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Recensione The Last Train: Baquedano

di: Simone Cantini

Ne parlavo giusto qualche settimana fa, proprio all’interno della recensione di A Game About Digging a Hole, di come fosse oramai difficile destreggiarsi all’interno dei vari shop digitali, quotidianamente invasi dai titoli più disparati. E la difficoltà citata stava proprio nel saper riconoscere da lontano la spazzatura videoludica che, magari dietro ad immagini accattivanti realizzate ad hoc, o titoli fuorvianti, nascondono produzioni ai limiti della decenza, specchietti per le allodole pronte a sborsare denaro inutilmente. Un aspetto che mi ha sempre fatto arrabbiare, non tanto relativamente agli sviluppatori, liberissimi di cercare di spillare denaro agli sprovveduti, quanto piuttosto nei confronti dei proprietari di queste vetrine, che ingenuamente mi illudo possano effettuare un minimo di controllo qualità. Un’illusione destinata a rimanere tale, come dimostra l’esistenza di un software come The Last Train: Baquedano.

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Cervello in pappa

E dire che l’incipit narrativo di The Last Train: Baquedano non sarebbe neppure da buttare, visto che parla della scomparsa misteriosa di un senzatetto che abitava all’interno di una stazione della metropolitana. L’uomo, che indossava sempre un inquietante vestito da pupazzo, sembra essere svanito nel nulla, ma la realtà sarà ben diversa, come capiremo pochi istanti dopo essere scesi alla nostra fermata: immersa in un silenzio innaturale, con gli sparuti individui presenti che sono caduti quasi tutti in un sonno inspiegabile, la stazione sarà occupata anche da una sinistra presenza, che ci braccherà senza sosta mentre cercheremo di guadagnare l’uscita.

Sfruttando uno dei popolari membri dei Brainrot, i celebri (e a mio personalissimo avviso, discutibili) personaggi creati con l’IA, popolarissimi tra i più giovani, il team di sviluppo ha creato un survival horror in cui il nostro obiettivo sarà proprio quello di lasciare indenni la stazione della metropolitana infestata. Un’idea che non sarebbe neppure male, se non fosse funestata da un gameplay sconclusionato nella sua messa in scena, una durata risibile (in 10 minuti ho raggiunto uno dei vari finali) e una pochezza della messa in scena inconcepibile, anche a fronte di un esborso assai contenuto. Ad essere sbagliata è proprio la proposta in sé, inutile nella sua sin troppo esigua essenzialità, oltre che a tratti anche offensiva. Chi scrive non è certo un bigotto amante della religione, anzi, ma trovare addirittura una bestemmia scandita in italiano l’ho trovato davvero fuori luogo, oltre che di cattivo gusto.

Binario morto

Come dicevo poco sopra, in The Last Train: Baquedano non dovremo fare altro che raggiungere l’uscita, solo che per qualche oscuro motivo sarà prima necessario trovare una chiave. E già qua si capisce l’assurdità delle premesse: quando mai se ne è vista una per superare dei tornelli? Vabbè, si può sorvolare sulla cosa, visto che in fondo parliamo di un videogioco in cui si è inseguiti da una sorta di tronco di legno dagli occhi spiritati. Peccato che per farlo dovremo gironzolare all’interno di ambienti sterili e spogli all’inverosimile, cercando di distanziare il nostro implacabile inseguitore, pena l’ovvio game over. Un’esperienza che, a meno di non essere masochisti e voler sviscerare i vari finali, legati al rinvenimento di alcuni oggetti particolari, si esaurirà in un battito di ciglia, una volta compresa la non certo intricata geografia della stazione.

Si corre e basta in The Last Train: Baquedano, interagendo con una sparuta quantità di elementi, finendo con l’annoiarsi davvero alla svelta, complice una complessità che rasenta lo zero e un’atmosfera che non riesce assolutamente a spaventare. Quello che resta, una volta terminata l’avventura, è solo la sensazione di aver perso anche troppo del nostro tempo, oltre che aver buttato inutilmente via il denaro richiesto da una buona colazione. Che sicuramente riesce a dare più soddisfazioni che la volatile presenza all’interno della stazione che fa da cornice a The Last Train: Baquedano. Anche perché al di là di un frame rate impeccabile (e vorrei anche vedere), non c’è davvero niente a livello tecnico che si possa salvare. Per lo meno i pochi testi sono in italiano: tocca accontentarsi davvero di poco.

Volete buttare parte della mancetta natalizia della nonna? Allora prendete un fiammifero e bruciate i vostri soldi, oppure gettateli nello scarico del WC, ma per nessun motivo investiteli in The Last Train: Baquedano. O per lo meno fateli solo se avete perso una scommessa con i vostri amici (o se siete inspiegabilmente fan dei Brainrot). La produzione firmata Matías Avilés, difatti, racchiude al suo interno tutti gli elementi che contribuiscono alla definizione di shovelware, a partire da una grafica insufficiente fosse anche il 1990 e passando per un gameplay che non si vedeva neppure nelle più tristi produzioni di pubblico dominio che spopolavano in edicola in quegli anni. Di produzioni a basso budget e a costo ridotto ne sono pieni gli shop: cercate bene, che qualcosa di migliore salterà sicuramente fuori, fosse anche il più triste ed inflazionato dei solitari…