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Recensione MIO: Memories in Orbit

di: Simone Cantini

Cosa rende speciale un metroidvania? La domanda non è certo semplice da sviscerare, dato che potrebbe portare a risposte prettamente sentimentali ed emotive (magari legate ad un fattore nostalgico), ma anche a fredde analisi legate alla logica creativa del progetto. Di esempi perfetti del genere ne sono pieni gli scaffali videoludici, a partire dalla prima ed indimenticabile avventura di Samus, passando per l’ordalia di Alucard, fino a giungere al più moderno e recentissimo Silksong. Qualunque sia il titolo del nostro cuore, alla base di tutto troveremo sempre mappe gigantesche e labirintiche, che si apriranno poco alla volta sotto il nostro pad, in un circolo virtuoso di gioco e scoperta capace di tenerci incollati allo schermo. Un equilibrio che va sempre dosato con sapienza, per evitare scivoloni grossolani capaci di rovinare, totalmente o in parte, l’esperienza di gioco. Scivoloni che hanno purtroppo contraddistinto il mio rapporto con MIO: Memories in Orbit.

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Lost in space

Cosa ci cela all’interno delle intricate strutture del Vascello, una gigantesca arca spaziale oramai perduta alla deriva nel cosmo? Una domanda la cui risposta sarà tutt’altro che semplice e che spetterà al piccolo robot da cui prende il nome MIO: Memories in Orbit. Un viaggio lungo e tortuoso, che oltre a fare luce sul passato dell’astronave, servirà anche alla creatura meccanica per recuperare i propri ricordi, svaniti una volta che verrà risvegliato dall’IA guardiana della struttura. Un percorso irto di pericoli, alla ricerca delle intelligenze artificiali che un tempo governavano l’astronave, adesso in balia dei robot incaricati del suo sostentamento che sono caduti vittima di un misterioso decadimento del software, che li ha portati ad essere terribilmente ostili (e decisamente letali).

La sceneggiatura della produzione firmata Douze Dixiemes, piccolo team transalpino alla sua seconda opera (che viene dopo Shady Parts of Me) parte eterea e soffusa, e si andrà ad ampliare poco alla volta grazie agli ovvi snodi di trama, a cui si aggiungeranno dei dossier che è possibile recuperare all’interno della corposa mappa di gioco. Quello che emerge, giunti al termine di questo viaggio stellare, è un racconto di speranza e sogni infranti, che cela al suo interno una intrigante dose di malinconia. Non sarà certo la colonna portante dell’esperienza ludica, ma la sceneggiatura funziona, grazie anche ad un cast di personaggi ben caratterizzati, pur al netto delle esigue linee di dialogo che sono loro concesse. Non certo un difetto, dato che in metroidvania che si rispetti sono il gameplay e la struttura a fare la voce grossa, anche se in questo caso non tutto è filato liscio come avremmo voluto.

Nobili ispirazioni

Come dicevo poco sopra, una volta avviato MIO: Memories in Orbit ci troveremo al cospetto di un metroidvania dalla struttura consolidata e prevedibile, nel senso buono del termine. MIO dovrà attraversare la classica mappa dalle dimensioni generose, aumentando poco alla volta le sue capacità, così da aprire nuovi percorsi e soluzioni ludiche inedite. Un aspetto fondamentale sarà legato ai combattimenti, molto veloci e frenetici, capaci di mettere a dura prova la nostra abilità sin dai primi minuti di gioco, non appena raggiungeremo il Nexus, il checkpoint principale del gioco da cui prendere letteralmente il via l’avventura.

Visto il successo clamoroso dei lavori targati Team Cherry, è difficile per ogni metroidvania che si rispetti sfuggire al confronto con i lavori dello studio australiano, e ovviamente anche MIO: Memories in Orbit non può sottrarsi a questo arduo paragone. A dispetto di un’atmosfera generale che strizza l’occhio a Hollow Knight, lo studio francese pare avere in Ori la sua principale fonte di ispirazione, che emerge con veemenza all’interno del sistema di locomozione di MIO. Il robot, difatti, potrà contare su di una sorta di rampino (la Forcina), che gli consentirà di sfruttare appigli volanti e nemici per ampliare la portata del suo doppio salto. Una meccanica che lascia il campo a sezioni platform a tratti estremamente complesse, che rischiano di sfociare nel territorio del frustrante, a causa di una marcata inclinazione al trial and error: l’impossibilità di vedere si unisce alla frenesia di queste sezioni, che richiedono al giocatore tempi di reazione davvero rapidissimi, ma che si sfociano anche con trabocchetti subdoli che, a meno di non conoscere già la loro natura, non lasciano margine di errore.

Bastone o carota?

