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Recensione Dragonkin: The Banished

di: Donato Marchisiello

Il genere degli action RPG isometrici vive di cicli di entusiasmo e momenti di fisiologica stanchezza, spesso schiacciato dall’ombra ingombrante dei giganti del settore che dettano le regole del mercato, ormai, da decenni. Tuttavia, quando Eko Software e Nacon hanno annunciato Dragonkin: The Banished, l’interesse si è acceso non tanto per la promessa di un nuovo “ammazza-Diablo”, quanto per l’idea di un mondo cupo e viscerale dove il sangue dei draghi non è una benedizione, ma una vera e propria maledizione che corrompe il mondo intero. In un panorama saturo di fantasy generico, l’opera di Eko prova a ritagliarsi uno spazio puntando su un’estetica ruvida e su sistemi di personalizzazione che strizzano l’occhio ai veterani del theorycrafting, senza però dimenticare la gratificazione immediata fatta di esplosioni di loot e centinaia di nemici ridotti in poltiglia. Ma bando alle ciance, ecco a voi la recensione della versione Xbox di Dragonkin: The Banished.

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Dragonkin: The Banished è un gioco di ruolo marcatamante d’azione con visuale isometrica ancorato a una struttura classica ma solida in pieno stile Diablo. Naturalmente, come ogni rappresentante del settore, il titolo di Eko ci racconterà una storia “apocalittica”: il comparto narrativo di Dragonkin infatti dipinge un quadro fatto di oscurità incombenti e brutale dominio. La lore affonda le radici in un mondo dove i Grandi Draghi hanno soggiogato l’umanità non solo con la forza bruta, ma infettando la realtà stessa con la loro essenza. I protagonisti non sono i classici paladini senza macchia, ma reietti che portano i segni fisici della corruzione draconica, una scelta che si riflette in dialoghi asciutti e in una caratterizzazione dei personaggi che trasmette un costante senso di “luce fioca”. La linea narrativa si svilupperà non solo tramite i filmati, ma anche dai dettagli degli scenari, dove le carcasse di creature mastodontiche e le mutazioni del terreno testimoniano un conflitto millenario che ha lasciato ferite profonde e difficilmente rimarginabili.

Per quanto concerne il complessivo gameplay, saremo naturalmente chiamati a controllare un singolo eroe, utilizzarlo per abbattere schiere numerose ed agguerrite di nemici e, al contempo, potenziare il nostro alter ego nel mentre esploriamo un mondo avvolto dall’oscurità. Quest’ultimo, in concreto, è suddiviso in ampie macro-aree che spaziano da terre desolate e ghiacciate a paludi venefiche, tutte interconnesse da un hub centrale che funge da rifugio per i “Banditi”, gli eroi che hanno scelto di assorbire il potere draconico per volgerlo contro i propri creatori. La progressione si articola attraverso quattro classi distinte, ognuna dotata di un archetipo ruolistico ben definito e “classico” ma capace di evolvere in direzioni inaspettate grazie a un sistema di gestione delle abilità che rappresenta il vero cuore pulsante dell’offerta ludica.

Dragonkin: The Banished

L’elemento che eleva la produzione sopra la media è, infatti, senza dubbio la Griglia Ancestrale. Invece di un classico albero delle abilità lineare, il gioco offre una sorta di scacchiera/mosaico dove incastrare poteri attivi e modificatori passivi sottoforma di tasselli, permettendo una sinergia tra le skill davvero impressionante ed una vastissima capacità di personalizzazione del nostro alter ego. Nonostante la sua profondità e indubbia validità, lo skill system “ad incastro” ci costringerà ad un discreto laborio in stile puzzle per poter infilare per bene i vari pezzi del mosaico ed ottimizzare l’uso dei tasselli: una necessità che potrebbe infastidire chi approccia al genere cercando principalmente l’azione e meno la “contemplazione” delle abilità. Il feeling dei comandi sul controller Xbox è reattivo e soddisfacente; il feedback dei colpi restituisce quella pesantezza necessaria utile a far risultare i colpi “realistici”, specialmente quando si utilizzano le abilità ad area che decimano gli sciami di nemici. Il bilanciamento generale appare curato, anche se le classi a distanza sembrano avere una marcia in più rispetto alle classi puramente fisiche. Ovviamente, com’è lecito attendersi da giochi del genere, vi saranno vagonate di armi ed equipaggiamenti di vario tipo da recuperare dai corpi “fumanti” dei nostri nemici, anche se sarà un po’ ostico da gestire il nostro inventario a causa di una interfaccia non propriamente comoda.

