Recensione Borderlands 4
di: Luca SaatiSin dal suo annuncio, Borderlands 4 si è caricato di un quantitativo di aspettative enormi. Un po’ per i demeriti di un terzo capitolo che non è riuscito a far breccia nel cuore dei fan, un po’ per le promesse altisonanti del solito Randy Pitchford, capo supremo dello sviluppatore Gearbox, e per quella voglia di rivalsa di una serie che vuole tornare a dominare il panorama dei looter shooter come aveva fatto ai tempi di PS3 e Xbox 360. Il risultato è un quarto capitolo ambizioso, a metà tra il more of the same e la rivoluzione.
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Tales of Kairos
La storia di Borderlands 4 è interamente ambientata su Kairos, un pianeta nascosto e governato dal temibile e immortale Cronocustode, un dittatore spietato con la mania del controllo, che comanda grazie a un esercito di sintetici. Atterrati su Kairos, i Cacciacripta vengono catturati dall’Ordine e solo in seguito salvati da un manipolo di ribelli determinati a rovesciare la dittatura imposta dal Custode del Tempo. Un barlume di speranza nella ribellione è rappresentato proprio dall’arrivo dei Cacciacripta, capaci di cambiare le sorti del conflitto e il destino di Kairos.
La narrazione di Borderlands 4 riesce a bilanciare in modo più equilibrato, rispetto al passato, i momenti ironici e il caos tipico della serie. Ne emerge una storia che alterna sequenze più seriose e drammatiche a episodi leggeri, permeati dal tono comico e sopra le righe che da sempre caratterizza ogni capitolo. Peccato per l’ennesimo villain che, pur risultando più convincente rispetto alle gemelle Calypso del terzo capitolo (non che ci volesse molto), non riesce a bucare lo schermo come fece l’indimenticabile Handsome Jack di Borderlands 2. Quelle vette narrative restano, ancora oggi, irraggiungibili.
C’è di buono che la struttura narrativa offre ampia libertà al giocatore, un po’ come fa la saga Assassin’s Creed, affidando una serie di obiettivi affrontabili nell’ordine preferito. Ad eccezione di una prima parte più lineare e circoscritta a una piccola porzione della mappa, per arrivare alla cittadella inespugnabile del Cronocustode bisogna passare per i suoi tre sottoposti: Idolatra Sol, Lictor l’Abietto e Callis, la Regina degli Espiantati — ognuno situato in un’area differente della mappa e liberamente affrontabile nell’ordine che si preferisce.
Come se non bastassero le oltre 30 ore necessarie per completare la trama principale, Borderlands 4 offre una ricca gamma di contenuti secondari: missioni che approfondiscono i personaggi e la lore di Kairos, taglie, eventi casuali, cripte, mini-boss e molto altro. Insomma, come i suoi predecessori, anche questo quarto capitolo si dimostra capace di intrattenere per diverse decine, se non centinaia, di ore. E a tutto ciò si aggiunge un endgame che merita una parentesi a parte e di cui parlerò più avanti.
Four Horsemen
Nuovo Borderlands, nuovi Cacciacripta: c’è Vex, la sirena oscura capace di evocare un cucciolo di pantera eterea per combattere al suo fianco; Harlowe, l’ex scienziata Maliwan con la mania del controllo gravitazionale, armata di gadget che le consentono di manipolare la gravità stessa; Amon, il classico berserker, un guerriero cresciuto in un culto adoratore dei mostri della Cripta, che combina forza bruta e tecnologia per devastare i nemici; infine Rafa, l’Exo-Soldier, che indossa un esoscheletro con i Cannoni Peacebreaker sulle spalle o, in alternativa, dei pugnali laser per il combattimento corpo a corpo.
La mia scelta è ricaduta proprio su Rafa, forse perché più adatto per un approccio singleplayer, ma appare chiaro come lo stile di tutti e quattro i personaggi riesca ad adattarsi a un ampio spettro di giocatori. Come se non bastasse, ciascuno di essi dispone di tre skill tree, con ben 30 abilità ciascuno tra passive e attive, offrendo una varietà nettamente superiore a quella di Borderlands 2 e 3 messi insieme.
Ogni Cacciacripta ha tre abilità d’azione modificabili nel corso dello sviluppo dello skill tree: nel caso dei Cannoni Peacebreaker di Rafa, ad esempio, è possibile imprimere danni elementali da fuoco o aumentare la probabilità di critico. La specializzazione, inoltre, consente di smontare i cannoni e trasformarli in una torretta autonoma o di sostituire i colpi con razzi più esplosivi.
A livelli più alti entrano in gioco le mod di classe e i Firmware, novità assoluta di questo capitolo. Le mod offrono bonus aggiuntivi e punti abilità extra tramite uno slot dedicato, mentre i Firmware sono potenziamenti speciali che compaiono sull’equipaggiamento e forniscono effetti migliorativi in base al numero di moduli equipaggiati. Equipaggiandone uno il bonus è minore, ma con tre identici (il massimo consentito) il bonus diventa decisamente più consistente.