Quella della difficoltà non sempre perfettamente calibrata è l’aspetto di MIO: Memories in Orbit che più mi ha fatto storcere il naso, visto il modo in cui il gioco sembri quasi divertirsi nel mettere in completa difficoltà il player. Sin dalle prime battute ci troviamo al cospetto di picchi tutt’altro che dolci, con una progressione che non accompagna a dovere lo sviluppo ludico, fattore che potrebbe portare i meno pazienti a gettare la spugna già dopo un paio di ore. Questa durezza si traduce in boss che sembrano vere e proprie spugne per colpi, checkpoint inesistenti (per le prime 3-4 ore avremo solo l’hub centrale come punto di respawn) e un senso di impotenza difficile da scacciare.

È proprio questo ultimo aspetto ad emergere quasi beffardo quando ci approcciamo al sistema di potenziamento di MIO: questi avrà a disposizione un numero di slot dedicato, il cui valore non potrà superare il costo dei power up che potremo equipaggiare. Niente di male in tutto ciò, peccato che il gioco ci presenterà dopo pochissimi minuti elementi che ci costringeranno a disinstallare feature fondamentali (come la visibilità dell’interfaccia utente) per poter migliorare le nostre capacità di sopravvivenza. La situazione migliorerà leggermente in seguito, non appena sbloccheremo lo shop del Vascello (presso cui investire la valuta guadagnate in-game, che perderemo ad ogni morte), ma una volta giunti alle battute finali, quando saremo ricolmi di risorse da investire, il vendor verrà rapito ed il suo recupero sarà legato ad una missione secondaria. Ci sono delle feature di accessibilità che leniscono un poco la situazione, ma cambiano davvero poco le carte in tavola. Insomma, più bastone che carota…

Altra feature che dimostra la volontà di spingere forte sul pedale della difficoltà, è quella legata alla gestione dell’automap, che in MIO: Memories in Orbit non sarà automatico come in ogni altro metroidvania, ma si aggiornerà solo in seguito ad una sosta presso un checkpoint o a una nostra morte. L’idea è indubbiamente carina e acuisce sicuramente il senso di scoperta, ma in un gioco che fa della struttura labirintica la sua principale caratteristica, finisce per assumere i contorni di un espediente ai limiti del sadico: di sicuro ai Douze Dixieme non manca la personalità. Anche in questo caso l’impatto maggiore si ha nelle battute iniziali, quando avremo il solo Nexus come punto di sosta, ma ecco che riemerge il concetto di muro espresso poche righe fa.

Spettacolo spaziale

Tolti tutti questi sassolini dalla scarpa, non nego che alla fine dei giochi, quando MIO: Memories in Orbit si dimostra più indulgente, l’esperienza è sicuramente gradevole e divertente, complice un mondo di gioco sicuramente accattivante, a cui si accompagna un gameplay molto curato e pulito. Gli scontri sono sempre impegnativi al punto giusto, con i vari nemici che godono di moveset interessanti, così come intrigante è l’esplorazione dei vari biomi ospitati a bordo del Vascello. Quello che emerge, in definitiva, è un metroidvania solidissimo e dall’identità ben precisa, capace di intrattenere a dovere ogni appassionato.

E la voglia di sviscerare ogni singolo anfratto di MIO: Memories in Orbit è corroborata dal comparto audiovisivo della produzione, che è risultato essere semplicemente meraviglioso. A partire dalle battute iniziali, sarà davvero difficile rimanere impassibili al cospetto di una grafica delicata e bellissima da vedere, che mescola cel-shading e suggestioni in salsa acquerello capaci di bucare letteralmente lo schermo. Non da meno è la direzione artistica generale, che strizza giocoforza l’occhio alle produzioni fumettistiche sci-fi francesi, evidenti soprattutto in alcuni scorci (arrivate a Metropolis e capirete). Ottimo anche il character design, che ha nella realizzazione delle Perle (le IA principali del vascello) delle vere chicche in quanto a caratterizzazione. Fuori scala è anche l’aspetto sonoro della produzione, in virtù di una soundtrack sempre a fuoco ed in grado di sottolineare la desolante malinconia che permea il Vascello. Le atmosfere, visto anche il setting, richiamano con forza alla mente l’ottimo lavoro udito all’interno dei due eccellenti Citizen Sleeper (che se non avete giocato dovete assolutamente recuperare!).

MIO: Memories in Orbit è un metroidvania che osa, talvolta inciampa, ma non smette mai di mostrare una personalità forte e riconoscibile. È un viaggio che alterna meraviglia e frustrazione, slanci poetici e brusche frenate, come se il Vascello stesso respirasse a scatti, chiedendo al giocatore la stessa tenacia che chiede al suo piccolo protagonista meccanico. Quando il gioco smette di erigere muri e lascia spazio al ritmo naturale dell’esplorazione, rivela un cuore pulsante fatto di atmosfere magnetiche, combattimenti appaganti e una direzione artistica che rimane impressa a lungo. Non è un’esperienza per tutti, e non vuole esserlo. Ma chi saprà accettarne la durezza iniziale e il gusto per il design punitivo troverà un’opera solida, affascinante e capace di regalare momenti di autentico stupore. Un metroidvania imperfetto, sì, ma anche coraggioso, che dimostra come anche nei suoi inciampi possa nascondersi una scintilla di originalità.