Recensione EA Sports UFC 6
di: Luca SaatiEA Sports UFC 5 ha rappresentato, per certi versi, una vera e propria rivoluzione per i videogiochi su licenza ufficiale Ultimate Fighting Championship. Sebbene il gameplay fosse ancora fortemente ancorato al passato, il passaggio al Frostbite Engine ha saputo infondere nuova linfa alla serie, donandole una rinnovata identità visiva e tecnica.
Con EA Sports UFC 6, quindi, non era lecito aspettarsi uno stravolgimento altrettanto radicale, quanto piuttosto un naturale proseguimento del percorso intrapreso dal team di EA Vancouver, volto a rifinire e consolidare quanto di buono già introdotto.
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Un gameplay con più personalità
Chi ha passato decine di ore con il precedente capitolo si sentirà subito a casa in EA Sports UFC 6. Lo schema di controllo è sostanzialmente invariato e il feeling pad alla mano rimane estremamente familiare; tuttavia, è nei piccoli dettagli che il lavoro di EA Vancouver riesce a conferire una nuova identità al titolo.
Innanzitutto, ogni combattente riesce a trasmettere in modo più convincente la propria personalità e il proprio stile di lotta grazie a un ricco set di nuove animazioni dedicate, che influenzano direttamente il gameplay in base al lottatore selezionato. Questa modifica, sottile ma significativa, incide soprattutto sullo striking system, sia in fase offensiva che difensiva. I movimenti risultano più precisi, fluidi e reattivi, e mai come in questo capitolo un singolo colpo piazzato al momento giusto può ribaltare l’esito di un incontro.
UFC 6 riesce inoltre a trasmettere con efficacia l’impatto di ogni colpo, grazie a un sistema di collisioni meno scriptato e a una fisica più coerente. Il livello di precisione e realismo raggiunto è tale da far sorgere spontanea una domanda: quando Electronic Arts ed EA Vancouver decideranno di sfruttare questo bagaglio tecnologico per riportare in vita Fight Night, la storica serie dedicata alla boxe?
Dispiace, invece, che la stessa cura non sia stata riservata al grappling, che rimane praticamente invariato rispetto a quanto visto tre anni fa. Il sistema, basato sull’uso della levetta analogica, continua a essere soddisfacente, ma la forte dipendenza dalla stamina finisce per spezzare eccessivamente il ritmo tra una transizione e l’altra.
La principale novità di questo capitolo è rappresentata dal Flow, una meccanica che prevede il riempimento di un’apposita barra che, una volta attivata, potenzia temporaneamente le statistiche del proprio lottatore. Sulla carta, il Flow è pensato per enfatizzare le peculiarità dei diversi stili di combattimento, dato che le condizioni di caricamento variano in base al fighter. Nella pratica, però, la sua implementazione lascia più di qualche dubbio: l’idea di catturare quel momento decisivo che cambia le sorti di un match si traduce in qualcosa di molto simile a una “super” da picchiaduro arcade, che stona con il realismo complessivo dell’esperienza.
Come da tradizione per questo tipo di produzioni, la presenza di pochi elementi a schermo consente di spingere al massimo il comparto tecnico. EA Sports UFC 6 colpisce per la qualità dei modelli poligonali e per la resa dinamica di tagli, lividi, contusioni e sudore. Il taglio televisivo, supportato da un eccellente sistema di illuminazione e da un comparto sonoro convincente, contribuisce ad aumentare l’immersività.
Peccato, però, che i replay non riescano a valorizzare adeguatamente i momenti salienti degli incontri e che non manchino sporadici episodi di compenetrazione poligonale. Inoltre, gli elementi di contorno come pubblico e arena risultano meno curati rispetto al resto del comparto grafico.
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Questione di Eredità
Prima di addentrarsi nelle modalità di gioco di EA Sports UFC 6, è doveroso muovere una critica piuttosto severa al menù principale, che risulta inutilmente confusionario, dispersivo e, soprattutto, lento nella navigazione.
Superato questo ostacolo, a emergere è Eredità, la modalità storia a cui ormai nessun videogioco sportivo sembra voler rinunciare. Il protagonista è Chris Carter, figlio di un campione olimpico deciso a farsi strada nella federazione di Dana White. Il racconto segue binari piuttosto classici: il peso di un cognome importante e una rivalità accesa con un ex amico. Nel complesso, la narrazione risulta anche godibile, ma soffre di un limite evidente: la scarsa durata. Nel giro di un paio d’ore si giunge ai titoli di coda, dopodiché la modalità evolve nella più tradizionale Carriera, fatta di contratti, allenamenti e incontri.
Per chi non volesse vestire i panni di Carter, è comunque possibile intraprendere una carriera con un avatar personalizzato o con un lottatore reale. Le opzioni sono più numerose rispetto al passato, tra nuovi eventi e un rinnovato Career Hub. Spicca in particolare la possibilità di apprendere nuove tecniche in modo più intuitivo e di studiare in anticipo il prossimo avversario, aggiungendo un pizzico di strategia alla progressione.
Decisamente più interessante è la nuova Hall of Legends, che richiama per certi versi la modalità Showcase della serie WWE 2K. Qui si ripercorre la carriera di alcuni dei nomi più iconici dell’UFC, come Max Holloway, Alex Pereira e Zhang Weili, attraverso incontri storici raccontati con un mix di filmati reali in stile documentaristico e sequenze di gameplay arricchite da obiettivi specifici. Si tratta di una celebrazione riuscita di questo sport, penalizzata però da una durata fin troppo contenuta: ciascun atleta dispone infatti di appena tre match.
Tra le novità trova spazio anche la Palestra, una sorta di hub gestionale in cui reclutare combattenti, allenarli, gestire i coach e sbloccare nuovi elementi di personalizzazione. Il sistema è ben integrato nell’esperienza complessiva e consente di monitorare progressi e roster in qualsiasi momento, ma risente ancora una volta della già citata interfaccia poco intuitiva.
A completare l’offerta ci sono le immancabili modalità come Previsioni, Fight Week e il comparto multiplayer, che introduce per la prima volta nella serie il crossplay, ampliando sensibilmente le possibilità di sfida online.
Non il GOAT che ci si aspettava
EA Sports UFC 6 è un’evoluzione solida ma conservativa, che raffina quanto di buono visto nel precedente capitolo senza però trovare il coraggio di osare davvero. Il gameplay resta il suo punto di forza, grazie a un sistema di combattimento sempre più preciso, fisico e appagante, capace di restituire grande varietà tra i lottatori. Tuttavia, alcune scelte, come un grappling poco rinnovato e il discutibile sistema Flow, impediscono al titolo di compiere quel salto di qualità definitivo.
Sul fronte contenutistico, le modalità offrono buoni spunti, in particolare con la Hall of Legends, ma soffrono di una certa superficialità e di una durata complessiva non sempre all’altezza. A pesare ulteriormente è un’interfaccia macchinosa che ostacola la fruizione dell’esperienza.
Nel complesso, ci troviamo di fronte a un titolo che saprà soddisfare gli appassionati della disciplina, ma che lascia la sensazione di un’occasione solo parzialmente sfruttata