Mod e Firmware si sbloccano dal livello 25, ma è nell’endgame che esprimono tutto il loro potenziale. I Firmware, in particolare, possono essere trasferiti da un oggetto all’altro tramite un macchinario che si sblocca dopo il completamento della campagna principale.
Il sistema ideato da Gearbox è davvero notevole: le innumerevoli combinazioni garantiscono che anche giocatori che scelgono lo stesso personaggio possano creare build molto diverse tra loro. E, come tradizione della serie Borderlands, si sa come va a finire: si inizia con un personaggio, ma poi si riparte per provarne altri. In questo quarto capitolo, verrà naturale fare un respec delle abilità per testare nuove combinazioni sempre più sperimentali.
“We are in the Endgame, now”
E dato che l’ho citata già due volte, è giunto il momento di aprire la parentesi endgame, perché in Borderlands 4 la fine non è altro che un nuovo inizio. Al termine della storia principale, non c’è il classico New Game+, bensì una sua evoluzione chiamata Ultimate Vault Hunter (UVH).
Questa modalità introduce cinque livelli di difficoltà crescente, nuove sfide, loot di qualità superiore e contenuti endgame dedicati. Inoltre, non è necessario ricominciare la campagna da zero per cambiare personaggio: con la modalità UVH è possibile ripartire con un eroe già al livello 30, con la storia considerata completata. Tuttavia, l’equipaggiamento e i progressi ottenuti in precedenza non vengono trasferiti.
In questa fase avanzata entrano in gioco funzionalità pensate specificamente per prolungare la longevità: la già citata gestione dei Firmware, il mercato nero di Maurice e le sfide settimanali. Tra queste spiccano le Wildcards, versioni potenziate di missioni già completate durante la campagna principale, arricchite da modificatori casuali che rendono i nemici più resistenti, aggressivi o dotati di abilità speciali.
Ci sono poi i Big Encore Boss, ovvero versioni potenziate e molto più impegnative di boss già sconfitti. Oltre ad avere maggiore resistenza e danni aumentati, presentano meccaniche di combattimento più complesse e articolate. Sia le Wildcards che i Big Encore Boss offrono bottini leggendari e ricompense generose, rendendo ogni scontro un’esperienza davvero appagante.
Infine, il futuro del titolo sembra particolarmente promettente, con eventi come l’imminente Orrore su Kairos, i boss invincibili, e i futuri DLC a pagamento – tra cui gli attesi Story Pack che introdurranno nuove storie, missioni e, soprattutto, nuovi Cacciacripta.
Mille milioni di armi
Il primo Borderlands è entrato nel Guinness World Records come videogioco con il maggior numero di armi, record che il sequel ha successivamente superato. Borderlands 4 promette di oltrepassare anche quella cifra, vantando addirittura 30 miliardi di combinazioni grazie a un nuovo e più sofisticato sistema procedurale.
Accanto alle classiche case produttrici come Jakobs, Vladof, Maliwan, Torgue e Tediore, fanno il loro debutto tre nuovi brand: Order, Ripper e Daedalus. Quest’ultime sono armi ibride che introducono il fuoco secondario, attivabile tramite un apposito pulsante, che consente di modificare in tempo reale il comportamento dell’arma — si può passare da proiettili standard a granate esplosive, attivare un arpione gravitazionale o persino cambiare il tipo di munizioni.
Le Order si distinguono per le munizioni sovraccaricabili e l’altissima precisione, mentre le Ripper puntano tutto sul fuoco automatico per mantenere una costante pressione sugli avversari. Le granate, invece, possono ora essere sostituite da armi pesanti come lanciarazzi e cannoni energetici, strumenti devastanti che non consumano munizioni ma richiedono un tempo di ricarica ciclico dopo ogni utilizzo.
Anche qui, come per lo sviluppo delle classi, ogni giocatore troverà l’occasione di sperimentare e individuare il proprio produttore preferito. È affascinante notare come ciascuno riesca ad adattarsi a diversi stili di gioco e tipi di build: Jakobs si conferma ideale per chi punta sui colpi critici, Vladof domina grazie alla sua elevata velocità di fuoco, Maliwan eccelle nei danni elementali, mentre Torgue offre potenza bruta con i suoi esplosivi e Tediore brilla per le ricariche rapide accompagnate da effetti spettacolari. Le nuove Order diventano perfette per chi preferisce la precisione chirurgica, le Ripper soddisfano chi ama il ritmo serrato degli scontri ravvicinati, e le Daedalus introducono quel tocco di imprevedibilità che mantiene sempre alta la tensione sul campo di battaglia
Tutto bellissimo, ma quando si gioca?
Tutto questo spiegare sarebbe riduttivo se non si parlasse anche dell’esperienza pratica, perché Borderlands 4 è, a tutti gli effetti, un vero Borderlands. Tuttavia, limitarlo a questa semplice definizione non renderebbe giustizia al lavoro dei ragazzi di Gearbox. Da un lato, il gioco poggia su fondamenta solide e familiari; dall’altro, introduce novità che rendono il gameplay più fresco, fluido e dinamico che mai.
