Recensione Let It Die: Inferno
di: Donato MarchisielloSono passati quasi dieci anni dal rilascio del primo Let it Die, uno “stravagante” free to play sviluppato da Grasshopper Manufacture e GungHo Online. Il gioco, composto di mille stranezza a partire da improbabili nemici che sembravano fuoriuscire dagli incubi di una mente non esattamente sana, ha creato nel tempo una fan base “dura e pura”, inestricabilmente legata al mondo di gioco. Saltando a piè pari il poco fortunato Deathverse: Let It Die, una parentesi battle royale estintasi molto velocemente, quest’oggi ci troviamo per le mani Let it Die: Inferno, il seguito “spirituale” del primo, folle capitolo. Riuscirà a tener alta e sventolante l’effige (della pazzia)? Ecco a voi la recensione di Let it Die: Inferno per PS5.
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Let it Die: Inferno è un gioco d’azione in terza persona, con vividi elementi ruolistici ma con un’essenza concentrata principalmente sul PvPvE, ovvero una competizione contemporanea tra giocatori e nemici controllati dall’intelligenza artificiale. Il gioco rientra in uno dei generi più in voga del momento, ovvero quello degli extraction: per chiunque lo ignorasse, essi sono giochi in cui l’obiettivo è sopravvivere ed estrarre, appunto, tutto ciò che si è riusciti a raccogliere. Morire significherà, sostanzialmente, perdere tutto ciò che si è raccolto o quasi. Dunque, non un gioco per tutti, non un gioco da tutti: anche perché, come si scoprirà nel (a tratti tedioso, a causa di dialoghi stilosi ma piuttosto lunghi e trascurabili) tutorial, le meccaniche combattive ricordano molto da vicino un classico hardcore rpg.
Ma andiamo con ordine! Let it Die: Inferno avrà, innanzitutto, una componente narrativa presente ma piuttosto generica: i giocatori vestono i panni di una sorta di predone che, per sua fortuna, sarà mortale ma il lasciarci le penne non sarà mai definitivo. Il suo compito sarà esplorare ossessivamente un enorme e labirintico precipizio dalle fattezze all’apparenza infinite, con l’obiettivo principale di ottenere l’Occhio del Mietitore, un artefatto che conferisce potere illimitato al suo possessore. Il nostro obiettivo sarà dunque arrivare alla “sommità capovolta” del precipizio, seppur a metterci i bastoni fra le ruote vi saranno non solo altri cacciatori umani, ma anche mostruosità contorte e pericolose.
Per quanto concerne le modalità di gioco, Let It Die: Inferno ne ha sostanzialmente tre: una PvPvE, in cui quindi ci scontreremo con giocatori reali e controllati dall’intelligenza artificiale. Un’altra modalità solo PVE, in cui combattere solo i nemici “non umani” ed un’altra ancora esclusivamente PVP, in cui affronteremo in una sorta di battle royale altri giocatori umani. Naturalmente, il cuore pulsante dell’esperienza ludica confezionata da Supertick Games e GungHo è la componente ad estrazione con la presenza di umani e non umani a metterci i bastoni tra le ruote.
Il loop ludico del gioco è piuttosto “semplice”: i giocatori si tufferanno a capofitto in questo burrone infernale, scendendo sempre più in basso mentre affrontano nemici e sfide di diverso tipo. Ovviamente, uno degli obiettivi principali di Let it Die: Inferno è accumulare bottino e potenziare il proprio alter ego, che potrà esser scelto da una serie di personaggi con delle specifiche (seppur non particolarmente “capovolgenti”) abilità e armi iniziali predefinite. Il più delle volte, avremo specifici obiettivi da portare a termine come il raccogliere una certa quantità di Lithium, una fonte di energia “alternativa”, o di scendere a una certa profondità.
Una volta completati i suddetti, sempre che si sia ancora nei margini del tempo limite che il gioco ci dona per esplorare ad ogni sessione, i giocatori avranno facoltà di utilizzare una apposita capsula di salvataggio, che dovrà esser scovata nella mappa usando un radar non particolarmente “user friendly”, e tornare alla base con tutti i bottini raccolti, tra materiali speciali utili per il crafting e progetti per costruire nuovo equipaggiamento. A proposito di quest’ultimi, I giocatori hanno a disposizione uno spazio limitato e che dovranno saggiamente utilizzare: in teoria, questo ha senso dato lo scopo del gioco, ma alcuni oggetti, alcuni cruciali, arrivano a pesare davvero molto rispetto alla capacità massima del nostro “sfortunato” alter ego.
