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Recensione Dragon Quest VII Reimagined

di: Luca Saati

Quando Square Enix annuncia un nuovo remake di Dragon Quest la mia soglia d’attenzione schizza sempre verso l’alto. Sarà perché da qualche anno a questa parte la mia fame di JRPG è cresciuta a dismisura, ma anche perché, quando si tratta di Dragon Quest, noto un trattamento più rispettoso e fedele alla materia d’origine e al genere d’appartenenza, a differenza di un’altra serie di remake della stessa casa che non riesce a stuzzicare per niente il mio interesse. Con Dragon Quest VII Reimagined la filosofia è la medesima che ha accompagnato lo sviluppo dei remake della cosiddetta trilogia di Erdrick: fedeltà verso l’opera originale, ma con un netto miglioramento sia del comparto visivo che dell’esperienza di gioco.

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Frammenti di un passato dimenticato

Non ho giocato né l’originale Dragon Quest VII né il suo remake uscito nel 2016 su Nintendo 3DS, ma sin dall’annuncio è apparso chiaro che l’intento di Square Enix fosse quello di semplificare determinati aspetti più spigolosi dell’opera originale. Dragon Quest VII è noto tra gli appassionati per il suo ritmo estremamente lento, specie nella fase introduttiva. La versione per 3DS mise una pezza a questa problematica accorciando l’intro, ma questo Reimagined fa ancora meglio: riscrive l’introduzione e la rende molto più snella, gettando in poco tempo il giocatore nel cuore dell’avventura. Inoltre, sono stati rimossi diversi scenari (con le rispettive ricompense distribuite altrove), ma vi sono anche nuove aggiunte tra sottotrame dedicate ai protagonisti e nuovi boss.

La storia vede il protagonista, il cui nome è liberamente personalizzabile all’inizio dell’avventura, figlio di un pescatore e migliore amico del principe di EstardKiefer, restaurare una barca con il sogno di partire insieme all’avventura, nonostante la loro sia l’unica isola esistente su questo mondo. La sorte dei nostri eroi cambia quando scoprono misteriose rovine che, tramite l’unione di alcune tavolette di pietra, aprono dei portali verso nuovi mondi i cui abitanti, in un modo o nell’altro, hanno bisogno di eroi che li salvino. E così il protagonista, insieme al principe Kiefer e Maribel, la vivace e intraprendente figlia del sindaco intrufolatasi nel gruppo mentre spiava i loro comportamenti sospetti, inizia la raccolta di queste misteriose tavolette che, come il sottotitolo originale del gioco suggeriva, nascondono dei frammenti di un passato dimenticato. Tra la raccolta di una tavoletta e l’altra c’è sempre un mondo da salvare, tra maledizioni e minacce di vario tipo.

 

Com’è facilmente intuibile, la struttura narrativa è a tratti ripetitiva a causa del suo loop (raccogli tavolette, entra in un nuovo mondo, scopri i suoi segreti e salvalo), tuttavia la curiosità di scoprire cosa riservi ai protagonisti ogni nuova avventura si rivela il motore trainante della storia, insieme a un cast variopinto di personaggi che popolano ciascun mondo. È come se ogni storia/mondo fosse un episodio a sé stante di una serie TV, ma con quella trama orizzontale che fa da fil rouge. Rispetto all’originale, la storia è meno lineare, dato che molte isole si possono affrontare in un ordine a piacere, a patto di possedere i frammenti necessari per il loro sblocco.

La parziale riscrittura a favore del ritmo della narrazione ha influito anche sul fattore longevità. Nell’originale Dragon Quest VII si calcolano almeno una settantina di ore, contro le non meno di 40 ore di questo remake. Certo, 30 ore in meno non sono poche, ma, come detto più sopra, ad averne giovato è il ritmo, ora molto più snello e privo di quelle parti più tediose dell’opera originale.

Tra passato e presente

Il gameplay riprende parte delle modifiche effettuate nella versione Nintendo 3DS e le riadatta per i tempi moderni, riprendendo, tra le altre cose, quanto fatto di buono nei remake della già citata trilogia di Erdrick.

Come su 3DS, i mostri sono sempre visibili sulla mappa, allontanando lo spettro degli scontri casuali, ed è possibile colpire i nemici sulla mappa per infliggere danni pre-battaglia o uccidere istantaneamente i più deboli. Gli indicatori su schermo, i menù e, più in generale, l’interfaccia sono ancora più chiari e facilmente consultabili, rendendo impossibile perdersi nel mondo di gioco.

Il combattimento consente adesso di affidare le azioni all’auto-battle, oltre a poter regolare la velocità delle mosse; inoltre, il flusso è più continuo, evitando le interruzioni tra le azioni della squadra.

Ad aggiungere altra carne al fuoco c’è il sistema di Frenesia per ciascun personaggio, che si attiva accumulando attacchi o subendo danni elevati e garantisce un potenziamento temporaneo, particolarmente utile contro i boss. Inoltre, nella fase avanzata (forse anche troppo avanzata) del gioco si sblocca il sistema Moonlighting, che consente di equipaggiare due classi, allargando così le abilità a disposizione dei personaggi.

Il sistema classico a turni del genere funziona e intrattiene nella sua semplicità grazie a un parterre di nemici variegato, con tattiche e debolezze uniche, e a uno spettro di possibilità tra vocazioni, equipaggiamento e abilità che si intersecano tra loro, rendendo il sistema via via sempre più profondo e con quell’effetto sperimentazione che arriva quando si sbloccano le multi-classi. A volergli trovare un pelo nell’uovo c’è da dire che, almeno a livello medio, la difficoltà è tarata verso il basso ed è quindi consigliabile partire con un livello superiore.

GraficamenteDragon Quest VII Reimagined è meno conservativo di quanto ci si potesse aspettare, se messo a confronto con i remake dei primi tre capitoli della saga usciti recentemente, con un approccio “hand-crafted” inedito. I modelli di personaggi e mostri sono stati prima realizzati a mano con vere e proprie bambole e poi scannerizzati in 3D e ricreati in-game.

Ambienti e dungeon usano un’estetica diorama: paesaggi come miniature tridimensionali illuminate con cura, che evocano set di playset o plastici artigianali, mantenendo un’atmosfera calda e immersiva senza effetti iper-realistici. Le cinematiche utilizzano il medesimo stile diorama, che enfatizza le espressioni facciali dei personaggi. Il risultato è un’estetica giocosa e piacevolissima da vedere che, nella versione Nintendo Switch 2 da me testata, mantiene senza troppi problemi i 60 fps.

Sul fronte audio si segnala una colonna sonora capace di restare nella memoria anche dopo aver chiuso la sessione di gioco e un doppiaggio, sia in inglese che in giapponese, di alto livello.

Reimmaginazione

Dragon Quest VII Reimagined continua il trend positivo dei remake di questa saga storica di JRPG di Square Enix, rivelandosi un videogioco perfetto sia per chi non ha mai giocato questo capitolo (o il suo remake per 3DS) a suo tempo, sia per chi desidera ritornare alla scoperta dei frammenti di un passato dimenticato. È un classico JRPG che si modernizza senza tradirne l’essenza e migliora tutto ciò che c’era da migliorare in termini di scrittura e ritmo di narrazione, con una veste grafica del tutto inedita e semplicemente deliziosa.