Se guardiamo alla longevità e alla struttura dell’endgame, Dragonkin dimostra di aver imparato la lezione dai suoi predecessori. Una volta conclusa la campagna principale, che richiederà tra le venti e le trenta ore, il gioco si apre a una serie di sfide scalabili che incentivano il farming mirato. Il sistema di “Tier” della difficoltà non si limita a gonfiare le statistiche degli avversari, ma introduce varianti nei pattern d’attacco e nuovi modificatori ambientali che costringono a rivedere costantemente il proprio equipaggiamento. La caccia ai pezzi di set leggendari e la scalata verso le vette della Griglia Ancestrale garantiscono una tenuta nel tempo considerevole, supportata da una rigenerazione delle mappe che mantiene fresco il senso di scoperta anche dopo decine di ore di gioco. Una longevità che aumenta anche grazie ad un’altra componente specifica, quella della gestione della città-quartier generale delle nostre peripezie, Montescail. Non si tratta di un semplice orpello estetico o di un menu statico dove riposare tra una missione e l’altra, ma di un vero e proprio sistema di meta-progressione che influenza direttamente l’efficacia sul campo.

Investendo le risorse recuperate durante le incursioni, potremo letteralmente rimettere in piedi le infrastrutture del villaggio, sbloccando nuovi artigiani, potenziando i mercanti e, soprattutto, ottenendo bonus passivi che diventano vitali per sopravvivere nelle aree più avanzate. A quanto sin qui detto, si aggiunga anche la presenza del cooperativo a 4 giocatori, sin dalle prime battute della linea narrativa, ben intrecciato nel complessivo quadro ludico. In generale, il lavoro svolto da Eko è davvero pregevole e, seppur il gioco non sia in nessun modo “capovolgente” per il genere, porta con sé un pacchetto di contenuti molto solido e divertente.

Dragonkin: The Banished

Spostando il focus sulla pura performance hardware e sulla resa estetica, il titolo su Xbox Series X si comporta egregiamente, garantendo i 60fps granitici con una risoluzione che punta al 4K dinamico. La pulizia dell’immagine è ottima e permette di apprezzare l’ottimo lavoro svolto sull’illuminazione e sui materiali, con armature che riflettono realisticamente le luci ambientali e gli effetti particellari delle magie che illuminano i dungeon più oscuri. V’è una certa repetita di dettagli ambientali e modelli poligonali dei nemici, spesso “riciclati” in modi differenti, seppur la cosa sia tutto sommato trascurabile. Il prodotto di Eko avrà dalla sua diversi caricamenti tra l’hub e le regioni, i quali saranno tanto rapidi da risultare quasi impercettibili. Un plauso va fatto anche al comparto sonoro: la colonna sonora alterna temi epici a sonorità più cupe e soffocate, mentre l’effettistica, dai ruggiti dei boss al clangore delle spade, è corposa e spazialmente precisa, avvolgendo il giocatore in una bolla sensoriale di alto livello.

In conclusione, Dragonkin: The Banished è una sorpresa solida e ben confezionata, un ARPG che non teme il confronto con i mostri sacri del genere grazie a un sistema di personalizzazione profondo (forse un po’ troppo per alcuni palati) e un’ambientazione carica di fascino oscuro. Se cercate un titolo capace di tenervi incollati allo schermo per settimane, tra bottino da collezionare e draghi da abbattere, questa è un’esperienza che merita assolutamente un posto nella vostra libreria digitale, specialmente in rapporto al prezzo di lancio (che è inferiore ad una classica produzione tripla A).