Recensione The Relic: First Guardian
di: Simone CantiniMi ricordo che, qualche anno fa, un tizio con occhiali e dolcevita nero si appropriò dello slogan less is more per pubblicizzare dei prodotti a base di mele morsicate. Ora, di preciso non so se la persona in questione si occupasse anche di videogame, ma dopo aver giocato a The Relic: First Guardian, ritengo che un simile claim si potrebbe benissimo applicare anche al titolo in questione. Già, perché la produzione sviluppata dai sudcoreani Project Cloud Games avrebbe di sicuro dovuto prendere spunto da un simile insegnamento. Se solo l’asticella fosse stata posta un pizzico più in basso, sono certo che questo interessantissimo action avrebbe beneficiato di una sorte migliore, oltre ad avermi fatto risparmiare un bel po’ di arrabbiature. E dire che sarebbe bastato davvero poco per ovviare a macroscopici difetti…
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Schegge di un passato perduto
Non pare esserci speranza nel regno di Arsiltus, da quando la comparsa di un sinistro vuoto ha fatto sprofondare tutto nel caos. A causare la morte e la distruzione ci ha pensato l’avvento di alcune letali creature, note come Brutal, anime un tempo umane che hanno finito per essere corrotte da questo letale miasma. Individui caduti vittima dei loro peccati e dei loro tormenti, anche in seguito alla distruzione dell’antica reliquia citata nel titolo di The Relic: First Guardian. Distrutta in mille frammenti, che sono stati assorbiti dai Brutal più spietati, sarà nostro compito ricomporla, per poter mettere fine alla maledizione che infesta queste terre in rovina. E per farlo verremo riportati in vita da Elisa, una misteriosa fanciulla che rivelerà anche la nostra natura di primi guardiani di questo potente artefatto.
A livello narrativo, la missione principale di The Relic: First Guardian si esaurisce qua, rappresentando soltanto un esilissimo pretesto narrativo a cui affiancare il gameplay. Non bisogna però pensare che la scrittura sia quanto mai pigra, dato che la produzione Project Cloud Games ha scelto un modo alquanto particolare per tratteggiare la storia di Arsiltus e dei suoi abitanti. E per farlo si è appoggiata al folklore coreano, che è la fonte di ispirazione delle tantissime storie secondarie che caratterizzano la progressione del gioco. Il nostro viaggio alla ricerca dei frammenti della reliquia, difatti, sarà solo un pretesto per farci scoprire queste schegge di esistenza distrutte dalla minaccia dei Brutal, così da creare un mosaico di storie intriganti al punto giusto.
Che si tratti di un soldato vanitoso o di un sovrano vittima della propria generosità, la disperata umanità dei caduti di Arsiltus è la molla che ci spingerà ad andare avanti. La voglia di scoprire il passato di chi si cela dietro le mostruosità che saremo costretti ad affrontare, rappresenta indubbiamente il pregio maggiore di The Relic: First Guardian. Ogni linea narrativa, anche la più apparentemente insignificante, contribuisce a tratteggiare un mondo in cui speranza e disperazione si intrecciano continuamente, al punto da rendere la nostra missione primaria il più umano dei gesti che si possa tributare a coloro che sono caduti vittima della maledizione. E nelle circa 30 ore necessarie a giungere allo scontro finale, ci sarà davvero tempo per riflettere e lasciarsi conquistare da questa oscura decadenza.
Non chiamatelo soulslike!
Sul fronte puramente ludico, The Relic: First Guardian si diverte ad ingannare chi vi si avvicina in maniera superficiale. Che si guardi un trailer o un frammento di giocato, lasciate da parte ogni preconcetto: a dispetto delle apparenze, il titolo coreano non è assolutamente un soulslike, ma un action fatto e finito. Per quanto vi siano nemici ostici da sconfiggere ed una barra della stamina, le somiglianze con il genere sdoganato da From Software finiscono qua. Sostare ad un checkpoint o morire, non farà ricomparire come per magia i nemici sconfitti, così come il game over non si porterà dietro conseguenze devastanti in fatto di crescita del personaggio e bottino accumulato. Rifiatare o perire, rappresentano unicamente brevi momenti di sosta, senza che vi siano punizioni spropositate in agguato. Il che impatta anche sulla difficoltà generale, indubbiamente più permissiva di quello che si potrebbe pensare. Pur con i suoi bravi distinguo.
