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Recensione City Hunter

di: Simone Cantini

Parlando di Ryo Saeba mi viene davvero difficile non pensare al mio amico Andrea, che da sempre nutre un’autentica ammirazione nei confronti dell’iconico personaggio creato da Tsukasa Hojo. Il baldo responsabile dell’area cinema e TV del Tribe, difatti, non potrà mai scollarsi di dosso quella volta in cui, in occasione di un concertino tenuto con la nostra band a carnevale, scelse proprio di impersonare lo sweeper più famose di sempre, lasciando un’immagine indelebile nella mia mente. Un’immagine che mi ha accompagnato per le circa due ore necessarie a portare a termina City Hunter, il videogioco di Sunsoft datato 1990 che è stato reso da poco disponibile in formato moderno. Un viaggio in un passato sicuramente molto più semplice, in cui bastavano pochi pixel e una licenza conosciuta per fare la gioia dei player, ma che proprio per questo non può che evidenziare i numerosi passi avanti fatti dal medium videoludico.

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XYZ

A pensarci, quando City Hunter venne pubblicato in Giappone su TurboGrafx-16, sarebbe stato anche solo impossibile ipotizzare l’approdo di questo titolo al di fuori dell’arcipelago nipponico. Erano anni in cui il Sol Levante era una chimera per i giocatori occidentali, che potevano solo sperare in copie import dalla localizzazione incomprensibile, oppure fantasticare sugli screenshot presenti sulle riviste del settore. I tempi, come dicevo, sono però cambiati e non solo in peggio, dato che oggi il gioco con protagonista il perennemente in calore Ryo Saeba può essere fruito da tutti i fan, per di più con tanto di traduzione completa in lingua italiana.

Le vicende ricalcano a grandi linee una delle classiche avventure del manga, con il nostro sweeper che dovrà portare a termine 4 differenti stage (i primi 3 sono fruibili in qualsiasi ordine, mentre l’ultimo si sbloccherà solo dopo il loro completamento). La trama ci porterà ad attraversare altrettante location, nel tentativo di sventare un complotto di portata ben più ampia di quello che potrebbe sembrare in principio. Non parliamo di una sceneggiatura complessa, ma solo di un semplice pretesto buono per mettere in scena i personaggi più iconici della serie, come l’inseparabile Kaori Makimura, la scaltra Saeko Nogami e il burbero Umibozu. Parliamo solo di semplici comparsate, dato che al centro della scena troveremo sempre e solo Ryo, ma è ovvio come il tutto vada contestualizzato all’anno di uscita originale. Alla fine dei giochi, quello che resta è un’avventura in salsa run and gun non troppo complessa che, in poco più di due ore, ci condurrà agli immancabili titoli di coda. Troppo poco? Si potrà allora scegliere se cimentarsi nel livello di difficoltà superiore, oppure giocare alla versione originale dell’esperienza.

Shinjuku, andata e ritorno

Come detto, l’esperienza ludica proposta da City Hunter si basa su di una struttura run and gun a scorrimento orizzontale, per quanto gli stage da affrontare presentino una mappa improntata sulla verticalità. Lo scopo del gioco, oltre che sparare a tutto ciò che ci verrà incontro, sarà quello di esplorare alcune stanze, così da interagire con alcuni personaggi e soddisfare le loro richiese. Queste ci chiederanno di compiere semplici task, completabili previo backtracking, che oltre a permetterci di mettere le mani su chiavi ed armi accessorie, sbloccheranno i vari percorsi necessari a giungere al boss di ciascun capitolo. La conformazione degli stage non sarà mai troppo complessa, ma data l’assenza dell’automap sarà necessario ricordare di volta in volta la posizione dei personaggi chiave, così da evitare di girare a vuoto.

A livello di gameplay, oltre a sparare con una delle 4 armi disponibili (pistola, lanciarazzi, pistola laser e lanciamissili) e che saranno sbloccate progredendo nell’avventura, Ryo potrà ovviamente saltare e salire e scendere lungo le scale presenti nell’area di gioco. Il quadretto non è certo complesso o inutilmente arzigogolato, ma tarato per proporre un insieme all’insegna dell’arcade più sfacciato. La stessa difficoltà standard non presenta chissà quali picchi, dato anche l’IA e le routine comportamentali molto semplici che gestiscono minion e boss, che non sono risultati mai un ostacolo. Parliamo di un titolo figlio del proprio tempo, invecchiato non proprio benissimo se confrontato con il panorama attuale, ma che comunque potrà essere apprezzato dai fan, tanto del retrogaming che di City Hunter.

Ad impreziosire il pacchetto ci pensa una serie di extra che, alla scansione del manuale di gioco originale (rigorosamente in giapponese), accompagna una serie di immagini tratte dal materiale promozionale e dall’anime, oltre ad un lettore che permetterà di ascoltare liberamente le tracce audio presenti in-game. Chicca ulteriore è la presenza dell’iconica Get Wild, la sigla di chiusura originale della serie animata. Fa piacere anche la presenza della versione originale del gioco, che si affianca a quella riproposta per l’occasione, ma che onestamente ho trovato praticamente inedita a quella rivista e corretta. Le uniche differenze sono da trovare in controlli un filo più responsivi e nella presenza di una funzione di riavvolgimento, oltre che dei save manuali. Il plus per il mercato occidentale, comunque, non può che essere rappresentato nella localizzazione multilingue, che è riuscita finalmente a sdoganare l’unico videogioco ufficiale tratto dal manga.

No, City Hunter non è di certo un videogioco imperdibile al giorno d’oggi, soprattutto se non si è fan del personaggio nato dalla fantasia di Tsukasa Hojo. Gli anni che la produzione Sunsoft si porta appresso, difatti, si avvertono tutti in questa prima versione occidentale del titolo, che non sorprenderà certo per complessità ludica e tecnica i giocatori moderni, oramai ben più smaliziati di quanto fossero 36 anni fa. Al netto delle sue innegabili limitazioni, l’avventura digitale di Ryo Saeba è comunque un titolo dotato di una propria personalità, magari non così debordane da renderlo un classico senza tempo, ma capace comunque di farlo apprezzare a chi è in cerca di esperienze smaccatamente old school. Se amate le avventure del nostro allupato sweeper, il mio consiglio non può che essere quello di dargli un’occhiata, tenendo ben presente quelli che sono i fisiologici limiti di una produzione datata 1990. E magari vi ritroverete a fischiettare sulle note di Get Wild, immaginandovi di scrivere anche voi le lettere XYZ su quella lavagna della stazione di Shinjuku oramai rimossa da anni.