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Recensione Deathless: The Hero Quest

di: Simone Cantini

Ho un rapporto morboso, quasi carnale con i giochi a base di carte, mia vera croce e delizia sin da quando, in giovane età, incurante del successo galoppante di Magic decisi, assieme a tre sciagurati amici, di appassionarmi a Mutant Chronicles. Fu l’inizio della fine: da Kult a quella roba assurda dedicata a Ken il Guerriero, passando per Warhammer e altri millemila titoli sepolti chissà dove nella mia vecchia cameretta, ho perso il conto dei denari spesi in bustine e sleeve protettivi, passi fondamentali per dare vita a mazzi performanti e duraturi. Un amore che non è venuto meno con l’avvento delle produzioni videoludiche costruite attorno a simili meccanismi, che riescono sempre ad irretirmi senza sosta ad ogni loro uscita. Inutile che vi stia a spiegare, quindi, perché abbia deciso di occuparmi in prima persona di Deathless: The Hero Quest.

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C’è un regno da salvare, di nuovo…

Approcciarsi ad un GDC senza un minimo di contesto non fa certo bene agli affari, visto che a prescindere da tutto ai giocatori piace sempre sapere dove i loro investimenti vadano a parare. E pur non tirando fuori il proverbiale coniglio dal cilindro, Deathless: The Hero Quest non manca di offrire ai suoi utenti quel minimo di lore utile a giustificare le ore che passeremo davanti alla nostra televisione. Al solito siamo in un regno fantastico, stavolta noto come Belosvet, in cui il classico cattivone di turno non aspetta altro che l’avvento dei 4 eroi giocabili per poter finalmente ritirarsi a vita a privata, e godersi così il frutto di anni di malefatte.

Basato sulla mitologia slava, l’universo in questione ci chiederà di prendere il controllo di uno di questi personaggi, sviscerarne le varie quest dedicate, per poi convogliare il frutto del loro lavoro nella missione finale volta proprio alla sconfitta di Belosvet. Il tutto sfruttando una progressione che abbina elementi da deckbuilder con una struttura roguelike procedurale, che ricorda a grandi linee produzioni come Slay the Spire. Un mix che, sorvolando sul contesto tutto sommato molto generico che circonda la produzione, rappresentano il vero fiore all’occhiello di Deathless: The Hero Quest.

Mano vincente

Una volta selezionato il livello di difficoltà iniziale e il nostro eroe, verremo accolti da un piccolo mazzo di carte, inizialmente molto contenuto ma che potremo agilmente ampliare nel corso di ciascuna run. Questo sarà indispensabile per farsi strada lungo la corposa mappa che caratterizza ogni partita, che per ogni round ci permetterà di scegliere tra tre bivi differenti, ognuno indicante sempre con chiarezza la tipologia di minacce e ricompense che andremo ad affrontare. Operata la nostra decisione, Deathless: The Hero Quest si trasforma in una sorta di ruolistico a turni, in cui dovremo sfruttare le carte in nostro possesso per sconfiggere le creature ostili.

Per ogni turno avremo un determinato numero di punti azione da investire, attivando le carte che avremo a disposizione nella nostra mano. Queste si divideranno in offensive, difensive e buff e starà a noi decidere di volta in volta l’opzione migliore, tenendo anche conto di quelle che saranno le azioni successive dei nostri nemici (indicate da delle icone sopra la loro testa). In nostro soccorso giungeranno anche particolari reliquie in grado di conferire bonus passivi, oltre a consumabili da sfruttare nei momenti di maggiore pericolo. Tutti questi elementi sarebbero però inutili senza una notevole pianificazione strategica, componente essenziale per arrivare vincitori al termine di ciascuna run. E sotto questo punto di vista Deathless: The Hero Quest fa bene tutto quello che propone, mescolando elementi ruolistici e di costruzione del mazzo in maniera assuefacente e dannatamente convincente.

Devi farne di strada, bimbo

Di tanto in tanto, nel corso del match, incontreremo anche diramazioni contrassegnate in maniera particolare, che andranno a costituire gli step necessario per poter completare in maniera esaustiva il percorso di ciascun personaggio, a prescindere dal raggiungimento o meno del nodo finale della mappa. Che si esca vittoriosi o sconfitti da ciascuna sortita, il gioco ci ricompenserà con la possibilità di sbloccare nuove carte e modificatori, che andranno a rimpolpare le partite successive. Elementi molto canonici, ma che proprio per il modo in cui sono stati fusi assieme rendono l’esperienza estremamente piacevole, oltre che adattabile ad ogni tipo di giocatore, viste le molteplici possibilità di personalizzazione del livello di difficoltà.

Tecnicamente parlando, sarebbe sciocco richiedere a Deathless: The Hero Quest chissà quale virtuosismo, vista anche la tipologia ludica a cui appartiene. A prescindere da ciò, il colpo d’occhio è comunque molto gradevole, grazie ad una grafica bidimensionale pulita e di facile lettura che, pur non stupendo il player in quanto a direzione artistica generale, si è rivelata funzionale e centrata. Senza infamia e senza lode il comparto sonoro, invero un po’ anonimo, mentre al solito mi ritrovo a tirare le orecchie ad una produzione che, vista anche la mole di testo presente sulle carte, avrebbe sicuramente tratto vantaggio di una localizzazione nella nostra lingua (almeno per quanto concerne il mercato italiano, sia chiaro). Per fortuna le regole e le descrizioni non sono mai troppo complesse per essere metabolizzate anche da chi non è un drago con la lingua inglese.

Deathless: The Hero Quest non reinventa il genere, ma lo abbraccia con intelligenza e passione, offrendo un’esperienza solida e gratificante per gli amanti dei deckbuilder e dei roguelike. La sua struttura ben congegnata, la varietà strategica e la progressione appagante lo rendono un titolo capace di catturare e trattenere, anche al netto di qualche limite tecnico e di una lore volutamente sopra le righe. Se avete un debole per le carte e il rischio calcolato, preparatevi a perdervi ancora una volta tra mazzi, reliquie e scelte tattiche. Parliamo del classico titolo che ci porta a dire la fatidica frase ancora una e poi smetto, ma che poi finisce per farci osservare sgomenti un orologio che pare essersi divertito a divorare ore ed ore del nostro tempo.