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Recensione Resonance: A Plague Tale Legacy

di: Donato Marchisiello

Il genere delle avventure d’azione ad alta vocazione narrativa si trova da tempo a un bivio concettuale cruciale: da una parte la tendenza a rintanarsi in formule usate e sicure per non scontentare il pubblico (e soprattutto gli azionisti), dall’altra il coraggio viscerale di rischiare, stravolgendo il genere completamente oppure, magari, prendendo un universo amatissimo e ribaltandone le coordinate ludiche e i protagonisti quel tanto che basta da renderlo “avulso” dal suo retaggio. Quando Asobo Studio e Focus Entertainment hanno annunciato di voler mettere temporaneamente da parte la toccante e dolorosa epopea di Amicia e Hugo de Rune per esplorare le origini della serie da un altro punto di vista, in molti hanno temuto una delle più classiche rivoluzioni/involuzioni e la “fine” di una serie molto apprezzata e amata.

Invece, la scelta di pescare dal passato un personaggio carismatico ed esuberante come la contrabbandiera Sophia, già compagna di viaggio nel secondo capitolo della saga dei due sfortunati protagonisti, per calarla in una storia del tutto inedita ha dimostrato un’ambizione encomiabile. Ci troviamo di fronte a un pezzo di storia che vuole staccarsi dalle dinamiche puramente survival stealth delle origini per abbracciare un respiro più dinamico, cupo e mitologico. L’esperimento è riuscito? Scopriamolo assieme con la recensione della versione PS5 di Resonance: A Plague Tale Legacy!

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Resonance: A Plague Tale Legacy è un gioco d’azione in terza persona, lineare nel suo svolgimento ma piuttosto dinamico e incentrato pesantemente sulla narrativa. Dal punto di vista della scrittura e dell’ambientazione, il titolo è ambientato quindici anni prima degli eventi di Requiem: in questo frangente, vestire i panni di una giovane, impulsiva (e tormentata) Sophia ci catapulta nell’isola di Creta del 1334, un territorio selvaggio e ammantato di mistero dove le rovine della civiltà minoica nascondono risposte ancestrali sul legame tra la ragazza, la scomparsa di suo padre ed una terribile maledizione che sembra infestare quest’angolo meraviglioso di mondo. Asobo Studio ha saputo intessere una trama avvincente che intreccia la realtà storica del XIV secolo con la rilettura oscura e piuttosto originale del mito del Minotauro e del labirinto di Dedalo. Il risultato è una storia avvincente, a tratti oscura quasi a sfociare nell’orrore, malinconica e luminosa allo stesso tempo: una linea narrativa all’apparenza semplice, ma che ha la facoltà di tener incollato allo schermo in modo esemplare.

Sicuramente, la trovata più affascinante dell’intera produzione risiede nel sistema a duplice linea temporale: la narrazione salta di frequente tra l’esplorazione presente di Sophia e gli echi di un passato remoto legato all’eroe Teseo, mostrando come le azioni compiute nell’antichità risuonino direttamente sul percorso e sulle battaglie che la nostra protagonista deve affrontare nel presente. L’atmosfera che si respira tra i resti dei templi in rovina e le caverne buie è carica di un fascino decadente e claustrofobico, sorretta da un arco evolutivo del personaggio che restituisce tutta la durezza di una donna temprata dal dolore e dalla necessità di sopravvivere ad ogni costo.

Dunque, ma cosa cambia in Resonance? Ebbene, il terzo capitolo della saga, più che uno stravolgimento, va a nostro avviso interpretato come una naturale evoluzione ed ampliamento del gameplay: appena si prende in mano il DualSense e ci si addentra nell’infrastruttura di gameplay vera e propria, si noterà immediatamente una visione quasi integralmente action e dinamica (seppur vi siano comunque diverse sezioni dedicate alla furtività e memori del retaggio storico della saga). A differenza dell’approccio difensivo e basato sulla fionda di Amicia, dunque, Sophia è una combattente esperta e spietata, un cambiamento che ha spinto gli sviluppatori a riprogettare il sistema di scontro virando con decisione verso il combattimento all’arma bianca a distanza ravvicinata. Qui, purtroppo, il gioco mostra il suo fianco più scoperto e preda di alcune critiche: sebbene meccanicamente semplice (si attaccherà con due tasti, sostanzialmente, ed altri due serviranno a parare e schivare) e piuttosto fluido e spettacolare da guardare, concettualmente il sistema si rivela un po’ troppo semplicistico sulla lunga durata. Vi saranno poche tipologie diverse di nemici, ognuno con un pattern d’attacco standard (fatti, a suo tempo, di tre tipologie d’attacco diverse).

La nostra eroina avrà la capacità, principalmente attraverso l’esplorazione dei vari stage di gioco e l’abbattimento dei tanti nemici che ostacoleranno il nostro cammino, di accumulare non solo equipaggiamento di vario tipo, tra spade dai poteri speciali e monili che aggiungeranno perk passivi alle nostre abilità, ma anche punti esperienza che andranno a riempire un albero delle abilità anch’esso abbastanza spoglio e basico. Nel nostro test, in generale, è bastato sbloccare sostanzialmente due delle cinque abilità per poter avere le carte in regola per poter concludere il gioco alla difficoltà più alta. Una caratteristica che potrebbe piacere, magari, ai neofiti degli action game, ma non particolarmente ai veterani.

