Statik - Recensione

A dispetto di un portfolio che può vantare titoli dall’aspetto quanto mai spensierato e giocoso come Little Big Planet e Tearaway Unfolded, i ragazzi di Tarsier Studio nascondono un’indole decisamente ben più tenebrosa ed oscura. Basta pensare ai toni cupi e disturbanti del loro recentissimo Little Nightmares e, seppur in maniera più subdola, all’apparentemente scientifico scenario al cui interno prendono vita le sadiche vicende di Statik, titolo da poco arrivato in esclusiva su PlayStation VR.

Mani in pasta

Ritrovarsi con le mani intrappolate in una scatola dall’aspetto non troppo rassicurante, sotto lo sguardo interessato di uno scienziato senza volto, mentre siamo legati ad una sinistra poltrona meccanizzata, è un’esperienza alquanto sgradevole. Ed è in una simile situazione, vissuta all’interno di un laboratorio a metà strada tra l’asettico di Portal ed il misterioso della Dharma, che Statik prende forma direttamente sotto in nostri occhi. In balia del dottor Ingen, senza neppure sapere bene il perché, saremo osservati come inermi topi di laboratorio mentre cercheremo di venire a capo dei meccanismi che, di volta in volta, troveremo avvolti attorno alle nostre estremità superiori. Scatole strane, ricoperte di bizzarri congegni di cui dovremo carpirne il funzionamento, potendo contare unicamente sul nostro pad. Il tutto, trattandosi di un misterioso test, senza avere alcun indizio in merito: starà a noi, osservando l’ambiente circostante e utilizzando TUTTI i pulsanti del DualShock, comprendere a cosa possa mai servire quell’oscilloscopio, quale numero si debba comporre sul disco telefonico incastonato a pochi centimetri dal nostro corpo, oppure in quale modo si possa replicare una geometrica ombra cinese. Non avete capito assolutamente nulla, giusto? Bene, allora ho reso alla perfezione le sensazioni che ci attanaglieranno in Statik. Comprendere la logica dietro ad ogni enigma è un percorso straniante, quasi oppressivo, il cui fastidio è acuito in maniera subdola dal silenzio assordante in cui sono immerse quasi tutte le aree di test. Un silenzio interrotto unicamente dal respiro e dagli sporadici commenti del nostro flemmatico carceriere e dai ronzii degli apparecchi elettronici che, di tanto in tanto, troveremo al nostro fianco. Pur privo di un reale senso di urgenza (niente timer o minacce in agguato), la voglia di compiacere il più velocemente Ingen sarà palpabile, così come il desiderio di ricevere in premio la nostra brava dose di sonnifero, in attesa di svegliarsi e prendere parte al prossimo test. Oltre alle citate prove di logica non mancheranno anche alcuni momenti più “rilassati”, in cui dovremo indicare le sensazioni suscitate da alcune immagini: si tratta di semplici fasi defaticanti, ma che contribuiscono ad acuire il senso di opprimente impotenza.

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Questione di logica

Giocando tutto sulla staticità e le elucubrazioni mentali, il comparto tecnico del lavoro firmato Tarsier si attesta su livelli più che validi. La pulizia dell’immagine è elevatissima, fattore che ha permesso di caratterizzare alla perfezione e rendere estremamente chiari e leggibili tutti i vari meccanismi di test. Anche gli ambienti, per quanto volutamente minimali, godono del medesimo trattamento e contribuiscono (assieme all’ovvia visuale in prima persona) ad assecondare in maniera efficace sia l’aspetto narrativo (per quanto blando e sibillino) che quello puramente ludico. Essenziale, come già scritto, l’accompagnamento sonoro, il quale può contare unicamente sulla voce di Ingen ed i vari rumori ambientali. Peccato che, al solito, il tutto venga proposto esclusivamente in lingua inglese, sia per ciò che concerne il parlato, sia per i sottotitoli: è vero che sono presenti due enigmi basati pesantemente sul vocabolario originale, ma un piccolo sforzo avrebbe potuto essere fatto in tal senso. Si tratta, comunque, di una mancanza di poco conto, dato che il grosso della sfida proposta da Statik si basa sull’impiego delle ben più universali sinapsi. Parlare, invece, di longevità risulta quanto mai soggettivo, dato che un simile valore è pesantemente influenzato dalla capacità di ragionamento proprie di ciascun player. Confrontandomi con il web, però, hio raggiunto la consapevolezza di essere un genio, dato che ho impiegato poco più di 2 ore per giungere al primo dei due finali previsti dal gioco, a dispetto di una media generale che pare attestarsi attorno alle 4-5 ore. Ed il mio ego ringrazia. Una piccola nota a margine la voglio spendere sui Trofei, anche essi strutturati in maniera intelligentissima e capaci di rappresentare, visti i metodi necessari allo sblocco di quelli non legati alla normale progressione, una sorta di gioco nel gioco. Presente anche la possibilità di sperimentare un paio di livelli in cooperativa sfruttando la PlayStation App.

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Lontano dall’essere una mera tech demo, a dispetto di quello che si potrebbe credere dopo uno sguardo superficiale, Statik si presenta in grandissima forma all’appuntamento con la realtà virtuale di casa Sony. Il titolo Tarsier, difatti, rappresenta un ottimo ed intelligentissimo puzzle game, forte di un concept apparentemente semplice ma dotato di una sua peculiare genialità. Scandito da una progressione sempre stimolante e varia, la produzione del team scandinavo è un acquisto decisamente consigliato e che, ne sono sicuro, riuscirà a sorprendervi in più di un’occasione.

  • Puzzle intelligenti e stimolanti

  • Visivamente curato

  • Può scatenare frustrazione

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