TV Recensione

Ken il Guerriero – Hokuto No Ken

di: Simone Cantini

Scherza con i fanti, ma lascia stare i santi. A costo di essere blasfemo, per il sottoscritto in questa ultima categoria non può che rientrare il buon Kenshiro, vista l’importanza che l’anime (prima) e il manga (dopo) hanno esercitato. Premesso questo, per quanto possa sforzarmi di essere il più asettico possibile, la mia disamina su Ken il Guerriero – Hokuto No Ken (il remake della leggendaria serie disponibile per gli abbonati Prime Video) sarà giocoforza contaminata da quelli che sono i miei personalissimi sentimenti. Sarebbe stato facile esprimere un giudizio già dopo il primissimo trailer, o anche solo dopo l’episodio che apre le danze, ma ho ritenuto giusto attendere la messa in onda della quattordicesima ed ultima (per ora) puntata prima di mettere nero su bianco le mie impressioni. Che indubbiamente risulteranno alquanto in contrasto con i commenti che hanno popolato il web sin dall’annuncio, per poi detonare dopo la diffusione delle prime immagini ufficiali. È innegabile come la magia del lavoro che ha caratterizzato la giovinezza di molti di noi sia impossibile da replicare, ma è anche vero che non tutto è andato poi a farsi benedire: sbagliare era semplicissimo, così come dare vita ad un vero e proprio disastro, ma forse quello che ci siamo ritrovati per le mani non è poi così da buttare.

Per visualizzare i video di terze parti è necessario
accettare i cookie con finalità di marketing.

Siamo alla fine del ventesimo secolo…

Lo so benissimo che, mentalmente, la frase l’avete già completata mentre state leggendo queste righe. Tuttavia, per quanto si sappia perfettamente come la razza umana sia sopravvissuta, una piccola infarinatura per quei 2-3 che non conoscono il contesto narrativo di Ken il Guerriero – Hokuto No Ken penso sia dovuto. Come detto nel titolo del paragrafo, sul finire dello scorso secolo una violenta guerra nucleare ha sconvolto per sempre la superficie del pianeta, facendolo sprofondare nella violenza più totale. In queste lande deserte battute dal sole, si aggirano bande di predoni senza scrupoli, pronte ad uccidere gli indifesi per un tozzo di pane o un sorso d’acqua. Eppure, non tutto è perduto, dato che il successore della Divina Scuola di Hokuto, il Kenshiro in questione, sarà sempre pronto a mettere la sua straordinaria forza al servizio dei più deboli, mentre si sposta di villaggio in villaggio alla ricerca dell’amata Yuria. La donna, rapita dallo spietato Shin della Sacra Scuola di Nanto, sarà la molla da cui prenderà via il primissimo arco narrativo dell’opera firmata Buronson e Tetsuo Hara.

A dispetto della violenza e della spietatezza di questo mondo impazzito, sarà proprio l’amore (per quanto misto ad un forte desiderio di vendetta) a fungere da ideale trait d’union tra le numerose carneficine che si avvicenderanno sullo schermo. Il racconto originale è crudo e spietato, oggi come allora, ma senza mai scadere nella mera gratuità: gli uomini trucidati da Kenshiro saranno sempre brutali scarti umani, esseri più simili a veri e propri mostri che individui degni di pietà. Questo dà vita ad un contrasto assai potente che, unito alla spettacolarità delle letali tecniche assassine della Divina Scuola, si dimostra ancora oggi un escamotage narrativo devastante e attualissimo, capace di fare presa sullo spettatore in un lampo. Relegare il tutto al sangue dei corpi che si deformano prima di esplodere, però, sarebbe quanto mai riduttivo e ingiusto nei confronti di Ken il Guerriero – Hokuto No Ken. La forza principale di questo sfaccettato universo, difatti, risiede in un cast che, al netto di qualche ingenuità figlia dei primi anni ’80, non appare invecchiato di una virgola: la triste follia di Shin, il senso del dovere di Rei, l’eroismo di Mamiya danno vita a personaggi immortali, vere e proprie icone dell’immaginario animato e disegnato nipponico.

Parola d’ordine: fedeltà

Messi in chiaro simili concetti, è facile capire come l’annuncio del remake in questione sia stato accolto con un certo scetticismo dai fan di vecchia data, complice anche un trailer di presentazione capace di spazzare via in un lampo i ricordi della serie animata del 1984. Difficile rimanere positivamente colpiti da una messa in scena che è apparsa un po’ troppo legata a suggestioni 3D non troppo felici, così come da un character design indubbiamente più ricco, ma anche fuori contesto in certi frangenti. È innegabile come l’aspetto visivo di Ken il Guerriero – Hokuto No Ken sia il vero elefante nella stanza, visto il modo in cui tradisce un immaginario in movimento oramai consolidato da decenni. Così come le animazioni indubbiamente più curate, ma anche molto più statiche in più di un’occasione, abbiano finito per far scemare la ridondante spettacolarità degli scontri che abbiamo imparato a conoscere a menadito.