L’anima più riuscita dell’esperienza risiede sicuramente negli enigmi ambientali, nelle dinamiche di fuga e nella capacità del gioco di alternare fasi lente (quindi, esplorazione e/o risoluzione di enigmi) a fasi dinamiche (come combattimento e/o sezioni di “corsa”). Il labirinto ideato dall’architetto Dedalo è una gigantesca trappola mortale dove la luce torna ad essere la chiave di volta imprescindibile per la sopravvivenza. Sfruttando una sfera minoica rubata capace di riflettere e manipolare i fasci luminosi con geometrie prismatiche, il giocatore viene chiamato a risolvere puzzle interessanti e mai banali, capaci di regalare una sfida mentale moderatamente impegnativa. A questo si aggiunge (spoiler alert!) la presenza costante e opprimente di una creatura mostruosa che vaga nelle profondità dell’isola: una presenza implacabile che caccia Sophia senza sosta, costringendo il giocatore a mantenere un ritmo costantemente alto, bilanciando il raziocinio nella risoluzione dei meccanismi alla rapidità nelle fasi stealth, dove il minimo rumore o un’incertezza nell’oscurità possono decretare una fine ingloriosa.

Analizzando la tenuta sulla lunga distanza e l’impostazione strutturale, il gioco offre un’avventura lineare ma densa, priva di inutili allungamenti di brodo da mondo aperto vuoto e inconsistente. L’esplorazione accurata dell’isola viene premiata attraverso l’acquisizione di punti risonanza (che, tradotti, fungeranno da classici punti abilità), oggetti collezionabili di varia natura e specie e, come detto, equipaggiamenti diversificati e più potenti. La progressione appare ben ritmata e spinge costantemente a setacciare ogni anfratto per raccogliere risorse utili ad ottenere nuovi strumenti, seppur sarà abbastanza facile accumularne una discreta quantità. Non siamo di fronte a una struttura ruolistica vera e propria, ma la sensazione di crescita e di affinamento delle proprie tattiche è tangibile e permette di mantenere alta l’attenzione per tutta la durata dell’avventura.

In generale, l’operazione di stravolgimento evolutivo funziona alla grande e, nonostante qualche limite, non appare forzata: sicuramente, Resonance: A Plague Tale Legacy non sconvolge il genere a livello meramente concettuale (in sostanza, potrebbe esser definito un “clone” della novella saga di Tomb Raider), ma si posiziona fin da subito come uno dei migliori rappresentanti sulla piazza. Detto ciò, il titolo è comunque molto distante dai primi due capitoli della saga la qual cosa, ovviamente, potrebbe non piacere affatto a chi amava principalmente nascondersi nelle ombre e giocare d’astuzia. L’altro “elefante nella stanza” è relativo alla longevità: il gioco dura tra le 15 e le 20 ore, orientativamente. Ma essendo l’intreccio inestricabilmente legato da una serie di vicende narrative che si avvicenderanno in modo lineare l’una dopo l’altra, concludere la storia significherà porre la parola fine, al momento definitivamente, alla produzione. Ergo: la longevità non è al massimo storico (seppur l’esperienza, nonostante non sia infinita, è davvero intensa).

Spostandoci sul versante puramente tecnico e prestazionale, la versione PlayStation 5 si difende con grande orgoglio, pur presentando qualche fisiologica incertezza. I paesaggi di Creta, la resa dei materiali orrorifici e l’uso dell’illuminazione dinamica sulla console ammiraglia Sony regalano colpi d’occhio fantastici, capaci di restituire tutto il fascino della produzione che alterna con magistrale armonia luce e ombra. Il frame rate si mantiene ancorato ai 60 fotogrammi al secondo nella maggior parte delle situazioni e l’esperienza mostra un po’ il fianco solo per quanto concerne piccoli fenomeni di pop-in visivo  ed alcune problematiche extra-ludiche (come ad esempio un fastidioso bug che ha eliminato alcune delle scritte nei menu). Un plauso va fatto all’implementazione delle caratteristiche del DualSense: il feedback aptico restituisce la sensazione dei macchinari di pietra che scattano e il vibrare della sfera minoica, mentre i grilletti adattativi oppongono una resistenza tangibile quando si impugnano le armi da taglio o si incrociano le lame nelle parate.

Sul fronte audio ci troviamo di fronte ad un lavoro qualitativo e attoriale davvero notevole: la colonna sonora firmata da Olivier Derivière è di una magnificenza inquietante e viscerale, impreziosita da un sound design in audio 3D che permette di percepire ogni passo della creatura nella penombra o lo scricchiolio delle strutture antiche, elevando il livello d’immersione a vette altissime. Gli attori coinvolti nella recitazione delle varie scene d’intermezzo, oltre che dei vari scambi di battute della protagonista con i suoi “aiutanti”, hanno svolto un lavoro davvero eccellente interpretando in modo perfetto il magistrale andirivieni atmosferico che il titolo porta con sé.

In conclusione, questo nuovo capitolo della saga Asobo rappresenta un esperimento coraggioso e, a nostro avviso, ampiamente riuscito. La volontà di stravolgere (senza però “deturpare”) la formula consolidata sostituendo la furtività astuta di Amicia con il combattimento spavaldo corpo a corpo di Sophia è un’idea eccellente che, nonostante una certa basicità generale, funziona più che egregiamente. Ciò nonostante, la pregevole direzione artistica, una narrazione appassionante arricchita dalla duplice linea temporale mitologica e un comparto di enigmi e sound design di prim’ordine, rendono l’opera un piccolo gioiello assolutamente consigliato per tutti gli amanti delle avventure action esplorative.