Recensione God of War: Sons of Sparta
di: Simone CantiniEra nell’aria, visto che della sua presunta esistenza se ne parlava oramai da quasi un anno, ma lo shadow drop di God of War: Sons of Sparta al temine dell’ultimo State of Play ha stupito davvero tutti. E a vedere la reazione del pubblico del web, non certo in positivo. D’altronde, quando il cavallo di battaglia della grafica PlayStation, sin dal primo e indimenticabile capitolo, si presenta sulle scene in pixel art, è davvero difficile trattenere le perplessità. A maggior ragione se il tutto è calato in un contesto inedito per la serie, quello degli inflazionatissimi metroidvania, scelta che pare quasi un tradimento nei confronti nell’anima action di Kratos. Eppure, dopo quasi 20 ore trascorse in compagnia dello spartano e di suo fratello Deimos, mi sento di dire che lo scetticismo superficiale non ha davvero ragione di esistere. Con buona pace di David Jaffe…
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Prima della fine
C’è un che di malinconico nel setting narrativo di God of War: Sons of Sparta, che si apre con il nostro Kratos intento a raccontare una storia ambientata nella sua adolescenza alla figlia Calliope. Il Fantasma di Sparta è ancora lontano dall’essere la spietata macchina da guerra che tutti conosciamo, e vederlo calato in questo ruolo di padre rude e affettuoso non può che colpire al cuore, sapendo come presto la situazione finirà per precipitare inesorabilmente. E anche il racconto che porterà i giovanissimi Kratos e Deimos a cercare il loro compagno scomparso Vasilis non fa che acuire questo senso di tristezza, conferendo all’eroe della saga una ulteriore e riuscita sfaccettatura caratteriale.
Il suo sarà un viaggio in bilico tra dovere e desiderio, spinto dalla volontà di entrare a far parte del circolo dell’Avanguardia, la falange armata più nobile della città, ma anche dal suo voler essere un esempio per il fratello minore. La sceneggiatura che sorregge il flow ludico non è lontanamente paragonabile alla spietata cupezza che permea il ciclo greco della serie, ma si barcamena efficacemente tra la semplice e rude quotidianità dei giovani spartani e la leggerezza figlia dell’adolescenza che, di tanto in tanto, fa capolino nei momenti più intimi della coppia di protagonisti. Una storia di crescita e presa di coscienza che contribuisce a rendere ancora meno monodimensionale un personaggio che, sin dal principio, è risultato essere un unicum nel mondo degli action, grazie ad una caratterizzazione carismatica ed estremamente sfaccettata: una volta giunti ai titoli di coda, non si potrà che amare ancora di più il Fantasma di Sparta.
Da un’altra prospettiva
Come detto in apertura, con God of War: Sons of Sparta Santa Monica e Mega Cat Studios hanno scelto di calare Kratos all’interno di un contesto ludico inedito per la serie, quello dei metroidvania, così da sottolineare ancor di più la volontà di proporre un momento inedito della sua personale storia. Lo spostamento del focus ludico, come prevedibile, ha cambiato radicalmente le carte in tavola, sostituendo le classiche e numerose combo con un set di attacchi più asciutto e risicato: a disposizione avremo la lancia e lo scudo, che potranno essere utilizzati per colpire e parare (magari con il giusto tempismo, così da stordire) gli assalti nemici. Ad ampliare il pattern di offesa ci penseranno, pertanto, uno serie di skill tree dedicati che, per mezzo delle classiche Sfere di Sangue ci consentiranno di sbloccare mosse accessorie.
A questi si affiancheranno anche le componenti che compongono il nostro setup, che potremo sia rinvenire nell’estesa mappa di gioco, che creare presso il fabbro della città, investendo particolari materiali. Questi spazieranno dalle punte di lancia, alle aste, passando per il bordo dello scudo e la parte terminale dell’arma, e ciascuno sarà dotato di bonus unici (tutti saranno ovviamente potenziabili). I vantaggi che potremo ottenere prevedono attacchi elementali, perk passivi ma anche colpi speciali, che sarà possibile scatenare raccogliendo le sfere gialle che rilasceranno i nemici. A completare il quadro degli strumenti di offesa, troveremo dei particolari artefatti, che ci verranno donati presso i vari templi dedicati agli dei, che saranno utili sia in combattimento, ma anche per risolvere i numerosi enigmi ambientali che costellano la progressione.
Nel complesso la varietà è risultata molto buona e stimolante, anche se va riscontrata una certa caoticità del menu degli equipaggiamenti che, soprattutto per quanto riguarda gli alloggiamenti per la cintura, è risultata non proprio chiarissima. Le stesse spiegazioni legate ai poteri aggiuntivi che sarà possibile sbloccare per gli artefatti divini (tramite peculiari offerte ben nascoste nei vari ambienti) è risultata assente nel manuale di gioco: ci sono arrivato a caso che per l’attivazione è legata alla pressione di L2 e di uno dei pulsanti frontali del pad. Tolti questi sassolini, pur non raggiungendo la sanguinaria spettacolarità dei capitoli maggiori, il combat system di God of War: Sons of Sparta è risultato comunque appagante al punto giusto, una volta contestualizzato nel genere, complice anche un livello di difficoltà da non sottovalutare anche a settaggio standard.