Innanzitutto, Borderlands 4 è il primo capitolo davvero open world della serie. Il mondo di Kairos, suddiviso in macro-zone interconnesse, è esplorabile senza interruzioni, eliminando i caricamenti che separavano le mappe nei titoli precedenti. Per muoversi rapidamente arriva la Digirunner, una moto spaziale personalizzabile ed evocabile istantaneamente con la pressione di un tasto. Questo veicolo sostituisce le vecchie Catch-A-Ride, più lente e vincolate a punti specifici della mappa, e rende gli spostamenti decisamente più agili e immediati. A supporto dell’esplorazione c’è anche Echo-4, un piccolo robot assistente che segnala in tempo reale il percorso migliore con un semplice tocco.
Quando l’azione entra nel vivo, Borderlands 4 ritrova il suo inconfondibile caos controllato, ma abbandona la staticità del passato. Il gioco introduce una serie di meccaniche di movimento inedite per la saga, che rivoluzionano il ritmo degli scontri: schivate, doppi salti, planata e soprattutto un rampino multifunzione, utile sia per l’attacco che per l’esplorazione. Con esso è possibile afferrare elementi dello scenario — come barili esplosivi — e lanciarli contro i nemici, oppure usarlo per proiettarsi verso l’alto e raggiungere zone sopraelevate.
Il level design è stato ripensato a fondo per valorizzare questa nuova libertà d’azione, introducendo una verticalità mai vista prima nella serie. Tuttavia, non tutto è completamente libero: il rampino può essere utilizzato solo su punti specifici dello scenario, un limite che talvolta smorza l’entusiasmo esplorativo. Anche i boss sono stati riprogettati per sfruttare l’agilità dei nuovi Cacciacripta, mentre i nemici comuni vantano un’intelligenza artificiale più aggressiva, capace di spingere costantemente all’azione. In breve: chi si ferma, è perduto.
Da Pandora a Kairos
Kairos non è solo un inospitale pianeta in cui si combatte l’eterna guerra tra ordine e caos, ma anche una terra straordinaria da esplorare, ricca di fascino e varietà. Il pianeta si presenta come un mosaico di biomi unici che cambiano radicalmente da una regione all’altra: si passa dalle colline ventose delle Tramonterre alle distese rocciose delle Terrarse di Carcadia, fino ad arrivare alle vette glaciali di Terminus e alla maestosa cittadella di Dominion, dimora del temibile villain. L’open world appare vivo e dinamico, animato da astronavi che precipitano sulle colline, fauna locale e personaggi non giocanti che si uniscono spontaneamente alle battaglie in corso, rendendo il mondo di gioco più reattivo e credibile.
Il cel shading, da sempre marchio distintivo della saga, qui raggiunge una nuova maturità: i colori sono vividi e coerenti con il tono sopra le righe di Borderlands, e riescono a dare personalità tanto ai personaggi quanto agli scenari. Lo stile grafico aiuta anche a mascherare un livello di dettaglio non sempre al top, eppure il colpo d’occhio resta spettacolare.
Sul fronte tecnico, la versione Xbox Series X da me testata offre un 4K dinamico con un frame rate che punta ai 60 fps ma fatica a mantenerli con costanza, scendendo spesso a 30 o 45 fotogrammi al secondo nelle situazioni più concitate. Si notano inoltre problemi di ottimizzazione nella gestione di shader e caricamenti, soprattutto nelle prime ore di gioco. Tuttavia, l’impatto visivo beneficia delle tecnologie di Unreal Engine 5, come Lumen e Nanite, che garantiscono una resa della luce e dei dettagli sensibilmente superiore rispetto ai capitoli precedenti.
Nulla da eccepire invece sul comparto sonoro: il doppiaggio interamente in italiano è solido e ben recitato, mentre la colonna sonora accompagna con coerenza l’azione, pur senza regalarci brani davvero memorabili.
Bentornato!
Borderlands 4 è il grande ritorno che i fan della serie aspettavano: ambizioso, più libero, più dinamico. Pur non rivoluzionando la formula alla base della saga, riesce a perfezionarla, amalgamando meglio che mai ironia, caos e libertà d’azione. L’introduzione di un vero open world, i nuovi Cacciacripta, la quantità quasi infinita di armi e un corposo endgame danno nuova linfa vitale alla serie di Gearbox.
Non tutte le novità, però, centrano pienamente il bersaglio: l’ottimizzazione tecnica è ancora da rifinire e alcuni limiti dell’esplorazione riducono leggermente l’impatto dell’open world. Detto ciò, Borderlands 4 resta uno sparatutto spassoso, ricco e pieno di personalità, capace di coinvolgere per decine di ore e di far sorridere tra una raffica di colpi e una battuta fuori luogo.