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Recensione Code Vein

di: Simone Cantini

Sin dal suo annuncio, Code Vein fu in grado di catalizzare la mia attenzione, grazie ad un mix di fattori per me sempre letale quando parliamo di videogiochi: non posso, difatti, negare di essere morbosamente attratto da tutto quanto abbia un design smaccatamente giapponese, e se a questo si vanno ad aggiungere meccaniche soulslike, ecco che il sottoscritto è cotto a puntino. Dopo averlo, però, fugacemente provato un paio di anni fa in occasione di Lucca Comics, gli entusiasmi iniziali finirono per raffreddarsi decisamente, complice una demo davvero poco felice, a cui il rinvio successivo non fece altro che sommare ulteriori perplessità. Alla fine però, Code Vein è finalmente arrivato nei negozi, ma sarà stato in grado di fare davvero centro?

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Voglio succhiare il tuo sangue

La storia di Code Vein è ambientata in un imprecisato futuro, con la Terra ridotta allo stremo da un non meglio specificata calamità, che è riuscita a ridurre allo stremo la popolazione del pianeta. Il disastro, però, oltre a decimare gli abitanti, ha anche dato origine ad una misteriosa mutazione, per mezzo della quale parte degli esseri umani si è vista trasformare in Redivivi, ovvero dei vampiri immortali che, come vuole la tradizione, per sopravvivere hanno bisogno di nutrirsi di sangue fresco. Si viene quindi a creare un dualismo tra prede e predatori, con i secondi che se non in grado di nutrirsi a sufficienza finiscono per perdere il senno, divenendo così Corrotti, creature selvagge dall’elevato potenziale distruttivo. Per mezzo di un completissimo e ricco editor, noi andremo proprio ad impersonare uno di questi Redivivi, ovviamente dal classico passato misterioso ed in grado di assorbire i Vestigi dei Corrotti (ciò che resta dopo la loro morte) e di recuperarne i ricordi. Ovviamente il nostro potere non passerà certo inosservato, e ci porterà presto ad incrociare il nostro cammino con quello di Louis e della sua banda, un gruppo di Redivivi intenzionati a porre un rimedio alla situazione. Più simile a quella di un jrpg che ad un soulslike, grazie anche ad una sceneggiatura molto presente e caratterizzata da numerosi intermezzi recitati, la trama di Code Vein saprà appassionare ed interessare, grazie ad un cast di personaggi ben tratteggiati e ad alcuni colpi di scena studiati a puntino. Insomma, siamo per una volta lontani da una delle caratteristiche più odiate/amate dei soulslike, anche se devo confessare che, vista la tipologia di gioco, talvolta il titolo Namco Bandai tende a dilungarsi un pochino troppo, diluendo eccessivamente in alcuni frangenti il ritmo di gioco. Le differenze rispetto al genere di riferimento, comunque, non si esauriscono qui, ma vanno anche ad impattare sul gameplay della produzione, perennemente in bilico tra meccaniche care al genere coniato da From Software e quelle più consone al mondo dei jrpg.

