The Inpatient - Recensione

I ragazzi di Supermassive devono averci preso gusto, visto che in pochissimi anni è già il terzo titolo che collocano all’interno dell’universo sdoganato da Until Dawn. Sì, perché dopo il gioco omonimo ed il suo spin-off on rail, le ambientazioni ideate dal team inglese tornano ancora una volta a titillare le pupille oscurate dal PlayStation VR in The Inpatient, horror in prima persona che ha il compito di fungere da vero e proprio prequel alle vicende narrate nell’esclusiva standard sbarcata su PS4 nel 2015.

Schegge di memoria

Difficile scendere nei dettagli narrativi che fungono da cornice alle vicende di The Inpatient, visto che trattandosi di una produzione che riprende in tutto e per tutto il famoso Effetto Farfalla già apprezzato in Until Dawn, ogni parola di troppo potrebbe scivolare pesantemente nell’arduo terreno degli spoiler. Sì, perché nel gioco, nonostante la sua già citata natura horror, saranno le nostre scelte, sia relazionali che attive, a determinare lo svolgimento della trama, fino a portarci al raggiungimento di uno dei molteplici finali che i ragazzi di Supermassive hanno sviluppato per noi. E mai come in questo caso è lecito parlare al plurale, visto che a differenza del fratello maggiore, in cui l’esito conclusivo risultava ineluttabile e granitico, in The Inpatient non assisteremo al classico percorso che conduce da un punto A ad uno B, pur con le sue brave divagazioni, ma abbracceremo di volta in volta conclusioni realmente differenti tra loro. Sotto questo aspetto il nuovo lavoro del team sembra sposare in maniera molto più convincente il meccanismo causa/effetto sperimentato nei titoli di Cage e similari, proponendo dialoghi ed interazioni che si adatteranno in maniera marcata alle nostre azioni. Tutto ruoterà comunque attorno alla scoperta del passato del nostro alter ego, che interrogato dal misterioso dottor Bragg, responsabile del famoso (per chi ha già giocato ad Until Dawn) sanatorio di Blackwood, si ritroverà rinchiuso nella struttura in stato confusionale, e tra sogni allucinati e indecifrabili compagni di sventura, dovrà mettere in ordine i suoi ricordi sconnessi. Le premesse, per quanto abusate e non certo originali, godono comunque di un certo fascino e, complice l’immersività assoluta garantita dal PlayStation VR, riescono a calarci in maniera efficace all’interno dell’atmosfera malata che si respira nella casa di cura. Il problema principale di The Inpatient, però, è da riscontrare nella non certo elevata longevità generale che caratterizza ciascun playthrough (stimato in circa 3 ore), che finisce con il gravare in modo percettibile sulla scrittura di alcuni personaggi e di certe situazioni. Per quanto il cast di individui con cui andremo ad interagire non sia mai troppo dilatato, spiace notare come la loro caratterizzazione si riveli altalenante, dato che per i citati motivi di tempo alcune situazioni si risolvono in maniera decisamente troppo sbrigativa, finendo con lasciare quasi in sospeso determinate sfaccettature. La stessa struttura narrativa, suddivisa idealmente in due tronconi principali, si barcamena tra alti e bassi: la prima sezione, più introspettiva e psicologica, lascia presagire uno sviluppo disturbante, quasi onirico, e nonostante sia quella prevalentemente più statica è qua che si respirano i momenti più ispirati di The Inpatient. Le cose cambiano non appena arriviamo a metà, e l’orrore finisce per perdere le sue connotazioni più sfumate per trasformarsi in qualcosa di più tangibile e, per certi versi (e qua non aggiungo altro!), decisamente più prevedibile e scontato.