Compagnia ingannevole
Esplorare i dintorni di Sparta, sia l’iconico monte Taigeto o la fucina di Dedalo, sarà sempre un piacere, complici anche i numerosi segreti che il mondo di gioco ha in serbo per noi: saranno presenti quest secondarie (non troppe invero), numerosissimi oggetti collezionabili da rinvenire, passaggi segreti e olivi divini da purificare. Questi ultimi presentano delle sfide di combattimento alquanto impegnative, ma se superate ci ricompenseranno con altre offerte per gli dei, che saranno indispensabili per potenziare le statistiche di Kratos. Ovviamente non possono mancare anche miniboss e boss, con questi ultimi che sapranno dare del filo da torcere, vista la loro estrema resistenza ai nostri colpi.
Completare l’avventura, oltre a permetterci di poter girovagare a piacimento per la mappa per completare i task in sospeso, sbloccherà anche una modalità di gioco accessoria, a cui è legata anche parte delle numerose polemiche nate attorno al titolo. Si tratta di una modalità roguelike ad arena a cui potremo partecipare anche in compagnia di un amico, in locale, elemento che ha portato la scheda di gioco sul PSN a presentare l’indicazione dei due giocatori. Confesso come un pizzico di chiarezza sull’argomento sarebbe stato dovuto, visto che molti hanno acquistato God of War: Sons of Sparta perché convinti di poter vivere l’avventura in cooperativa. Al netto di ciò, la Fosse delle Agonie è risultata un’aggiunta sicuramente gradita, capace di ampliare a dovere la già corposa longevità generale.
Mitologia opaca
Ma allora è tutto oro quello che luccica in God of War: Sons of Sparta? Beh, il voto in basso indica che non è proprio così, anche se il risultato non è ovviamente da disprezzare. La produzione sviluppata da Mega Cat soffre di alcuni problemi che è impossibile non evidenziare nella recensione, che limitano la bontà complessiva della produzione, pur non affossandola. In primis emerge una certa lentezza della parte iniziale, che si trascina in modo non troppo avvincente prima che il titolo spicchi definitivamente il volo. Questo si è tradotto anche in una certa pigrizia nella concessione dei classici power up in grado di aprire progressivamente la mappa di gioco: ad una manciata di ore all’insegna della parsimonia, si succede una repentina impennata del numero di artefatti concessi, situazione che potrebbe portare i meno pazienti ad annoiarsi prematuramente.
L’altro aspetto, che riprende il discorso accennato in apertura, non può che riguardare l’aspetto grafico della produzione, non certo capace di rapire l’occhio dei giocatori. Soprattutto se nel titolo compaiono le parole God of War. La pixel art adottata dal team statunitense crea uno stridente contrasto con i ricordi evocati dal nome in questione, finendo per cadere miseramente sotto il peso di questa ingombrante eredità. È palese come si tratti di un progetto volutamente minore e, trattandosi di uno spin-off, non c’è niente di male. Personalmente ho trovato le critiche sin troppo ingiuste e gratuite, dato che al netto di un aspetto non certo esaltante, non mancano momenti indubbiamente ispirati. Peccato solo per qualche incertezza nel motore, riscontata in occasione di una delle ultimissime boss fight, che ha messo in mostra evidenti rallentamenti.
Non mancano anche alcuni bug sparsi, che si sono manifestati in mob che sono rimasti incastrati a correre sul posto, oppure in linee di dialogo (parlo del voice over in italiano) che scompaiono, oppure che mancano del tutto. Lo stesso voice over nostrano presenta un mix non sempre perfetto, soprattutto per quanto concerne Deimos, con le sue battute che hanno spesso un volume sin troppo basso. Nulla da dire, invece, in merito alla colonna sonora ad opera del solito Bear McCreary, che sfruttando un mix di elementi orchestrali e campioni retrò è riuscito a creare una OST assolutamente centrata e godibilissima da ascoltare in-game. L’ultimissimo appunto riguarda il prezzo che, piaccia o no, è figlio di quella presenza ingombrante che si chiama Silksong: un range tra 19,99 e 24,99 Euro sarebbe stato un pizzico più giusto rispetto ai 29,99 richiesti dall’edizione standard.
God of War: Sons of Sparta è uno di quei progetti che vivono in equilibrio precario tra ambizione e misura, tra il peso di un’eredità ingombrante e il desiderio di raccontare qualcosa di diverso. Non tutto funziona, e alcuni limiti produttivi sono impossibili da ignorare, ma quando il gioco trova il suo passo riesce a restituire un ritratto sorprendentemente umano di Kratos, capace di aggiungere sfumature nuove a un personaggio che sembrava aver già detto tutto. L’esperimento metroidvania non rivoluziona il genere, ma lo interpreta con dignità e qualche guizzo ispirato, sostenuto da un combat system essenziale ma soddisfacente e da un mondo di gioco ricco di segreti. Sons of Sparta non è il nuovo capitolo monumentale della saga, e non pretende di esserlo. È uno spin-off sincero, imperfetto, a tratti acerbo, ma animato da una cura che traspare nonostante i compromessi. Chi saprà accoglierlo per ciò che vuole essere, ovvero un racconto di formazione in pixel art su un giovane spartano destinato a diventare leggenda, troverà un’avventura sorprendentemente calorosa, capace di lasciare un segno più profondo di quanto la sua veste “minore” lasci immaginare.