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Recensione Narcosis

di: Simone Cantini

Pur se sono nato e cresciuto sulla costa, sin da piccolo ho sempre avuto una certa paura delle profondità marine. O forse sarebbe il caso di dire dell’ignoto, di quello che si nasconde subdolo sotto la sua imperscrutabile superfice. L’idea di essere sperduto in quella sconfinata pianura azzurra, in balia delle onde e delle misteriose forze che si agitano al suo interno è un incubo ricorrente del mio subconscio che, chissà, avrà pure qualche recondito significato. Proprio per questo non oso neppure immaginare quale orrore possa scatenare il ritrovarsi soli nelle profondità oceaniche, apparentemente senza avere neppure una piccola possibilità di sopravvivenza, e con il livello dell’ossigeno a nostra disposizione che va abbassandosi rapidamente ad ogni nostro respiro. Ecco, magari io non sarei in grado di riuscire a fornire un concreto quadro della situazione, ma se siete curiosi di sperimentare simili sensazioni potete sempre rivolgervi a Narcosis.

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In fondo al mar

Inutile dire come la nostra avventura abbia inizio a circa 3000 metri di profondità, all’interno del pesante scafandro di uno dei venti membri della stazione sottomarina Oceanova, il cui scopo ultimo è quello di estrarre metano. La vita, quando si è così lontani dall’aria fresca, non è certo semplice, ma l’addestramento a cui i componenti del team si sono sottoposti prima di essere assunti è in grado di sopperire alle mancanze di una vita tradizionale. Anche se le direttive nulla possono contro il violento terremoto che, nelle fasi iniziali di Narcosis, si scatena a pochissima distanza dalla struttura, travolgendoci con la sua devastante onda d’urto mentre siamo in missione al di fuori delle rassicuranti pareti stagne di Compass I. Strappati brutalmente alla nostra routine, dovremo farci faticosamente strada sul fondale marino, schiacciati dall’enorme pressione, con solo il nostro ingombrante e pesantissimo scafandro a fungere da unica barriera difensiva dalle minacce naturali. A fornirci un piccolo aiuto supplementare ci penseranno una flebile torcia, alcuni razzi di segnalazione ed un coltello da sub, utile a sbarazzarci delle minacce più piccole, ma completamente inoffensivo contro le creature più grandi, che sarà sempre bene evitare se non si vuole incappare in uno spiacevole game over. Non è comunque il gameplay a fare la parte del leone in Narcosis, bensì la sceneggiatura, decisamente interessante e ben costruita e che, nel corso delle 4-5 ore necessarie al completamento della run, saprà incuriosire quanto basta, senza mai ricorrere a biechi trucchetti, sino a quando giungeremo allo spiazzante finale.

Under pressure

Come detto poco sopra, il gameplay di Narcosis non offre particolari guizzi creativi, restituendoci un walking simulator condito con alcuni sottili elementi horror, qualche esile sezione platform ed una risicata manciata di enigmi ambientali. Il flow di gioco è abbastanza canonico, con il team che si è premurato per restituire in maniera efficace la sensazione di pesantezza che avvertiremmo a 3000 metri di profondità, fasciati dall’ingombrante scafandro che abbiamo in dotazione. Controllare il personaggio, almeno all’inizio, sarà un’impresa non proprio immediata, a causa di una rigidità di fondo alquanto marcata, ma funzionale al contesto. Dopo pochi minuti, comunque, riusciremo a scendere a patti con tali meccaniche, trovando nei propulsori presenti nella nostra armatura un alleato indispensabile per proseguire con maggiore rapidità (occhio a non surriscaldarli pero!). Il tutto mentre ci aggireremo sia in ambienti al chiuso che all’aperto, anche se questi ultimi rappresentano la parte più fastidiosa dell’esperienza, visto che nonostante il percorso obbligato che saremo costretti a seguire, a causa della mancanza di punti di riferimento l’incedere risulterà a tratti frustrante, soprattutto se non riusciremo ad incappare in una bombola di ossigeno in grado di ripristinare le nostre scorte. Questo gas indispensabile, difatti, rappresenta la nostra unica fonte di sopravvivenza, pertanto faremo bene a tenerne sempre sotto controllo il livello, evitando situazioni stressanti in grado di esaurirne ancor più rapidamente il quantitativo. Ed in questo senso Narcosis non sarà avaro di spunti, tra creature marine pronte ad attaccarci alla vista, allucinazioni e la situazione non certo rosea che ci ritroveremo ad affrontare. Ed è qua che la produzione Honor Code tira fuori il suo secondo punto di forza, ovvero l’ambientazione complessiva che, pur strizzando l’occhio a SOMA e ad alcuni momenti del primo Bioshock, riesce a trasmettere un senso di angoscia e smarrimento davvero ben orchestrati. Ed è proprio per questo motivo che non riesco a spiegarci il perché il porting PS4 di Narcosis si sia visto privato della compatibilità con il PSVR (su PC il gioco è VR compatibile), dato che non propone soluzioni di gameplay incapaci di sposarsi alla perfezione con il DualShock, oltre a presentare un comparto tecnico gradevole ma non certo in grado di mettere in difficoltà il visore Sony.

Definire Narcosis un ottimo gioco sarebbe davvero troppo, ma anche relegarlo nell’angolo delle brutte produzioni rappresenterebbe una piccola ingiustizia. Il lavoro firmato Honor Code, alla fine della prova, si è rivelato un gioco discreto, costruito attorno ad un’ambientazione ed una sceneggiatura decisamente riuscite, ma che finiscono per rubare in maniera un po’ troppo debordante la scena al gameplay. Questo, in definitiva, appare molto rarefatto e grezzo, funzionale ma non certo sconvolgente, anche se ben lungi dall’essere pessimo. Sotto questo punto di vista Narcosis paga la sua genesi fortemente ancorata alla realtà virtuale che, una volta venuta a mancare, priva il titolo di gran parte del suo fascino. Se siete comunque in cerca di un survival ben scritto, una chance vi consiglio comunque di dargliela.