Recensione Halloween: The Game
di: Donato MarchisielloIl sottogenere cinematografico dello slasher horror applicato al medium videoludico ha sempre vissuto un rapporto complesso e spesso tormentato con le proprie origini cinematografiche. Per decenni abbiamo assistito a tentativi più o meno riusciti di trasporre su schermo interattivo le icone del terrore degli anni Settanta e Ottanta, quasi sempre trasformandole in protagonisti di esperienze multiplayer asimmetriche. La vera difficoltà, quella che pochi hanno saputo affrontare con rispetto, resta quella di restituire la sensazione di essere braccati (o di essere) una forza della natura silenziosa, metodica e priva di umanità. Quando si tocca un sacro graal della celluloide come Halloween di John Carpenter del 1978, il rischio di snaturare l’essenza del personaggio è altissimo. IllFonic, studio già noto per Friday the 13th: The Game e altri titoli del genere, insieme a Gun Interactive, ha raccolto la sfida con Halloween: The Game, uscito l’8 settembre 2026 su PlayStation 5 (oltre che su Xbox Series X/S e PC). Ecco la nostra prova della versione PlayStation 5.
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Halloween: The Game è un gioco d’azione in terza persona con forti elementi stealth e horror, basato sulla classica formula inaugurata commercialmente anni fa da Evolve e portata alla ribalta con Dead by Daylight: uno scontro tra diversi sopravvissuti e un pericoloso killer, in questo caso il silenzioso e inesorabile Michael Myers, che farà di tutto per farli passare a miglior vita. Trattandosi del porting diretto di una delle proprietà intellettuali più importanti della celluloide, il gioco è ovviamente ambientato nella quieta e apparentemente sonnolenta Haddonfield, Illinois, nel corso della notte di Ognissanti del 1978. La campagna single-player, della durata di circa due ore suddivise in sei capitoli, mette il giocatore esclusivamente nei panni di Michael Myers e funge, sostanzialmente, da articolato tutorial per il fulcro del gioco, ovvero il comparto online.
Nella storyline si ripercorrono gli eventi che dalla fuga dal manicomio di Smith’s Grove conducono alla famosa notte, con qualche libertà narrativa ma sempre con grande rispetto per il film originale. Funziona soprattutto come tutorial esteso: introduce gradualmente le abilità dello Shape, abitua al ritmo di gioco basato sullo stalking e offre collezionabili e sfide secondarie. Non è un’esperienza lunga né particolarmente strutturata, e chi cercava una vera e propria avventura survival di lunga durata rimarrà deluso. Tuttavia riesce a trasmettere un’autentica passione per il materiale di partenza, grazie anche al coinvolgimento di Carpenter e alla cura nel ricostruire luoghi e atmosfere iconiche.
Il vero cuore pulsante del titolo è il multiplayer asimmetrico 1 contro 4. Un giocatore veste i panni di Michael Myers, mentre fino a quattro altri controllano gli “Heroes of Haddonfield”, civili che devono collaborare per mettere in salvo gli abitanti NPC della mappa, riparare veicoli, ripristinare linee elettriche o telefoniche e tentare la fuga. Myers non corre mai: si muove con la stessa lentezza metodica e inquietante del film, appare all’improvviso dietro una staccionata o da una finestra, usa abilità come lo Shape Jump per spostarsi in modo spettrale e costruisce tensione attraverso la sola presenza. Quando il match funziona, l’esperienza riesce a evocare quella sensazione di vulnerabilità e di minaccia costante che caratterizza il cinema slasher classico. I civili, dal canto loro, devono muoversi con cautela, sfruttare l’ambiente e coordinarsi per portare a termine tutta una serie di missioni, sapendo che un errore può costare caro non solo a loro ma anche agli NPC che stanno cercando di proteggere.
Una volta completata la breve campagna, dunque, è il multiplayer il comparto che garantisce le ore di gioco più consistenti e le situazioni più memorabili, soprattutto in compagnia. Sulla lunga distanza, però, la struttura degli obiettivi (salvare NPC, riparare, fuggire) tende a ripetere sé stessa e le limitazioni tecniche del gioco (che approfondiremo nel prossimo capitolo) fanno capolino con una certa frequenza. Non sono sempre presenti o eccessivamente invadenti, ma contribuiscono a far percepire il gioco come un’esperienza ancora un po’ grezza in alcuni aspetti.
Per gli interessati, il gioco supporta il crossplay, con PC, PlayStation 5 e Xbox Series X|S condividono lo stesso matchmaking fin dal lancio, quindi giocare con amici su piattaforme diverse non è un problema. Non è invece prevista, almeno per ora, la cross-progression: i progressi non si trasferiscono da una piattaforma all’altra. Per quanto riguarda la monetizzazione post-lancio, al momento non risultano annunciati un pass stagionale o un sistema di microtransazioni strutturato. Resta ovviamente da vedere se IllFonic seguirà, con gli aggiornamenti futuri, la stessa strada percorsa con Friday the 13th: The Game.
Tecnicamente, il gioco è un buon prodotto in linea generale. L’atmosfera è sicuramente uno dei punti di forza più evidenti. Le strade illuminate dai lampioni, le foglie secche, il contrasto tra la quiete suburbana americana e la minaccia sanguinosa che striscia nell’ombra funzionano egregiamente. La direzione artistica cattura con efficacia lo spirito del 1978 senza scivolare nell’artificioso o nel troppo moderno, al contempo rispettando la visione geniale di Carpenter. Sul piano tecnico la versione PlayStation 5 offre un buon impatto visivo grazie a nebbie volumetriche, giochi di ombre e resa delle superfici bagnate, ma non è esente da limiti. Nelle aree più affollate di effetti e sorgenti luminose si avvertono cali di framerate e qualche instabilità, seppur nulla di particolarmente duraturo o bloccante.
Il gioco, seppur in generale piuttosto pulito e privo di bug apocalittici, mostra un po’ il fianco in alcuni contesti. Le interazioni in mischia e le collisioni, ad esempio, risultano spesso legnose e imprecise, mentre sia l’IA di Myers sia quella degli NPC mostrano occasionali problemi di pathfinding e comportamenti goffi che spezzano l’immersione. Nulla da eccepire, invece, per quanto riguarda il comparto sonoro. La colonna sonora è un continuo richiamo ai sintetizzatori e ai temi iconici del film, capace di alzare immediatamente la tensione, così come sono ottimi gli effetti sonori legati alla vicinanza e ai movimenti del killer, i quali si faranno più “rumorosi” con il suo incedere verso di noi.
In conclusione, Halloween: The Game è un asymmetric horror rispettoso e appassionato nei confronti del film di Carpenter. L’atmosfera, il sound design e la sensazione di stalking di Michael Myers sono i suoi maggiori pregi, mentre la campagna eccessivamente corta, i problemi tecnici e una certa ripetitività a lungo termine gli impediscono di raggiungere vette più alte. Per i fan del genere e di Halloween resta comunque un titolo divertente e consigliato, specialmente se giocato con un gruppo di amici pronti a urlare e a ridere insieme.