Recensioni

Recensione Daymare: 1994 Sandcastle

di: Simone Cantini

Se riesci ad attirare le attenzioni di un colosso mica male come Capcom, forse qualche freccia al tuo arco devi avercela, come dimostra il successo riscontrato dai nostrani Invader Studios, capaci di passare in un lampo dalla campagna romana all’arcipelago giapponese. Un interesse che, partendo dal remake non ufficiale di Resident Evil 2, aveva trovato la sua giusta sublimazione nell’interessante Daymare: 1998, riuscito omaggio ai survival horror vecchia scuola che, pur non certo privo di qualche difetto di gioventù, era riuscito a calamitare l’attenzione di una buona fetta della platea videoludica. E proprio in virtù delle buone idee messe sul piatto con questo primo capitolo di una ipotetica trilogia, le aspettative nei confronti di Daymare: 1994 Sandcastle erano decisamente più elevate, vista anche l’esperienza maturata sul campo dal team. Purtroppo, però, qualcosa deve essere andato irrimediabilmente storto, ed il lavoro della consacrazione ha finito per rappresentare un improvvido passo falso.

Per visualizzare i video di terze parti è necessario
accettare i cookie con finalità di marketing.

Missione suicida

Come si può intuire dallo stesso titolo della produzione, Daymare: 1994 Sandcastle non è un seguito diretto del primo capitolo del franchise, ma ne va a costituire un vero e proprio prequel. Stavolta a guidarci attraverso la solita mole di esperimenti scientifici non troppo felici, corporazioni senza scrupoli e letali giochi di potere, non saranno più tre distinti protagonisti, bensì un singolo elemento, incarnato dalla figura dell’agente della H.A.D.E.S. Dalila Reyes, incaricata di raggiungere un laboratorio segreto posto nelle profondità dell’Area 51, per intercettarne uno degli scienziati e recuperare una non meglio precisata valigetta. Una missione tutto sommato semplice, ovviamente solo in apparenza, dato che una volta giunti sul luogo stabilito Dalila e suoi due compagni di sortita si troveranno dinanzi una situazione ben più ingarbugliata del previsto, che finirà come sempre per tramutarsi in una disperata lotta per la sopravvivenza. A complicare le cose ci penserà difatti un metallo sconosciuto, capace di rianimare i tessuti morti, dando così vita alla consueta schiera di mostruosi cadaveri assetati di carne umana. Per quanto non originalissima e, come prevedibile, fortemente debitrice del lavoro svolto da Capcom con Resident Evil, la narrazione di Daymare: 1994 Sandcastle scorre via in modo piacevole, riuscendo ad imbastire un prequel credibile e ben incuneato nella lore che i ragazzi di Invader stanno costruendo un tassello alla volta. Per quanto mosso da fili inediti, i fan potranno notare alcuni richiami al primo capitolo, nella forma di eventi e personaggi che abbiamo imparato a conoscere una manciata di anni fa. Insomma, pur al netto degli inevitabili cliché, la sceneggiatura imbastita riesce a reggersi saldamente sulle proprie gambe, al punto che non stonerebbe affatto se inserita (con le dovute e fisiologiche modifiche) all’interno della storyline generale del survival horror a cui si ispira. Purtroppo, però, arrivare all’immancabile finale aperto, non ha risparmiato una dose abbondante di perplessità che, per quanto esulino dal mero lavoro di scrittura, hanno finito per invadere i confini ben più importanti del gameplay, finendo per rovinare quanto di buono simili premesse avevano lasciato intendere.

Combattere con lentezza, pure troppa…

I primi scricchiolii Daymare: 1994 Sandcastle li lascia intravedere con veemenza non appena si prende il controllo della nostra Dalila e si inizia a scendere a compromessi con la sua inesorabile e mastodontica lentezza. Per quanto la pesantezza del protagonista sia una delle caratteristiche care alla prima età di Resident Evil, una simile scelta non aveva mai finito per cozzare in modo massiccio con il flow di gameplay, cosa che invece si verifica nel titolo in questione non appena la semplice esplorazione cede il passo all’azione. Sebbene il combat system sia praticamente rimasto immutato rispetto al suo predecessore, basando tutto su fasi shooter, è impossibile non constatare come la velocità delle minacce sia stata notevolmente amplificata, non facendo registrare il medesimo passo alla mobilità di Dalila. Le tre tipologie di nemici che saremo chiamati ad affrontare, difatti, saranno dotati di una velocità di movimento e di attacco davvero spropositata, se confrontata con l’esasperante lentezza della nostra protagonista. A questo va ad aggiungersi una fastidiosa scelta di design, capace di moltiplicare all’infinito le minacce che saremo chiamati ad affrontare: in soldoni, ogni nemico ucciso andrà a rilasciare una sfera energetica che, se non distrutta per mezzo di un guanto criogenico che recupereremo all’inizio dell’avventura, andrà a rianimare uno degli altri cadaveri eventualmente presenti nell’area, oppure a potenziare uno dei nemici attualmente in vita, rendendolo invulnerabile ai proiettili delle nostre due bocche da fuoco e sensibile soltanto al suddetto guanto. Unite il tutto all’impossibilità di distruggere preventivamente eventuali corpi disseminati lungo la mappa, e vi renderete subito conto che in molte situazioni sembrerà di trovarsi a fronteggiare una snervante idra, capace di rigenerare le proprie teste come se non ci fosse un domani.

