Recensioni

Recensione Ebola Village

di: Simone Cantini

L’approdo di Ebola Village su PS5 è stato al centro di una polemica scoppiata in seguito alla pubblicazione del trailer di annuncio attraverso il canale YouTube ufficiale della console Sony. I motivi del clamore suscitato, che ha portato alla repentina rimozione del filmato in questione, erano da ritrovare nel modo sin troppo smaccato e dozzinale in cui il titolo firmato Indie Games Studio tentava di richiamare le atmosfere care a Resident Evil. Figlia di una serie giunta al quarto capitolo proprio con il gioco in questione, la produzione realizzata dal piccolissimo team russo (in realtà composto da una sola persona) sarà riuscita a superare le polemiche che lo hanno circondato nelle ultime settimane? Oppure avrà finito con il dare ragione ai detrattori che lo hanno immediatamente bollato come truffa legalizzata? Diciamo che la verità sta, più o meno, nel mezzo…

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Home sweet home

Come vuole la tradizione dei titoli a base di epidemie mortali, anche Ebola Village prende il via all’interno di un appartamento: ad accoglierci troveremo Maria che, dopo aver sentito le ultime notizie relative a questo misterioso morbo che sta decimando la popolazione mondiale, deciderà di tornare al natio villaggio di Popovka per vedere come se la passano i suoi cari. Ovviamente, una volta giunta nello sperduto paesino perso nella steppa russa, la situazione non può fare altro che precipitare, non appena la giovane si troverà ad affrontare i paesani oramai resi folli dal virus sfuggito ai laboratori della Paniccom. Inutile dire come la sopravvivenza e il bisogno di fuggire al più presto diverranno gli unici obiettivi di questo survival horror, che in poco meno di due ore ci condurrà senza troppi scossoni ai titoli di coda.

La durata così contenuta non sarebbe neppure un difetto, qualora Ebola Village fosse un titolo capace di reggersi saldamente sulle proprie gambe, nonostante l’ingombrante fantasma del franchise Capcom che aleggia sulla testa. I problemi della produzione firmata Indie Games Studio, difatti, sono davvero molteplici, a partire da una sceneggiatura assolutamente sconclusionata e priva di ogni logica, che si dipana attraverso brevi cutscene sconnesse e maldestre ed una manciata di documenti, resi ancora più risibili da una localizzazione testuale in italiano palesemente affidata ad un software di demenza artificiale. Le avvisaglie di un plot senza capo ne coda compaiono già nei primissimi minuti di gioco, quando per poter uscire dall’appartamento ci verrà chiesto di recuperare la patente che abbiamo lasciato nel bagno di casa, dove però è saltata la luce. Poco male, tanto è casa nostra e non c’è niente di cui aver paura, giusto? Sbagliato, perché pur avendo a disposizione una torcia, Maria deciderà di recuperare delle cesoie, forzare la serratura di un appartamento vicino, recuperare un fusibile e riparare l’impianto elettrico: logico, giusto? Ecco, questo giusto per dare un’idea dei folli espedienti narrativi che saremo chiamati a vivere in prima persona.

Colpi in testa

Vabbè, non è che Resident Evil abbia mai brillato per l’eccellenza delle sue sceneggiature, figlie dei peggiori B movie dei tempi che furono, sicchè non si può fare certo le pulci a Ebola Village per questo scivolone: quello che conta è il gameplay. Una sacra verità che nel caso del titolo in questione non manca di compiere qualche scivolone. L’ossatura ludica, come detto, è quella dei survival horror post comparsa dei Ganados, un’eredità che permea costantemente ogni singolo frammento del gioco, a dispetto di una visuale in prima persona che strizza più l’occhio al 7 capitolo della serie Capcom. Ci troveremo, quindi, a girovagare per il villaggio in cerca di chiavi, risolvere qualche sparuto enigma e falciare a colpi di pistola o fucile (le due armi disponibili) le varie creature che tenteranno di attentare alla nostra vita.

La progressione è quanto mai prevedibile e derivativa nella sua messa in scena, tra porte da sbloccare e casupole da setacciare, tenendo sempre d’occhio i risicati slot dell’inventario, come solo affrontare l’Umbrella ci ha insegnato negli anni. Questo, complice una pessima gestione degli oggetti, ci costringerà ad affrontare un backtracking inutilmente invasivo, così da poter sfruttare lo sparuto numero di bauli magici disseminati nella mappa di gioco. La situazione migliora un poco quando si tratta di mietere vittime, visto che pur non brillando per acume, falciare le creature ostili è tutto sommato divertente. Questo è reso tale da un gunplay azzeccato, ma soprattutto dal modo in cui i nemici reagiscono ai nostri colpi: i corpi dei non morti si smembreranno poco alla volta, esponendo ossa e muscoli in maniera credibile e spassosa, rendendo ancora più tangibile il feeback degli spari. Si tratta di una minuzia nel mare di caos che permea Ebola Village, ma che una volta unita allo strampalato insieme di situazioni finisce per trasformare quella che è a tutti gli effetti un’esperienza grottesca e approssimativa in un qualcosa che appare a tratti irrazionalmente godibile.

I meriti di questo corto circuito ludico sono da ritrovare indubbiamente nella passione messa sul piatto da Viktor Trokhin, l’unico nome dietro a Indie Games Studio, che si è occupato di ogni aspetto della produzione, dalla programmazione alla grafica (c’è pure un cortometraggio live action che ci introduce alle vicende). L’amore e la passione per la serie Capcom sono tangibili in ogni aspetto, con numerosi easter egg più o meno palesi che ci accompagnano ad ogni passo. Peccato, allora, per tutti gli scivoloni tecnici che affliggono Ebola Village che, tra elementi grafici abbastanza deludenti, qualche compenetrazione di troppo e una certa incoerenza in alcune scelte (perché Maria indossa una canottiera ma se impugna le armi si vedono le maniche di una giacca?), rendono il quadretto non troppo esaltante da un punto di vista visivo. Sorvolo sul doppiaggio in lingua russa, non certo immersivo e sulla pessima localizzazione testuale in italiano che, come detto in apertura sembra fatta davvero a casaccio. Non ho ancora capito cosa voglia dire lo speso che compare quando si viene accoppati dagli zombie…

Ci prova, si applica, ma davvero non ci riesce. Ebola Village mette sul piatto tutti gli elementi che hanno fatto la fortuna di Resident Evil, ma il risultato non è certo quello sperato, a dispetto dell’impegno, la passione e la buona volontà di Indie Games Studio. Va bene il budget non certo stellare, anzi, ma se il risultato è quello che ci troviamo davanti, forse era il caso di rivedere un attimo le aspettative, o per lo meno passare un pochino di tempo in più a rivedere le scelte fatte, sia ludiche che di pura sceneggiatura. Non ci troviamo di certo al cospetto di un survival horror riuscito, visti i numerosi problemi che affliggono le circa tre ore di durata, ma qualche barlume si intravede comunque nel tunnel in cui Ebola Village ha scelto di incastrarsi: il gunplay funziona e smembrare gli infetti è alquanto spassoso, così come è azzeccata l’atmosfera, pur al netto del suo essere spiccatamente derivativa. Viktor Trokhin ha dimostrato di saperci fare, pur lavorando in solitaria, ma avrebbe bisogno di qualcuno in grado di canalizzare meglio il suo potenziale: vediamo se ci riuscirà con in un ipotetico quinto capitolo di questa serie.