Eppure, smessi un attimo i panni del fan intransigente e reazionario a tutti i costi, la nuova visione che accompagna la serie non lesina spunti di riflessione alquanto interessanti. Il primo riguarda l’assoluta fedeltà nei confronti del manga originale, sia per quanto riguarda la regia vera e propria che la sceneggiatura. Il remake propone una messa in scena che segue passo passo quanto tratteggiato da Buronson e Hara, scegliendo consapevolmente di riprenderne inquadrature e dialoghi. Si tratta, senza ombra di dubbio, della versione televisiva più fedele che si sia mai vista, che si lascia consapevolmente alle spalle le libertà viste nell’adattamento Toei. Questo ha portato a uno snellimento delle vicende indubbiamente sensibile, che potrebbe erroneamente portare a vedere il tutto come molto sbrigativo. Se è vero che da un lato si perdono linee narrative originali in parte anche ben riuscite (il ruolo di Jolly era stato creato appositamente per l’anime), è parimenti da considerare la perdita dello snaturamento di figure chiave. È il caso dei Golan che, smessa la loro funzione televisiva di mere pedine di Shin, finiscono per mettere nuovamente in evidenza la propria disillusione di soldati traditi dai poteri che avevano giurato di servire.

Dritti al punto. Di pressione

La scelta di rinunciare ad inutili filler, vuoi per motivi puramente economici che di distribuzione (scelta operata anche dal prossimo remake animato di One Piece made in Netflix), l’ho trovata coerente e allo stesso tempo coraggiosa: la proposta on demand è talmente sostanziosa che lo spettatore va tenuto costantemente sulla corda, senza diluire la sua attenzione tra millemila episodi fondamentalmente inutili. Che è quello che erano riusciti a fare con rara maestria Buronson e Hara, visto come i punti morti del manga si contino davvero sulle dita di una mano monca.

Dove mi riesce più difficile chiudere un occhio è sul character design, che soprattutto nella figura di Kenshiro e dei personaggi femminili, ho trovato davvero fuori contesto. Per quanto riguarda il successore della Divina Scuola di Hokuto, si è persa quella naturale giovinezza figlia dell’inesperienza che caratterizza l’arco del manga presentato (in questa prima stagione ci fermiamo alla comparsa di Jagi). Le linee morbide e i tratti gentili del primo Kenshiro sono stati sostituiti da un immaginario che pare più figlio della saga di Kaioh che non del primo percorso di crescita del personaggio. Fuori focus rispetto al materiale originale sono risultate, invece, Rin e Mamiya, i cui volti sin troppo affusolati e spigolosi non rendono giustizia ai personaggi sapientemente tratteggiati dal sensei Hara. Si tratta di due scivoloni che stonano con tutto il resto, che invece ha finito per risultare estremamente aderente alle tavole del manga, vedi l’outfit di Rei o l’odioso Jackal.

Sul fronte audio, è impossibile per un fan italico non sentire perennemente l’assenza di Alessio Cigliano nei panni di Kenshiro, che a dispetto di un doppiaggio effettuato ai tempi con pochissimi spiccioli, è sempre difficilissimo (se non impossibile) da sostituire. Con buona pace di Massimiliano De Ambrosis e tutti gli altri che si sono avvicendati nei vari spin-off. Premesso ciò, la voce di Maurizio Merluzzo è risultata efficace, per quanto il suo lavoro vada di pari passo con quella caratterizzazione adulta, che mal si sposa con il personaggio visto nel manga. Nulla da dire, invece, sul resto del cast, sempre a fuoco e perfettamente in bolla. Meno incisivo, invece, è risultato essere l’accompagnamento musicale, che è risultato privo di brani capaci di imprimersi nella mente dello spettatore, a partire dall’opening Halleluja. Devo invece ancora capire se la versione della storica Ai o Torimodose!! presente in chiusura rientri nelle mie corde: lascio a voi il piacere di darle un giudizio.

No, non è assolutamente il capolavoro che una serie leggendaria si sarebbe meritato, ma Ken il Guerriero – Hokuto No Ken non è neppure quel disastro annunciato che era più che lecito aspettarsi. Di sicuro, se siete fan incapaci di discostarvi da quanto animato da Toei all’inizio degli anni ’80, questa nuova versione disponibile su Prime Video non potrà che assumere i contorni della più misera delle operazioni. E sotto certi aspetti si potrebbe anche concordare, visto che di errori la serie diretta da Hiroshi Maeda ne compie, a partire dall’infelice scelta di optare per un mix di animazione tradizionale e elementi 3D, passando per un character design fuori fuoco per personaggi chiave. Eppure, se visto con un occhio meno intransigente, il remake risulta quanto di più fedele e centrato ci possa essere nei confronti del manga, di cui riprende passo passo elementi visivi e di sceneggiatura. Parliamo di un’opera sicuramente controversa e spigolosa, che ha avuto l’ardire di confrontarsi con un mostro sacro oramai sin troppo rigidamente codificato nell’immaginario di milioni di fan. C’è però anche dell’incosciente coraggio dietro alla decisione di riscrivere l’epopea di Kenshiro, un insano desiderio di gettarsi nella mischia, consapevoli di non avere alcuna possibilità. Un po’ come Rei che si scaglia contro Raoh, mosso dal dovere di sdebitarsi nei confronti di quell’amico con le sette cicatrici sul petto, che da solo era stato in grado di fargli fare pace con un mondo impazzito.