Il fulcro meccanico del gioco è ovviamente il combattimento che, memore del suo capitolo originale, ci ripropone meccaniche volutamente lente e rigide, governate dalla stamina e che sfoceranno nell’uso di armi tendenzialmente improbabili, tra motori di jet, martelloni da pseudo-circo ecc, ed in buon numero. Nonostante sia nettamente migliorato rispetto all’ormai vetusto primo capitolo, il combattimento, al day one, soffre di alcune imprecisioni a livello di hit box ed una tendenza della telecamera a complicare, abbastanza spesso, la vita del giocatore, ma rientriamo nei canonici difetti del lancio. Va però, al contempo, segnalato il buon lavoro di caratterizzazione degli strumenti di morte, i quali avranno ognuno caratteristiche specifiche e movenze particolari, spesso lontani dagli “standard” dei titoli action classici.
Naturalmente, combattere significa anche soccombere e in Let it Die: Inferno si morirà parecchio anche perché, passati i primi livelli “rilassati”, la curva della difficoltà si acuirà molto velocemente e crudelmente. Morire ci farà ovviamente ritornare al quartier generale, dove sarà possibile tuffarsi in una serie di attività pro-ludiche o, semplicemente, gozzovigliare senza uno scopo. Al suo interno, troveremo venditori vari, postazioni per il crafting e per il potenziamento delle caratteristiche delpersonaggio, ma avremo anche facoltà di modificare l’estetica del nostro sfortunato alter ego ecc.
Se relativizzato al suo costo d’accesso iniziale, esiguo rispetto allo standard, Let it Die: Inferno è un prodotto tutto sommato più che sufficiente. Naturalmente, come quasi ogni rappresentante della sua categoria, il loop ludico sarà chiaro già dopo poche ore di gioco e non subirà, al momento, enormi variazioni sul tema. Ben presto, dunque, l’esperienza tenderà verso la ripetitività e lo stantio, anche perché non vi saranno sterzate narrative o meccaniche tali da “rinnovare” l’esperienza in corso. Va segnalato anche che il gioco ha al suo interno un meta-store colmo di microtransazioni e di oggetti che, seppur non definitivi (ovvero, potranno esser in larga misura perduti alla morte esattamente come il resto), concedono a chi deciderà di spendere un vantaggio notabile, seppur di misura. Potranno ad esempio esser acquistate classi extra, armi ed oggetti consumabili (e perdibili in caso di morte).
Dal punto di vista tecnico ed estetico, Let it Die: Inferno è concettualmente interessante, ma visivamente un po’ “spento”. Il titolo offre la stessa estetica esagerata e nonsense del suo predecessore, basata su di una sorta di distorsione folle della cultura pop anni ’80, seppur il risultato tecnico lasci un pochino a desiderare. Nonostante vi siano diversi biomi, tutti sulla carta ben caratterizzati e visivamente sufficienti, il risultato sarà inficiato da texture dalla qualità altalenante e spesso afflitte da un pop-up improvviso e persistente. A livello di pulizia tecnica e di fluidità, al di là di sporadici rallentamenti e qualche compenetrazione poligonale (che una sola volta, si è tradotta in un personaggio “incastrato” nello scenario), non v’è molto da riportare: il gioco non ha al momento bug o errori ricorrenti tali da renderlo ingiocabile.
Va inoltre sottolineato che il gioco pratica un uso di materiale generato con l’intelligenza artificiale, specialmente inerente alcune tracce audio e alcuni elementi estetici dell’ambiente. Una scelta che non ha fattivamente un peso economico concreto nell’esperienza ludica, ma ovviamente ne ha al contrario uno “devastante” a livello meramente intellettuale.
Tirando le somme, Let it Die: Inferno è un buon gioco action ad estrazione, dall’estetica folle e dal costo contenuto. Al momento, la produzione soffre di diversi limiti in praticamente ogni settore, ma il risultato finale è un’esperienza tutto sommato appagante. Il costo d’accesso è trascurabile, ma va tenuto presente che v’è un premium shop all’interno che, seppur non possa esser definito concretamente pay to win, offre comunque dei piccoli ma concreti vantaggi a chi deciderà di spendere. Una “mixed bag”, come direbbero gli anglofoni, ma tutto sommato accettabile.