La voce della paura

A livello di puro gameplay, The Inpatient sembra rifarsi in maniera marcata alle iniziali intenzioni ludiche da cui scaturì l’esperienza di Until Dawn: il tutto, difatti, nacque come avventura in prima persona destinata al PlayStation Move, in cui una delle due periferiche avrebbe dovuto essere dedicata alla gestione della torcia. Ecco, sebbene il tutto possa in questo caso essere giocato anche attraverso un classico DualShock 4, è evidente come la periferica di movimento rappresenti il mezzo più indicato per lasciarsi coinvolgere maggiormente dalle atmosfere del titolo Supermassive. Pur essendo una produzione a metà tra il walking simulator e l’avventura interattiva, la coppia di “gelati” Sony riesce a gestire in modo ottimale lo spostamento del nostro avatar, con il movimento in avanti demandato alla pressione del tasto principale del controller sinistro e la rotazione legata all’inclinazione (e relativo schiacciamento di un pulsante) di quello destro. Complice l’azione compassata, la scelta si rivela azzeccata, anche se a livello di interazione con i vari oggetti (i Move gestiscono anche lo spostamento delle mani) si riscontrano alcune incertezze. Interessante e ben implementata, invece, la funzione di riconoscimento vocale che, a patto di trovarsi in un ambiente non troppo rumoroso, ci permette di rispondere direttamente per mezzo della nostra voce alle varie domande che ci saranno di volta in volta sottoposte dai personaggi. Vero che si può comunque demandare tale funzione alla semplice pressione di un tasto, ma trattandosi di un prodotto destinato alla realtà virtuale, il triplice coinvolgimento (visivo/tattile/vocale) rappresenta un quid decisamente interessante e che sarebbe un vero peccato non sfruttare. Anche perché a livello puramente tecnico, complice la natura videoludica di The Inpatient, la presentazione estetica si attesta su livelli davvero interessanti, con ambienti ben definiti, personaggi che godono di una modellazione ed una recitazione digitale convincente, a cui si accompagna una gestione delle fonti luminose davvero impeccabile. Il pulviscolo che svolazza nell’aria a pochi centimetri dal nostro viso, giochi di luce improvvisi e sfuggenti, uniti ad un audio fenomenale, sono elementi in grado di sposarsi alla perfezione con il PlayStation VR e che finiscono per farci sentire davvero rinchiusi tra le claustrofobiche pareti del sanatorio di Blackwood.

The Inpatient non è certo l’horror perfetto per PlayStation VR (citofonare Resident Evil 7), né uno dei suoi titoli sicuramente più iconici e riusciti. La produzione Supermassive, pur non mancando di presentare spunti e situazioni decisamente interessanti e coinvolgenti, si è rivelata un’esperienza un po’ troppo condensata, elemento che finisce per sacrificare alcuni aspetti della sua essenza narrativa. Vero è che la rigiocabilità, in virtù dei suoi molteplici snodi, finisce per far lievitare sensibilmente il monte delle ore spese in sua compagnia, ma dispiace comunque vedere come il tutto finisca per esaurirsi talvolta in maniera un po’ troppo sbrigativa. The Inpatient resta comunque un’esperienza interessante e che, soprattutto nella prima parte, non mancherà di farvi correre più di un sinistro brivido lungo la spina dorsale.

  • Molteplici finali e snodi narrativi

  • Il riconoscimento vocale aumenta l’immedesimazione

  • Comparto tecnico solido

  • Troppo sbrigativo in alcune situazioni

  • Qualche incertezza nell’interazione con gli oggetti

Un Commento a “The Inpatient”

  1. Macchiaiolo on

    Spero vivamente che questa deriva horror che ha preso il VR finisca presto o comunque si vada ad affievolirsi.
    Il panorama VR oggi è horror o minigiochi.
    La potenzialità della realtà virtuale dovrebbe essere espressa teletrasportando il giocatore in un mondo fantastico, non necessariamente oscuro e pauroso (compitino fin troppo facile, sia tecnicamente che a livello di contenuti).
    Farpoint è un esempio di cosa fare, ma anche Skyrim seppur abbia troppi problemi dovuti al fatto di non essere un prodotto nato e pensato per la VR (interfaccia, fisica, interazione con il mondo di gioco, etc..).
    Spero vivamente di vedere prodotti nuovi, oltre ai soliti horror.
    Personalmente sono ansioso per Starchild, Moss, Golem e Megalith.

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