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Recensione The Dark Pictures Anthology: Little Hope

di: Simone Cantini

Halloween non sarebbe certo stato lo stesso senza la sua buona dose di spaventi, e a causa di una situazione che non ha permesso follie in fatto di bagordi e festeggiamenti, quale migliore occasione di salutare a braccia aperte la notte più spaventosa dell’anno se non in compagnia di un bel videogioco? Ovviamente a tema rigorosamente horror, e non privo di una buona dose di sobbalzi e violenza, come sin da Until Dawn sono stati in grado di regalarci i ragazzi di Supermassive Games. Il team, adesso sotto la calda ala protettrice di Namco Bandai, ha da pochissimi giorni reso disponibile la sua ultima fatica, il secondo episodio della raccolta del terrore che risponde al nome di The Dark Pictures Anthology: Little Hope.

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Silenzio, anche se non in collina

Poco più di un anno fa eravamo usciti quasi indenni da una macabra gita nei mari del sud, a bordo della fatiscente Ourang Medan, facendo la conoscenza del nuovo progetto dello studio britannico. L’impatto con questa serie episodica era stato quanto mai positivo, come testimonia la mia recensione, pertanto era davvero molta la voglia di mettere le mani sul nuovo capitolo del nuovo franchise, quel Little Hope anticipato proprio nelle battute finali della precedente avventura. Cambia il cast a disposizione, muta il setting, ma a rimanere fissa è la cornice narrativa generale, che proprio sulla falsariga di uno show televisivo ci riporterà nello studio del Curatore, il nostro anfitrione virtuale, pronto ad introdurci (con tanto di sigla) questa nuova sortita nel mondo del mistero e delle leggende. Difficile sbilanciarsi troppo in merito al plot, data la natura story driven dell’esperienza, che fa delle scelte del player l’elemento portante del proprio svolgimento. Tutto quello che posso dirvi è che, ancora una volta ci troveremo a controllare un gruppo composto da 5 personaggi, stavolta studenti ed insegnante in gita che, in seguito ad un incidente avvenuto all’autobus sul quale viaggiano, si ritrovano bloccati a Little Hope, una cittadina della provincia americana immersa nella nebbia più impenetrabile, il cui passato cela una storia fatta di sangue e morte. Suona familiare? Non ricorda una certa collina silenziosa? Beh, diciamo che per certi veri le analogie con l’immortale saga Konami non finiscono qua, ma non mi spingo oltre per non rovinarvi eventuali sorprese. Quello che posso dire con certezza è che il plot generale è sicuramente più interessante e meglio sviluppato di quanto sperimentato in Man of Medan, con uno svolgimento più omogeneo e coerente, oltre che privo di inutili tempi morti, come si erano visti soprattutto nell’incipit dell’alto lavoro. L’avventura scorre in modo decisamente più fluido, con l’accostamento tra le varie porzioni che (almeno nelle run che ho condotto) ha restituito un maggiore senso di coesione, seppur permanga qualche accostamento più brusco in qualche sporadica sezione. A latitare ancora una volta è la caratterizzazione dei vari personaggi, che sono apparsi ancora molto abbozzati e privi di un reale spessore narrativo, elemento che rende sempre ostico stabilire un legame empatico, che non esuli dal voler terminare l’avventura con il minor numero di caduti possibile. Si tratta comunque di un limite fisiologico di un titolo che difficilmente porterà via più di 5 ore prima di giungere alla sua prima conclusione, pertanto si può chiudere un occhio senza troppi patemi su di una simile mancanza. Ovviamente la durata del playthrough è destinata ad aumentare se si desidera sviscerare tutti i corposi snodi narrativi, ma anche solo recuperare tutti i segreti a cui sono legati i classici documentari che illustrano il dietro le quinte della produzione.

Sfruttare i limiti

The Dark Pictures Anthology: Little Hope, per motivi quanto mai ovvi, ludicamente parlando non si discosta affatto dal suo predecessore, proponendoci un’avventura in terza persona in cui l’esplorazione e l’interattività saranno quanto mai limitate, e volti per lo più al reperimento di documenti e collezionabili. Il nocciolo del gameplay, difatti, sarà ancora una volta legato alle varie scelte che è possibile far compiere ai 5 protagonisti, e che andranno ad influire in maniera più o meno marcata sullo svolgimento dell’avventura, oltre che nel delineare il profilo psicologico del cast. Per tenere traccia, per quanto in maniera alquanto fumosa, dell’andamento del nostro percorso, tornano gli schemi che illustrano la relazione tra i vari personaggi, oltre che un breve riassunto delle scelte effettuate. Non si vive, però, di soli bivi narrativi, pertanto ecco che tornano ancora una volta svariate sezioni gestite da dei QTE, adesso migliorati in tutto e per tutto rispetto a Man of Medan. La prima e più gradita novità è rappresentata da un’icona, utilizzata per preannunciare l’inizio di queste sezioni, così da preparare il giocatore a dovere e permettergli di sfruttare al meglio l’esiguo tempo a disposizione per inserire i vari comandi. Anche le sezioni simil rhythm game hanno subito una sensibile limatura, con un input dei comandi adesso finalmente preciso e privo di colpi a vuoto: e quanto seguire il battito del cuore può fare la differenza tra vivere e morire, non è certo un elemento da sottovalutare. Al netto di tutto, comunque, Little Hope si incunea saldamente nel percorso tracciato dai ragazzi di Supermassive, pertanto se un simile gameplay è nelle vostre corde non rimarrete sicuramente delusi. Così come a non deludere è il comparto estetico generale che, sfruttando i limiti interattivi del titolo, si è permesso ancora una volta il lusso di proporre un motion capture di qualità davvero elevata, che unito ad una resa facciale del cast di primissimo livello, non fa che avvicinare ancor di più il tutto ad un vero e proprio film interattivo. Certo, permangono ancora quegli scatti fastidiosi e meccanici del collo, ma non ci possiamo davvero lamentare. Ovviamente non poteva essere da meno il doppiaggio in lingua italiana, davvero convincente, anche se in un paio di casi il voice over è stato sostituto dalle battute inglesi. Stonano, in questo senso, anche porzioni di gioco in cui i vari personaggi vedono le loro battute troncate a metà, se ci avviciniamo ad un punto che prevede un cambio di scena: abbastanza grossolana come situazione.

Con Little Hope, The Dark Pictures Anthology si arricchisce di un tassello senza dubbio molto più intrigante e ben orchestrato del suo predecessore, soprattutto per quell’alone di mistero che lascia in dubbio il giocatore fino alle battute finali. Sorretto da una sceneggiatura sicuramente più curata e coesa, oltre che di un setting assai stuzzicante (per quanto ricco di cliché e di elementi già visti), il lavoro firmato Supermassive Games rappresenta un’ulteriore e valida incursione nel mondo delle avventure cinematografiche a scelta multipla, rendendo ancora di più snervante l’attesa che ci separa da House of Ashes, la desertica avventura anticipata in coda a Little Hope.