L’incedere di The Relic: First Guardian, come detto in apertura, ruoterà tutto attorno al recupero dei frammenti della reliquia in possesso dei Brutal più potenti. In definitiva parliamo di 80 boss, tra opzionali e obbligatori, che rappresentano il nucleo centrale dell’esperienza. Ed è qua che entra in gioco la citazione iniziale: per quanto la maggior parte di loro sia ben caratterizzata e dotata di moveset peculiari e unici, sono presenti anche evidenti momenti di puro riciclo, con piccole variazioni del caso. Questa abbondanza finisce inevitabilmente per incidere anche sulla cura realizzativa generale, situazione che ha portato a squilibri quanto mai schizofrenici della difficoltà generale. A boss che si possono falciare senza alcuna difficoltà, si vanno ad affiancare altri che non lasciano un attimo di respiro: tra mosse difficili da leggere, aggressività priva di pause e attacchi ad area dalla portata ampissima, non mancano momenti che sfiorano la pura frustrazione. In tal senso è evidente come un ridimensionamento del tutto avrebbe giovato alla cura generale. Quando la sfida si fa equilibrata, però, la situazione cambia decisamente, lasciando il campo a scontri molto divertenti e tattici, che richiederanno di domare a dovere lo stuzzicante combat system.
La scelta giusta
L’azione si baserà su build, piuttosto che sul classico level up, in maniera analoga a quanto visto in Mortal Shell. Uccidere mostri non ci ricompenserà con le classiche anime, ma a seconda della tipologia con dei punti reliquia, che potremo investire nei vari skill tree legati a ciascuna categoria di arma. Queste spazieranno dalle classiche lame a due mani, a bastoni, a spade e scudo e molte altre e per ognuna sarà possibile sbloccare attacchi speciali da equipaggiare (sino a quattro) e potenziamenti delle statistiche. A questi si accompagneranno particolari armature, ben nascoste nel mondo di gioco, che costituiscono il cuore portante delle varie build. Starà pertanto a noi scegliere la coppia di equipaggiamenti che più si addicono al nostro stile. A completare il quadro ci pensano degli slot, da ampliare nel corso dell’avventura, ai quali assoceremo delle rune upgradabili in grado di fornire ulteriori buff passivi (parliamo di una settantina di effetti differenti).
Deciso il nostro setup, sarà il momento di menare le mani. Per farlo utilizzeremo un solo tasto per attaccare (dorsale destro del pad), che darà vita a semplici combo uniche per ciascuna tipologia di arma. Presente, come detto, la stamina, che però verrà consumata solo per schivare, correre o parare, rendendo il tutto molto più aggressivo del solito. Ovviamente non mancheranno parry e possibilità di stordire i nemici, così da massimizzare i danni, oltre alla possibilità di utilizzare un incantesimo (soggetto a cooldown come le skill speciali) tra quelli elementali disponibili. Il risultato è un combat system molto più dinamico e sfaccettato di quanto possa sembrare, capace di risultare davvero appagante quando tutto funziona a dovere, grazie anche ad un buonissimo feedback dei colpi.
È tutto un equilibrio sopra la follia
I problemi emergono quando la situazione ci pone dinanzi gli squilibri della difficoltà, ma anche laddove la situazione si fa più caotica. Sia noi che i nemici possiamo vedere i nostri colpi interrotti dagli attacchi nemici, ma quando saremo in inferiorità numerica, questo si traduce in situazioni in cui sarà impossibile reagire, con conseguente morte del personaggio. Fastidiosa anche la possibilità che gli avversari hanno di bloccare gli attacchi speciali, che avendo animazioni spesso molto lunghe e non cancellabili, ci costringeranno a scegliere sempre con il giusto tempismo il momento adatto. Un po’ frustrante, visto anche che la mancata esecuzione consuma comunque la carica dell’abilità.
