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Recensione A Plague Tale: Innocence

di: Simone Cantini

Pur con tutto il suo essere un periodo estremamente controverso, ricco di contraddizioni e situazioni a tratti inconcepibili per l’uomo moderno, è innegabile come il Medio Evo eserciti ancora oggi un fascino duro a morire. E ne sono un chiaro esempio le varie opere che scelgono di ambientare le proprie storie all’interno di quelli che sono, talvolta a torto, definiti come Secoli Bui. Tra gli ultimi esponenti di questa folta schiera di seguaci, ecco arrivare A Plague Tale: Innocence, opera dei transalpini ragazzi di Asobo Studio, che promette di farci vivere in prima persona i tragici eventi dell’epidemia di peste che flagello la Francia (e l’Europa intera) a metà del XIV secolo.

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Innocenza perduta

Ambientato nel 1348, A Plague Tale: Innocence ci porterà ad incrociare il pad con i fratelli Amicia ed Hugo de Rune, figli di un rispettato cavaliere francese. Sebbene così strettamente imparentati, i ragazzi sono quasi estranei l’uno all’altro: Amicia è una ragazza solare e forte, che cova il desiderio di diventare essa stessa un cavaliere, mentre il piccolo Hugo vive recluso nella magione dei de Rune, costretto all’isolamento da una misteriosa malattia a cui la madre cerca da anni di trovare un rimedio. Per quanto così distanti, le loro vite finiranno bruscamente per intrecciarsi in modo indissolubile quando i membri dell’inquisizione faranno irruzione nella tenuta, in cerca del piccolo Hugo: in pochi attimi il loro mondo verrà spazzato via, così come la vita dei genitori e dei servitori, ed i due si ritroveranno costretti a fuggire per avere salva la vita. Avrà così inizio un viaggio verso la salvezza, all’interno di un mondo flagellato dalla minaccia costante della peste ed in cui ogni essere umano può rappresentare un pericolo mortale. Oltre agli uomini dell’inquisizione, però, Amicia ed Hugo dovranno fare attenzione alle fameliche orde di ratti infetti che infestano il territorio, che non esiteranno a lanciarsi contro ogni forma di vita, solo per ridurla a brandelli in una esile manciata di secondi. Soli e spaventati, catapultati in un mondo a loro sconosciuto ed ostile, i due fratelli finiranno per conoscersi ed affezionarsi poco alla volta, divenendo pian piano uno il naturale prolungamento dell’altro. Fortemente improntato sulla narrazione, A Plague Tale: Innocence ricorda per certi versi l’epopea di Joel ed Ellie, pur con i dovuti distinguo, ma non mancano anche richiami ad altre produzioni, si chiamino esse ICO o Brothers: A Tale of Two Sons. Ed è proprio la scrittura, pur con qualche forzatura utile a render più videogicosa l’esperienza, a rappresentare uno dei punti di forza della produzione Asobo Studio, che non si vergogna di mostrare un universo crudo e spietato, un brutale affresco (per quanto romanzato e a tratti esagerato) di quel periodo storico anticipato in apertura di recensione, in cui Amicia ed Hugo finiranno per spiccare in modo prepotente, pur potendo contare sul supporto di uno sparuto cast di comprimari. E sarà proprio la voglia di vedere crescere i due protagonisti, unita allo stimolo di venire a capo del mistero che circola attorno alla malattia del giovane e alle mire dell’inquisizione, che ci spingerà ad attraversare con interesse i 17 capitoli che compongono l’avventura, grazie anche ad un ritmo ed un bilanciamento tra fasi narrative e giocate ottimamente calibrato. E pur non trattandosi di un’esclusiva dal budget spropositato, c’è solo da fare i complimenti al modo maturo e consapevole con cui tutti questi elementi sono stati amalgamati dai ragazzi del team, che si sono rivelati capaci di imbastire una storia avvincente e ben costruita.

