelli di lettura, tarati attorno all’età di ciascun giocatore, ma che sa sempre stuzzicare a dovere gli occhi di chi si avvicina a Deer & Boy. E non è da meno il comparto audio che, sposando un simile concetto, si configura come un discreto compagno di avventure, tutt’altro che interessato a rubare la scena, quanto a sottolineare al momento giusto i vari strati emotivi. C’è anche l’italiano, ma visto il modo in cui tutto ci viene raccontato, senza bisogno di parole, è una presenza che scivola via senza troppo clamore.
Deer & Boy è uno di quei titoli che non hanno alcuna intenzione di reinventare la ruota, ma che sanno esattamente quale storia vogliono raccontare e come vogliono fartela vivere. Le ombre di Limbo sono evidenti, impossibili da ignorare, ma Lifeline Games non si limita a replicarne l’estetica: la piega più intima, affettiva e quasi terapeutica del viaggio del ragazzo e del suo cervo riesce a ritagliarsi un proprio spazio emotivo, sincero e mai artificioso. Pur nella sua durata contenuta e in una struttura che non osa mai davvero uscire dai binari del genere, il gioco trova la sua forza nella varietà dei momenti, nella cura della messa in scena e in un rapporto tra i due protagonisti che cresce con naturalezza, senza bisogno di parole. È una piccola avventura, sì, ma capace di lasciare un segno più grande di quanto ci si aspetterebbe guardandola da fuori. E quando scorrono i titoli di coda, ti accorgi che Deer & Boy non è solo l’ennesimo erede di un’icona del passato: è un racconto semplice e delicato su due creature ferite che imparano a camminare insieme. E, a volte, basta questo per valere il viaggio.