Recensione The Last Case of John Morley
di: Simone CantiniAh, la cara e vecchia Inghilterra, così oscura e piovosa quando serve, il teatro ideale per dare vita ad una detective story con tutti i crismi. Sarà il fascino vittoriano, l’aver dato natali ad investigatori entrati nel mito come Sherlock Holmes, fatto sta che l’arcipelago britannico è da sempre una delle mete preferite quando si parla di investigazioni. Non stupisce pertanto che il team iberico Indigo Studios abbia scelto una Londra della prima metà del secolo scorso per ambientare il suo The Last Case of John Morley, che tanto per tenere fede alle parole spese in avvio di recensione, non farà altro che catapultarci nei panni di un segugio a pagamento.
accettare i cookie con finalità di marketing.
A volte ritornano
Che vecchia volpe il nostro John, capace di inanellare un successo dietro l’altro, finendo per occupare le pagine dei giornali grazie al suo brillante acume, capace di fargli risolvere anche i casi più intricati. Solo che non sempre è tutto rose e fiori, come dimostra l’indagine che lo ha portato ad assicurare alla giustizia il killer delle scarpette rosse, non senza però che una colluttazione finisse per fargli trascorre un po’ di tempo in ospedale in stato di incoscienza. Una volta rimessosi, però, non c’è certo tempo per riposarsi ulteriormente, dato ad attenderlo al risveglio troverà ad attenderlo l’ennesimo incarico, stavolta alquanto bizzarro: l’aristocratica Lady Margarette Fordsite gli chiederà di riaprire una vecchia ferita, indagando sull’omicidio di sua figlia avvenuto la bellezza di 20 anni prima. Un fatto di cronaca nera il cui esito non ha affatto convinto la donna, decisa a scoprire finalmente la verità.
Tra ville disabitate e istituti di cura oramai fatiscenti, John dovrà scavare nel passato della giovane assassinata, portando alla luce oscuri segreti in cui tutto non sarà quello che può apparire in realtà. La sceneggiatura di The Last Case of John Morley è indubbiamente il punto di forza della produzione Indigo Studios, che da bravo titolo prettamente narrativo ha concentrato i propri sforzi proprio nell’intreccio narrativo, dando vita ad una storia noir intrigante al punto giusto, che saprà sorprendere in positivo soprattutto nelle battute finali. Il modo in cui il mistero viene poco a poco a galla convince, pur nell’esigua durata del tutto, che non mi ha portato via più di 3 ore prima di giungere all’unico finale disponibile (con annesso trofeo di platino): non proprio un ottimo biglietto da visita in quanto a longevità e rigiocabilità.
Dritti alla meta
A livello puramente ludico, The Last Case of John Morley si propone come un’avventura in prima persona che strizza l’occhio al mondo dei walking simulator: ad eccezione di una manciata di enigmi mai troppo impegnativi, a caratterizzare la progressione sarà la semplice interazione con alcuni elementi dell’ambiente di gioco, utili a rivivere flashback passati e far progredire la storia. Non ci sono pericoli effettivi ad attenderci, neppure la possibilità incappare in un improvviso game over, data l’estrema linearità dell’avventura, che risulta blindata sotto questo punto di vista. A tenere banco, pertanto, sarà la semplice esplorazione, che sarà utile anche per incappare in alcuni documenti, indispensabili sia per la risoluzione dei puzzle che per avere un quadro più completo del mondo di gioco e delle vicende in questione.
Quello che emerge è un titolo estremamente semplice in quanto a concezione, privo di reali scossoni ludici e che, complice la sua risicatissima longevità, non fa poi molto per accattivarsi le simpatie dei giocatori. Tutto funziona, comunque, nella sua semplicità e se vi farete catturare dalla sceneggiatura, la manciata di ore che trascorrete in compagnia del nostro investigatore scorrerà via senza troppe incertezze.
Piccoli brividi
Tenendo conto della grandezza del team di sviluppo (durante i crediti finali avrò contato meno di 10 persone), non ci possiamo lamentare poi troppo del comparto tecnico di The Last Case of John Morley, che risulta molto essenziale e tarato sull’ampiezza dello studio. Nonostante una presenza scenica non certo debordante, il mood che si respira è comunque molto calzante, grazie ad una direzione artistica capace di sottolineare a dovere le atmosfere hard boiled del racconto: all’immancabile oscurità che ammanta il tutto, si accompagna una costruzione degli ambienti ben strutturata, capace di trasmettere tutta la decadente austerità di questo spicchio di Inghilterra.
Da rivedere la modellazione e la recitazione degli sparuti personaggi con cui andremo ad interagire, invero alquanto inquietanti in fatto di espressività, oltre che sin troppo essenziali in fatto di animazioni. Convince a metà anche il doppiaggio in lingua inglese, con un John che non sempre riesce a veicolare con efficacia il proprio stato d’animo, risultando a tratti un po’ sconnesso dal contesto. Niente da dire sull’effettistica generale, che è risultata di buona fattura, mentre spiace constare l’assenza della lingua italiana, che in una produzione narrativa è sempre una mancanza da non sottovalutare.
The Last Case of John Morley è un titolo che vive e muore della sua sceneggiatura: breve, lineare e privo di grandi guizzi ludici, ma capace di regalare un paio d’ore di atmosfera noir ben confezionata. Non è un gioco che punta a stupire con meccaniche complesse o con un comparto tecnico dirompente, bensì a raccontare una storia intrigante, che riesce a catturare chi ama le detective story classiche. Certo, la longevità ridotta e l’assenza della localizzazione italiana pesano, ma se vi lasciate trasportare dal fascino decadente della Londra di inizio secolo, John Morley saprà accompagnarvi in un’indagine che, pur nella sua semplicità, lascia il segno.