Il peso della semplicità

La situazione cambia leggermente, però, non appena ci apprestiamo a prendere confidenza con il gameplay di A Plague Tale: Innocence che, nonostante gli sforzi compiuti da Asobo, non riesce a procedere di pari passi con il comparto narrativo. Prima però di lanciarsi in inopportuni allarmismi (scongiurati dal palese voto finale), è bene esaminare nel dettaglio cosa il titolo abbia in serbo per il nostro pad. La quasi totalità dell’esperienza, essendo Amicia una semplice ragazza, ruoterà attorno a delle elementari meccaniche stealth: al di là delle brevi fasi più esplorative, all’interno di stage comunque strutturati in forma di corridoi, dovremo cercare di evitare le guardie nemiche e, per farlo, avremo a diposizione ripari, cespugli (quando all’aperto), oppure la nostra fionda, l’unica arma a disposizione, che potremo utilizzare per creare dei diversivi sonori, oppure uccidere silenziosamente. Non si tratta, invero, di niente di complesso, complice anche un’IA nemica non proprio brillantissima, ma che alla fine dei giochi finisce per funzionare, pur senza eccellere. Qualora le cose dovessero precipitare, potremo tentare di sopraffare i nemici per mezzo della citata fionda, tra l’altro potenziabile per mezzo di un esile sistema di upgrade. Si tratta, comunque, di un’evenienza utile solo come ultimo e disperato tentativo, visto che basterà un singolo colpo per venire uccisi. Per quanto molto limitate come approccio, almeno nel primo terzo dell’avventura, le cose iniziano a farsi interessanti non appena entreremo in possesso di proiettili che esuleranno dalle semplici pietre, che ci consentiranno di corrodere gli elmi delle truppe corazzate, narcotizzarle, accendere o spegnere i fuochi, oppure attirare i topi. Già, perché tra le minacce di A Plague Tale: Innocence, come già detto, ci sono anche questi feroci roditori, che potremo tenere a debita distanza solo per mezzo del fuoco (almeno fino al verificarsi di un particolare evento nelle battute finali). Sapersi destreggiare tra zone di ombra e luce, quindi, diventerà fondamentale, così come la nostra capacità di lettura dello scenario, che sarà indispensabile per poter sfruttare a nostro vantaggio la letale potenza delle migliaia di ratti che invaderanno lo schermo. A chiudere il novero di opzioni ludiche, troviamo inoltre alcune sezioni puzzle e la possibilità di craftare i nostri proiettili, ovviamente per mezzo dei vari materiali che recuperabili nelle aree di gioco. Per quanto, come già detto, tutte queste meccaniche finiscano per galleggiare in una sorta di limbo a tratti anonimo, vista l’estrema semplicità con cui tutto è confezionato, il modo in cui ogni singolo elemento è calato all’interno del contesto finisce per smussare qualsiasi palese spigolosità dei vari elementi del gameplay.

Il fascino della morte

Laddove è davvero arduo muovere critiche veementi nei confronti di A Plague Tale: Innocence, è senza dubbio nei riguardi del comparto tecnico della produzione, a partire dal curatissimo aspetto grafico. Il lavoro svolto a livello estetico è difatti pregevolissimo, con ambienti estremamente dettagliati e definiti, ricchi di una complessità generale a livello delle produzioni tripla A più blasonate. Ovviamente ha giovato la scelta di ambientare il tutto all’interno di stage dalle dimensioni contenute, ma non per questo sarebbe corretto sminuire il lavoro svolto dai grafici del team. Il mondo di A Plague Tale: Innocence è cupo, oscuro, decadente, intriso di una brutalità ed una ferocia spiccate laddove sceglie di mostrarci uno sterminato campo di battaglia ricolmo di una quantità spropositata di cadaveri, oppure un villaggio di appestati in cui i corpi in decomposizione degli infetti si ammassano lungo le strade. È però anche in grado di rapirci con scorci delicati e poetici, nei rari momenti in cui cerca di allontanare per qualche fugace attimo il giocatore dai miasmi della morte. Ed in questo vibrante affresco spiccano loro, i due protagonisti della storia, realizzati in modo impeccabile e dotati di una espressività recitativa non certo trascurabile, grazie anche ad un convincente doppiaggio in lingua inglese (sottotitolato in italiano). Certo, Amicia ricorda per certi tratti sia Aloy che Ellie, ma personalmente ho visto questa somiglianza più come un omaggio che come banale mancanza di idee. Impressiona in modo positivo, pur nella sua sconfortante repellenza, il modo in cui sono gestite le orde di ratti, formate letteralmente da centinaia e centinaia di elementi in costante movimento, così come la gestione delle fondamentali fonti di illuminazione. Ed il tutto è tenuto in piedi in modo magistrale, almeno su PS4 Pro, da un motore di gioco sempre fluido e reattivo, capace di accompagnare Amicia ed Hugo senza alcun tentennamento. A voler proprio essere pignoli si può recriminare in merito ai pochi modelli di nemici presenti, oltre che su qualche animazione un pochino inferiore al resto, ma in definitiva i quasi 40 gigabyte che andranno ad alloggiare sul nostro hard disk sono ampiamente giustificati.

Si può essere un signor videogame pur presentando un gameplay privo di reali eccellenze? Bene, la risposta a questa scottante domanda può essere sì, se a fornircela è una produzione del calibro di A Plague Tale: Innocence. Il lavoro di Asobo Studio, difatti, non nasconde di puntare forte sul binomio estetico/narrativo, lasciando quasi in disparte la parte più giocosa, che pur limitandosi al compitino, non finisce per essere sacrificata in modo evidente. È una situazione alquanto strana, ma pur presentando meccaniche alquanto basilari, l’amalgama finale finisce per raggiungere vette decisamente ben più elevate di quelle che uno sguardo superficiale potrebbe lasciare supporre: l’appagamento generale non latita mai, così come la voglia di andare avanti e vedere dove il destino condurrà Amicia ed Hugo, e questo non potrebbe certo verificarsi se il tutto fosse calato all’interno di un contesto mediocre. A Plague Tale: Innocence è la dimostrazione di come non sempre serva strafare per centrare l’obiettivo, ma di come siano le idee a fare la differenza, anche se nate all’ombra di una rassicurante semplicità.