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Recensione No Straight Roads

di: Simone Cantini

Il rock è morto. O per lo meno è quello che mi sono sentito dire giusto qualche mese fa, quando con il mio gruppetto siamo stati ricevuti da un produttore, che si è offerto di dare un’ascoltata al nostro lavoro. E non ci è voluto troppo perché la risposta dataci fosse quella frase con cui ho aperto questo pezzo: nessuno spazio per chitarre distorte e ritmi martellanti nel panorama musicale attuale, che sembra essere soltanto in cerca di suoni sintetici oramai standardizzati, accompagnati da linee vocali semplici da mandare a memoria, e magari canticchiare ad ogni ora del giorno e della notte. E così, proprio come i protagonisti di No Straight Roads, siamo tornati a casa con le pive nel sacco, ma non certo pronti ad abbandonare i nostri sogni. Peccato che non tutto sia così semplice come nei videogiochi.

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Rock is (not) dead

Un triste déjà vu quello che apre No Straight Roads, in cui la forzata omologazione del panorama musicale globale è oramai una grigia realtà. Il titolo mette al centro della scena Mayday e Zuke, i due componenti del gruppo rock Bunk Bed Junktion, che si presentano con mille speranze ad uno show per aspiranti talenti dello showibz. A dispetto di una prestazione eccellente, però, il duo si trova a scontrarsi bruscamente con i giudizi negativi della giuria, capeggiata dalla dispotica Tatiana, che li scarica senza troppi ripensamenti, in quanto lontani anni luce dall’EDM, il genere musicale imperante nella città di Vinyl City. Sì, perché in questo fittizio mondo oramai le sette note non possono assolutamente distaccarsi da questo stile, capace di lobotomizzare in maniera inconscia la mente degli abitanti della metropoli, così da garantire a Tatiana e alla sua compagnia (la No Straight Roads del titolo) il pieno controllo delle masse. Inutile dire, quindi, come toccherà a Mayday e Zuke ribellarsi all’egemonia della perfida manager, sfidando a suon di rock i membri più in vista dell’EDM, liberando Vinyl City dal giogo dell’omologazione forzata. Il debutto dei ragazzi di Metronomik, un duo composto da una coppia di veterani del gaming, con precedenti in Capcom e Square Enix, sfrutta questo interessante canovaccio per imbastire un inno alla creatività e alla libertà di espressione, che attraverso le metafore musicali mette in scena una critica alla società attuale. Peccato che le buone intenzioni non riescano a mantenersi a fuoco per tutta la durata dell’esperienza, finendo per perdere un po’ di colpi per strada, pur rimanendo sempre interessante, grazie anche ad un cast di personaggi ben caratterizzati e volutamente caricaturali. Al di là della sceneggiatura, un po’ sfilacciata ma retta da una comicità di fondo sempre gradevole, a colpire pienamente nel segno è lo stile sicuramente azzeccato di No Straight Roads, che richiama in modo marcato Jet Set Radio e riesce a bucare letteralmente lo schermo grazie ad una caratterizzazione di protagonisti ed ambiente davvero azzeccata e particolare.

Essere o apparire?

In merito all’estetica di No Straight Roads, quindi, è evidente come sia davvero difficile muovere qualche critica, dato che rappresenta l’aspetto sicuramente più riuscito della produzione Metronomik. Ed è proprio per questo motivo che il titolo in questione finisce per presentare un contrasto sin troppo stridente tra apparenza e contenuti, con i secondi che si configurano purtroppo come il lato più debole dell’avventura di Mayday e Zuke. Il che, per un videogioco, non è certo un difetto da poco. No Straight Roads, difatti, mette sul piatto una serie di idee sicuramente interessanti, in cui però il risultato ludico lascia decisamente a desiderare. Il nostro duo dovrà man mano farsi largo per le strade di Vinyl City, i cui quartieri saranno di volta in volta sbloccati man mano che sconfiggeremo i boss musicali di turno. L’avvicinamento a questi avverrà per mezzo di alcune fasi platform/action, in cui i due protagonisti saranno chiamati a sconfiggere una serie di mob nemici non certo irresistibili. Per farlo dovranno, almeno sulla carta, sfruttare il ritmo della colonna sonora, dato che i nemici attaccheranno seguendolo. Peccato che il tutto si sia rivelato non certo ben tarato sul tempo, con azioni che non sembrano seguire il corretto flow musicale. A completare il quadro troviamo un combat system esilissimo, basato su di un singolo tasto, non certo reattivo e preciso, a cui si accompagnano dei controlli altrettanto approssimativi, soprattutto per quanto riguarda le pessime sezioni platform. La summa di queste magagne si ha negli scontri con i boss, invero concettualmente assai ispirati e ben congeniati, ma che si scontrano in modo marcato con i suddetti limiti di gameplay. E dire che l’idea di switchare al volo tra Mayday e Zuke, ognuno dotato delle proprie abilità e del proprio stile di lotta, avrebbe avuto anche il suo perché, soprattutto alla luce del sistema di crescita di stampo ruolistico che li accompagna. Già, perché sconfiggere i nemici e riportare l’energia a Vinyl City, grazie ad una spruzzata di free roaming molto elementare, permette di accumulare fan, che potremo sfruttare presso il nostro covo per potenziare il dinamico duo di musicisti. Insomma, tante piccole idee ben architettate, ma che franano miseramente una volta che teniamo stretto tra le mani il controller, sia in solitaria che in compagnia di un amico.

No Straight Roads è la lampante dimostrazione di come, soprattutto nel campo del gaming, le buone idee da sole spesso non bastino per portare a casa il risultato. La produzione Metronomik, difatti, al netto di un setting interessante e di alcune intuizioni di gameplay non certo rivoluzionarie, ma sicuramente basate su solidi concetti, viene bruscamente ridimensionata da una realizzazione ludica decisamente insoddisfacente, che finisce per cadere fragorosamente sotto il peso di controlli sin troppo imprecisi ed approssimativi. Un debutto sicuramente dolceamaro per il giovane team, che ha finito per sacrificare sull’altare dell’apparenza le proprie intuizioni, che avrebbero sicuramente meritato una sorte migliore. Sarà per la prossima volta?