TV Recensione

Portobello

di: Andrea Campriani

Inizio a scrivere quanto segue volutamente a caldissimo dopo l’esito referendario sulla riforma della separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e pubblici ministeri che ha visto vincere il fronte del No. Vi tranquillizzo: non è certo un comizio, oltretutto a cose (non) fatte appunto e qui poi. Mi serve per altro, eh sì…

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Pappa gallo che l’erba ri(n)cresce

Portobello diretto dal Maestro Marco Bellocchio si compone di 6 episodi da un’ora cad. disponibili su HBO Max a partire dal 13 gennaio 2026 e vede Fabrizio Gifuni nei panni del leggendario conduttore televisivo Enzo Tortora che nella Rai monopolistica di fine anni settanta è l’indiscusso Re degli ascolti fino al 1983.

28000000 di telespettatori, a tanto arriva il picco auditel della trasmissione per cui Tortora diventa un simbolo di disimpegno, intrattenimento elegante che tiene incollate dalle Suore ai militari in caserma, agli ammalati, alle famiglie… in attesa di chi riesca a far parlar il celeberrimo pappagallo al titolo del programma.

Con infamia e con lode

Portobello oltre alla regia di un Maestro quale appunto Marco Bellocchio di cui va recuperato tutto, conta anzitutto di un cast formidabile, partendo da cattivi veri che in questo caso sono camorristi e, peggio ancora, recoconfessi pentiti tra cui si segnalano il boss Raffaele Cutolo (Gianfranco Gallo), Giovanni Pandico (Lino Musella) nonchè Pasquale Barra (Massimiliano Rossi). Questi li riconosci.

Quelli che invece sono, se non addirittura i peggiori o quantomeno  dovrebbero essere gli insospettabili, sono proprio i rappresentanti apicali della giustizia, su tutti il Giudice Istruttore Giorgio Fontana (Alessandro Preziosi) e il Pubblico Ministero Diego Marmo (Fausto Russo Alesi) che vanno oltre il mero giustizialismo: sono il simbolo di un sistema (inquisitorio) che si è almeno in parte cercato di superare con la Riforma Vassalli del 1989 che oltre alla separazione delle carriere giudicanti ed inquirenti apriva la procedura penale al cosìddetto sistema accusatorio quantomeno con uno sguardo allora al mondo e modello anglosassone di common law, con contestuale introduzione della responsabilità civile dei magistrati, poi a più riprese e riviste fino ad oggi.

Nel mezzo ricordiamo che nel 1980 avviene il devastante terremoto che rade quasi al suolo l’Irpinia, per cui Tortora allora all’apice del proprio successo, motivato anche da discendenze paterne campane, si spese personalmente per portare denari alla popolazione flagellata dal sisma e su cui la malavita organizzata, manco a dirlo, ha speculato da par suo. Questo è fondamentale perchè è uno dei capi d’accusa, sulla base del niente, per cui Tortora viene ingiustamente detenuto passando dal carcere di Regina Coeli a quello di Bergamo per un totale di 271 giorni(!) e successivamente messo agli arresti domiciliari, grazie al lavoro che ha fatto la storia dei suoi difensori, i Principi del Foro, gli Avv. Raffaele Della Valle (Davide Mancini) e il Prof. Alberto Dall’Ora (Paolo Pierobon che qui è di nuovo con Romana Maggiora Vergano qui nei panni di Francesca Scopelliti) che letteralmente dovendo apprendere dei capi d’imputazione del loro assistito dai giornali dell’epoca, riescono a smontare e mostrare il cosìddetto castello accusatorio basato sul nulla, ma per cui un innocente, un uomo per bene, incensurato come Tortora ha perso non solo contratti miliardari con Rai e anche la nascente Fininvest dell’epoca, ma anni di vita, pur ottenendo anche un record di preferenze col Partito Radicale di Marco Pannella alle elezioni europee del 1984 rinunziando poi all’immunità. Enzo Tortora viene assolto definitivamente in Cassazione il 13 giugno 1987. Muore a neanche sessanta anni il 18 maggio 1988.

Dove eravamo rimasti?

Non vi ho spoilerato alcunchè sia ben chiaro, pur scendendo nel dettaglio, perchè appunto Portobello ci racconta la storia vera, di persone vere per bene quale appunto sarà per sempre Enzo Tortora, che torna in televisione il 20 febbraio 1987 esordendo con questa celebre frase che ne riconferma l’eleganza, la trasparenza, di un uomo veramente d’altri tempi, quelli che ahinoi non ci sono più da troppo.

Minato nel fisico, ma non nello spirito indomito dell’innocente ingiustamente infamato prima ancora che dell’uomo di classe e cultura, grazie alla regia di Bellocchio che con una messa in scena al solito curatissima, disponendo del cast a dir poco superlativo di cui sopra (ndr mai apprezzato Preziosi altrove!), per l’ennesima volta ci racconta la storia d’Italia, la nostra storia, che non va mai dimenticata. Ricordiamocene sempre nel 2026 perchè, nell’ordinario, senza scomodare la Costituzione, ciascuno faccia la propria parte per essere una brava persona, a prescindere ovviamente dall’eventuale (ndr Tortora era ateo dichiarato eppure infinitamente più empatico di tanti praticanti) credo religioso e politico.