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Recensione Portrait of a Torn

di: Simone Cantini

Cosa c’è dopo la morte? Silenzio e pace eterne oppure un limbo senza fine in cui scontare i peccati commessi da vivi, un non luogo in cui rimorsi e situazioni lasciate in sospeso quando ancora il cuore batteva nel petto ci tormenteranno in eterno? Una risposta definitiva, piaccia o no, non è certo possibile averla, pertanto possiamo solo supporre cosa ci attenda una volta varcata l’ultima, fatidica soglia. E Portrait of a Torn prova a fornirci il suo personalissimo punto di vista, raccontandoci una storia che parla di vite spezzate e ambizioni malate, imbastendo una storia sicuramente non originalissima ma che, pur nella sua esigua durata, sa dove colpire per fare più male.

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Fantasmi dal passato

In Portrait of a Torn tutto prende il via quando un giovane soldato impegnato in una sanguinosa guerra, torna a casa per un breve periodo di licenza. Varcata la porta che lo separa dai suoi affetti, però, qualcosa sembra non essere come si ricordava: la casa è immersa in un silenzio innaturale e nessuno si presenta a salutarlo con affetto. Non c’è traccia del suo fedele amico canino, sempre pronto ad accoglierlo con tutto l’amore possibile, e l’unico suono che giunge ad interrompere quella coltre opprimente è il pianto sommesso della madre del ragazzo. Pochi attimi e la triste realtà fa brutalmente il suo sgangherato ingresso sulla scena: le lacrime sono causate dalla notizia della sua morte al fronte.

Un pugno nello stomaco accompagnato da immagini sconnesse delle trincee, il volto della donna amata persa per sempre, il sangue e l’orrore della guerra. Una brusca presa di coscienza che si fonderà con il doloroso passato della sua casa, non appena il volto di una ragazza lo riporterà sino agli inizi del secolo, per rivivere gli orrori che si sono consumati tra quelle mura. Prende così effettivamente il via il racconto di Portrait of a Torn, una storia che in poco meno di due ore saprà mescolare con spietata delicatezza la straziante storia di una famiglia distrutta dalla follia e dall’avidità. Un turbine di sentimenti ed emozioni che porteranno il giovane soldato ad abbracciare la propria condizione, una volta compreso come il suo ricordo possa essere di amaro conforto per gli affetti che si lascerà per sempre alle spalle. Una vicenda intima e toccante quella imbastita da Indigo Studios, che pur nella sua esigua durata saprà colpire al cuore quanto basta, pur in assenza di una sceneggiatura capace di presentare mirabolanti colpi di scena.

Avida follia

Al pari di una sceneggiatura essenziale per estensione, anche il gameplay proposto da Portrait of a Torn è risultato essere estremamente asciutto e minimale. L’avventura ha i contorni del walking simulator più sfacciato, con il nostro protagonista che si troverà ad esplorare la casa in questione ed i ricordi che la compongono. A movimentare un pizzico le cose ci pensa una manciata di enigmi mai troppo complessi, che sapranno fornire il giusto diversivo senza però bloccare la naturale progressione. Il mix di elementi non è certo originale o particolarmente creativo, ma nell’insieme funziona, visto anche il costo contenuto a cui il tutto è proposto (6,99 Euro). Peccato per la lentezza esasperante del nostro personaggio, che si muoverà in maniera sin troppo compassata: vero che gli ambienti sono circoscritti e l’estensione della casa non è elevatissima, ma aumentare un pizzico la velocità di locomozione non avrebbe guastato.

Complessivamente, a livello puramente tecnico, Portait of a Torn non presta il fianco a particolari criticità. Il colpo d’occhio è pulito e piacevole, con una buonissima modellazione degli elementi e delle sparute presenze umane (da sempre un tallone d’Achille dei lavori a basso budget). Gli unici elementi che fanno un pochino storcere il naso sono da ritrovare in qualche episodio di pop up degli elementi ed in un paio di interazioni con alcuni oggetti non proprio puntuale, ma per il resto tutto scorre via senza intoppi. Buono il voice over in lingua inglese (sono presenti i testi in italiano), anche se la voce del nostro protagonista non sempre riesce a veicolare a dovere le varie emozioni. Molto bello l’accompagnamento sonoro a base di violino e pianoforte, che si limita ad una sparuta manciata di apparizioni sapientemente calibrate, così da colpire dove fa più male grazie a pochissime note chirurgicamente piazzate.

Portrait of a Torn è un’esperienza piccola ma sincera, che non pretende di reinventare il genere né di stupire con trovate narrative ardite, e proprio per questo riesce a colpire con una forza più intima. È un racconto che vive di atmosfere, di silenzi, di memorie che si sfaldano come carta bagnata, e che trova nella sua essenzialità il coraggio di parlare di dolore, perdita e accettazione senza mai scadere nel melodramma. Le sue limitazioni, circoscritte in una struttura ludica ridotta all’osso, qualche incertezza tecnica, un ritmo talvolta troppo compassato, non cancellano la cura con cui Indigo Studios costruisce un viaggio emotivo breve ma incisivo, capace di lasciare un’eco sottile anche dopo i titoli di coda. Un’opera modesta, certo, ma animata da un cuore sorprendentemente grande.