A complicare le cose ci pensa anche un frame rate rivedibile nei momenti in cui la scena si riempie di effetti visivi, siano effetti atmosferici che particellari: in questi casi la fluidità scende vistosamente, rendendo ancora più complicata la scelta delle finestre di reazione. Non aiuta anche la conformazione delle arene di taluni boss, che sembrano divertirsi ad intralciare le nostre movenze per mezzo di ostacoli in cui non è raro incastrarsi. Inutile sottolineare come, in linea con la tradizione dei titoli basati sulla difficoltà, la telecamera sia schizofrenica negli spazi più angusti. Ma a questo siamo oramai abituati.
Parlando di world building, The Relic: First Guardian basa l’incedere su tre distinte macroaree, di stampo semi open world. Parliamo di zone dall’estensione più che discreta e che presentano un buonissimo numero di location e segreti da scoprire. Peccato per una varietà generale non proprio esaltante, a cui si accompagna un riciclo di elementi scenografici sin troppo marcato, così come non convince troppo la varietà dei biomi. Rivedibile anche il ritmo dell’ultima zona esplorabile che, per quanto più condensata rispetto alle prime due, risulta troppo monocorde e monotona, scomparendo dinanzi al fascino legato alla prima porzione dell’avventura, ben più stimolante (sia a livello ludico che narrativo). Da segnalare anche un buon numero di bug, alcuni anche importanti, che hanno reso impossibile affrontare alcuni boss, fortunatamente secondari, ma anche missioni opzionali che non hanno visto l’attivazione di trigger necessari.
Non mancano anche blocchi che mi hanno costretto a riavviare il tutto, oltre ad una serie di glitch minori, per i quali il team ha confermato di essere a conoscenza. Incomprensibile, inoltre, la scelta di non proporre la possibilità di utilizzare indicatori personalizzati sulla mappa, elemento che rende davvero ostico seguire alcune missioni, oltre che ritornare su luoghi inizialmente inaccessibili. Capisco che parliamo di un team molto piccolo (si tratta di una dozzina di sviluppatori), ma c’è un bel po’ da fare per rendere l’esperienza fluida al punto giusto.
Sul fronte tecnico, tenendo conto di quanto appena detto, il quadro è comunque sufficiente, grazie ad un colpo d’occhio tutto sommato molto gradevole. A stonare sono solo alcune animazioni (bruttina quella della corsa), così come il citato frame rate, che passa da momenti fluidissimi ad altri davvero pessimi. Convince il doppiaggio in lingua inglese, mentre fa piacere la presenza di una localizzazione testuale in italiano davvero ben fatta. Buono anche l’accompagnamento sonoro, malinconico e rarefatto, così da rendere ancora più straziante il nostro viaggio verso la salvezza.
The Relic: First Guardian è un titolo che vive in costante tensione tra ciò che vorrebbe essere e ciò che riesce davvero a fare. L’intensità del suo world building, la malinconia delle micro-storie ispirate al folklore coreano e la solidità di un combat system sorprendentemente sfaccettato dimostrano che Project Cloud Games possiede una visione chiara e un talento non comune. Allo stesso tempo, però, l’eccesso di boss, gli sbalzi di difficoltà, i problemi tecnici e alcune scelte di design poco felici impediscono all’opera di esprimere appieno il proprio potenziale. Resta così un action imperfetto ma sincero, capace di regalare momenti notevoli a chi saprà accettarne le asperità e lasciarsi coinvolgere dal suo mondo in rovina. Se il team saprà fare tesoro di questa prima esperienza, limando gli eccessi e puntando su una maggiore coesione, il futuro potrebbe riservare sorprese molto interessanti. Per ora, The Relic: First Guardian rimane un viaggio oscuro e travagliato, ma comunque degno di essere intrapreso da chi cerca qualcosa di diverso nel panorama degli action contemporanei.