Condite il tutto con nemici in grado di attaccare senza preavviso da ogni direzione, mostri in grado di generare minacce base all’infinito e fastidiosi esseri in grado di teletrasportarsi istantaneamente di fianco a noi, per poi finirci con una insta kill inevitabile, e potete capire senza sforzi come trovarsi ad affrontare più di due avversari per volta si tradurrà in un vero terno al lotto. Non aiutano, in tal senso, la mitraglietta e lo shotgun in nostro possesso, caratterizzati da tempi di ricarica biblici (nonostante l’eliminazione della tediosa Doppia Ricarica vista in passato) e da una velocità di switch ancora più letargica. Ecco, quindi, che il Frost Grip (la vera novità di Daymare: 1994 Sandcastle), rappresenta il nostro migliore strumento di difesa: si tratta di un guanto alimentato ad azoto liquido, in grado di sparare un getto in grado di congelare gli avversari, le cui munizioni si ricaricano in autonomia. Peccato che già a livello normale il suo consumo sia a tratti proibitivo, così da lasciarci inermi in più di una situazione, nonostante un set di potenziamenti sbloccabili accedendo a peculiari terminali sparsi lungo l’avventura. A sublimare il tutto, poi, troviamo il boss finale, caratterizzato da un design snervante e da meccaniche di approccio che tutto sono fuorchè divertenti. Insomma, lato bellico ci troviamo al cospetto di un vero pastrocchio, che sarebbe stato lecito aspettarsi dal debutto della serie e non dal suo successore. Il che è un vero peccato, visto che quando non si imbracciano le armi, Daymare: 1994 Sandcastle riesce a divertire grazie ad un ritmo davvero azzeccato, forte di un’atmosfera davvero intrigante e da un setting sicuramente più coeso e meno altalenante del suo predecessore, così come interessanti sono risultati essere i vari enigmi che costellano l’incedere.

Do you speak italian?

E questo sgradevole passo falso in ottica gameplay finisce con lo stridere ancor di più se rapportato ai passi avanti che Daymare: 1994 Sandcastle fa registrare sul fronte puramente tecnico (lo abbiamo testato su PS5), capace di migliorare tutto quanto si era visto nella release di 4 anni fa. A colpire in primis è la buonissima resa di personaggi ed ambientazioni, adesso massicciamente più definite e curate nel loro insieme, grazie ad una modellazione e a delle texture a tratti davvero sorprendenti, soprattutto se consideriamo la grandezza del team di sviluppo. Questa bontà visiva, però, ha il suo prezzo, che si traduce in un frame rate non certo esaltante in modalità Qualità ed in uno non privo di qualche rallentamento in modalità Prestazioni. Passi da gigante, inoltre, si registrano sul fronte della recitazione digitale, vero tasto dolente di Daymare: 1998, capace adesso di dare vita a cutscene più fluide e dotate di una regia sensibilmente più curata. Certo, permangono ancora alcune perplessità in merito ad alcune espressioni, ma è bene sempre circoscrivere il tutto alla potenza di fuoco di Invader. Molto buono anche il comparto sonoro, soprattutto per quanto concerne l’effettistica, così come gradevole è risultato essere il doppiaggio, purtroppo presente solo in lingua inglese. Sotto questo aspetto, mi permetto di muovere una piccola critica ulteriore al team: mi rendo perfettamente conto di come si tratti di un costo non certo irrilevante per una piccola produzione, ma vedere la nostra lingua parlata snobbata anche da uno studio nostrano mi fa sempre strano, considerando anche che non sono stati tradotti in italiano neppure nomi e descrizioni dei Trofei/Obiettivi. Ecco, almeno questo me lo sarei aspettato.

Da fan di Daymare: 1998, pur con tutti i suoi limiti fisiologici, avevo aspettative molto alte nei confronti di Daymare: 1994 Sandcastle, ridimensionate però dopo il rilascio della demo di qualche settimana fa. Dubbi che, purtroppo, la versione finale del lavoro firmato Invader Studios ha finito soltanto per confermare, a causa di un combat system assolutamente mal tarato e caratterizzato da una difficoltà artificiosa e snervante, messa ancor di più in mostra da alcune peculiari sequenze. E dire che sul fronte della sceneggiatura e della resa tecnica i passi avanti erano risultati palpabili, così come per quello che concerne l’intelaiatura generale dell’esperienza, capace di fare la felicità degli amanti dei survival horror più classici. Purtroppo, però, quello che avrebbe dovuto rappresentare un notevole passo avanti per lo studio, ha finito per risultare un vero e proprio inciampo, a causa di scelte di design decisamente rivedibili. Speriamo che l’auspicato proseguimento di questa serie ci riservi ben altre gioie: i ragazzi hanno talento ed idee chiare, quindi resto fiducioso.