Comic Recensione

Low

di: Simone Cantini

Difficile circoscrivere all’interno di un confine definito l’estro di David Bowie. Il Duca Bianco, difatti, è quanto di più sfuggente ci possa essere quando si parla di semplici etichette, avendo vissute mille e è più stagioni della scena musicale mondiale, anticipando o anche creando da zero vere e proprie tendenze. Dalla solitudine di Major Tom, all’istrionismo di Ziggy Stardust, passando per l’elettronica e il glam più spinto, Bowie ha sempre saputo vedere oltre, rappresentando uno degli artisti più eclettici e completi che siano mai scesi sulla Terra. E a raccontare una figura tanto complessa e tutt’altro che scontata e prevedibile ci ha pensato Reinhard Kleist, che con Low (secondo capitolo della sua biografia a fumetti iniziata con Starman ed edito anche questo caso da Bao), chiude il cerchio attorno al percorso dell’artista, raccontandone gli anni berlinesi, che seppero regalarci tre album indimenticabili. Come indimenticabile è la sua arte senza tempo.

1976: Fuga da Los Angeles

Dopo averci raccontato la cavalcata che aveva portato David Bowie a conquistare gli States, al punto da trasferirvisi in pianta stabile, Reinhard Kleist compie una brusca deviazione, sposta decisamente il focus della narrazione: stanco di ciò che aveva costruito, perennemente in cerca di novità e di settare nuovi standard musicali il Bowie di Low rigetta con forza la comfort zone che si è costruito negli Stati Uniti, desideroso di nuove sperimentazioni. E proprio questo suo bisogno di fuga dal glamour e dalla fama lo porterà a Berlino, nella seconda metà degli anni ’70, in cerca di un nuovo spazio creativo ed umano totalmente personale. La capitale tedesca era in quel periodo uno dei centri nevralgici della musica, un agglomerato di note in continuo fermento, capaci di infrangere le regole consolidate sino a quel momento.

E sarà proprio nel luogo in cui Kraftwerk e molti altri andavano rompendo con veemenza gli schemi, che Bowie trova terreno fertile per il proprio ego ed il proprio talento, finalmente libero di potersi esprimere senza avere costantemente addosso gli occhi del pubblico. Un periodo fatto di eccessi e sperimentazioni, vissute spesso in compagnia dell’amico Iggy Pop, con cui condividerà un appartamento le cui mura avrebbero ancora oggi molto da raccontare. Un viaggio, quello berlinese, che porterà l’artista a collaborare con tecnici e musicisti all’avanguardia, e che sublimeranno in un trittico di album capaci di mostrare con forza la capacità di Bowie di cambiare costantemente pelle: Low, Heroes e Lodger.

Dietro le maschere

Non era certo semplice condensare in due volumi l’ingombrante estro del Duca Bianco, e sotto certi punti di vista il lavoro di Reinhard Kleist paga il doversi confrontare con un simile gigante. Gli inciampi di questo scontro impari emergono nella struttura del fumetto, che non segue un filo temporale univo, ma spazia tra passato e presente (quello della Berlino del tempo, ovviamente), viaggiando tra flashback e quotidianità in maniera non sempre molto semplice da seguire. A latitare è anche l’atmosfera vibrante della scena musicale tedesca, che pare quasi lasciata timidamente in disparte, preferendo metter maggiormente in luce gli aspetti più personali ed emotivi dell’artista: dal rapporto conflittuale con l’ex moglie e il figlio Zowie (quel Duncan Jones che ci ha regalato il gioiellino sci-fi Moon), all’amicizia umana e creativa con Iggy Pop, passando per gli amori non proprio convenzionali ne potevano minare la credibilità.

Si tratta di una scelta consapevole da parte di Reinhard Kleist, che spostando così il centro del racconto rende Low un lavoro che potrebbe scontentare chi è in cerca di una graphic novel maggiormente incentrata sul percorso artistico di Bowie. Vero è, però, che per comprendere l’artista è spesso necessario conoscere prima l’uomo che si cela dietro la maschera, soprattutto se sono molteplici come quelle della personalità in questione.

Colpisce in pieno, invece, lo stile adottato per mettere in scena quegli anni tumultuosi, che strizzando l’occhio alla Marvel degli anni ’80, rende la figura di Bowie simile a quella di un vero supereroe con superproblemi. Costretto a scendere a patti con la gretta e prevedibile realtà, la sua debordante creatività ed il suo voler costantemente rompere le consuetudini più collaudate, Bowie vive perennemente in preda ad un conflitto interiore, costretto anche a confrontarsi con il suo ingombrante passato musicale. Tra obblighi contrattuali tutt’altro che affini ad uno spirito libero, l’artista cercherà perennemente di sfuggire a questi lacci invisibili, ed in tal senso il modo in cui Reinhard Kleist rende tale questa frattura tra idealismo e concretezza è indubbiamente ben calibrato.

La traiettoria che emerge da Low è quella di un artista che, pur attraversando crisi, fughe e rinascite, non smette mai di interrogarsi su chi è e su chi potrebbe diventare. Nel raccontare la Berlino di Bowie, Reinhard Kleist non costruisce un monumento, ma un ritratto vivo, contraddittorio, a tratti spigoloso: un uomo che tenta di liberarsi dal peso del proprio mito per ritrovare un nucleo creativo più autentico. È forse questo il merito più grande del volume: ricordarci che dietro l’icona c’era un essere umano inquieto, fragile e visionario, capace di trasformare ogni frattura in un nuovo linguaggio. E se alcune scelte narrative possono lasciare il lettore in bilico, resta intatta la sensazione di assistere a un momento irripetibile, in cui Bowie si reinventa ancora una volta, dimostrando che la sua vera patria non è mai stata un luogo, ma il cambiamento stesso.