Tra color che son sospesi

Laddove l’eredita di Miyazaki e compagni è decisamente evidente è nella gestione del game over, con il nostro personaggio che si ritroverà a perdere tutta la Foschia (anime pareva brutto ed il sangue era già stato usato altrove) accumulata uccidendo i nemici, per ricomparire nei pressi del checkpoint più vicino, con il conseguente respawn dei nemici. Presente anche il consueto combat system basato sull’utilizzo di attacco leggero e pesante, parry e consumo della stamina, a cui si va ad aggiungere l’indicatore dell’Icore, un elemento che potremo assorbire dagli avversari per mezzo di un apposito comando e che fa le veci del mana. Da questo punto di vista Code Vein risulta decisamente classico e prevedibile, ma non per questo scevro da piccole criticità, prima tra tutte la non perfetta reattività del sistema di combattimento, talvolta un po’ troppo ingessato e non sempre pronto a rispondere ai nostri input. Il che, considerando la ferocia e la portata talvolta spropositata dei moveset avversari, ci porterà spesso ad incassare qualche colpo in più del dovuto. A sparigliare le carte in tavola rispetto al consueto, ci pensa la gestione del potenziamento del nostro Redivivo, che ha nell’utilizzo della Foschia uno degli elementi più marginali: salire di livello, difatti, servirà soltanto ad aumentare potenza di attacco, punti vita e resistenza, impedendo di fatto il farming selvaggio. Code Vein, difatti, non permette la costruzione arbitraria di build in perfetto stile soulslike, ma sceglie di appoggiarsi ad un vero e proprio job system che, sfruttando i Codici di Sangue che potremo trovare nel gioco, ci permetterà di accedere a setup predefiniti, ognuno dotato di statistiche e abilità peculiari (sia attive che passive), chiamati Doni, che dovremo sbloccare per mezzo della Foschia e che, dopo averli padroneggiati, potremo anche trasferire da un Codice all’altro. A completare il quadro delle personalizzazioni ci pensano i Veli di Sangue, particolari armature ognuna dotata dei propri bonus e malus, e le due armi equipaggiabili, divise in armi corpo a corpo e fucili. Confesso che sulla carta il sistema sviluppato dai ragazzi di Shift ha del potenziale davvero interessante, ma alla fine dei giochi non mi ha fatto innamorare più del dovuto, visto che a meno di non trovare subito il Codice più adatto al nostro stile di gioco, ci costringerà a sottostare a vincoli un po’ troppo stringenti. Si tratta, difatti, di un meccanismo preso di peso dal mondo dei jrpg e che, pad alla mano, ho trovato un po’ troppo forzato una volta calato all’interno delle atmosfere soulslike. Ed è proprio questo vivere continuamente a cavallo di questi due mondi a rappresentare il punto più debole di Code Vein, che risulta perennemente sul punto di spiccare il volo in una direzione senza, però, mai riuscirci completamente, finendo solo con il proporci un’esperienza non sempre bilanciata e convincente. Questo elemento è sottolineato anche dal level design generale del gioco, che si basa esclusivamente su corridoi labirintici scarsamente caratterizzati, oltre che privi di quella maestosità e dello stile che si richiedono ad un soulslike: nulla da dire se ci trovassimo a giocare ad un Dragon Quest, ma in un genere che ha fatto delle architetture degli stage uno dei suoi punti di forza, si tratta di uno scivolone davvero evitabile. Fortunatamente, vista la ripetitività degli ambienti, il team ha pensato bene di introdurre un automap, così da facilitare non poco l’orientamento generale. C’è però un punto su cui Code Vein riesce a dire la sua in modo decisamente intelligente, ed è nella gestione della difficoltà che, pur attestandosi su livelli abbastanza impegnativi, si è rivelata estremamente scalabile ed in grado di adattarsi alla volontà di ciascun giocatore: gli impavidi potranno tranquillamente giocare in solitaria, così da poter affrontare una sfida davvero ostica, ma anche i meno coraggiosi potranno godersi il tutto, scegliendo di sfruttare uno dei numerosi compagni controllati da un’ottima IA. Se poi si sceglie di ammorbidire ancora un po’ il tutto, ecco che sarà possibile chiamare in soccorso anche un alleato in carne ed ossa, per mezzo delle classiche evocazioni online. Su questo aspetto non posso quindi che applaudire la scelta intelligente di Shift che, senza snaturare il genere, è riuscita a rendere il proprio titolo accessibile a tutti i palati.

Senti che voce!

Sul fronte tecnico Code Vein riesce ad uscire vincitore, grazie soprattutto ad un character design riuscito e convincente che, pur non distaccandosi poi troppo dal classico stile nipponico, riesce ad essere caratterizzato da una propria personalità, oltre che dei tratti tipici delle produzioni Shift: ecco, quindi, abiti barocchi ed armi dalle dimensioni volutamente sproporzionate, ma che riescono sempre ad essere tutto sommato coerenti e mai fuori contesto. Buona la fluidità generale del tutto, che si basa sul solito Unreal Engine, anche se bisogna sottolineare qualche sporadico rallentamento (mai realmente fastidioso) ed un certo ritardo nel caricamento delle texture in occasione delle scene di intermezzo. Qualche perplessità anche relativamente ai caricamenti, invero un po’ troppo lunghi, che renderanno a tratti snervante il dover tornare di volta in volta alla base, l’unico luogo in cui è possibile acquistare e potenziare oggetti, interagire con i compagni e purificare i Vestigi e sbloccare così i ricordi a loro legati. Eccellente il comparto audio, forte di un duplice doppiaggio giapponese/inglese (inutile sottolineare quale sia da utilizzare), oltre che di una colonna sonora epica al punto giusto e mai troppo invadente. Ah, vi sfido a non farvi entrare nel cervello il brano dei Vamps che è possibile ascoltare all’interno della base.

Code Vein vive perennemente in bilico tra due realtà totalmente contrapposte tra di loro, due mondi a tratti talvolta inconciliabili, ma che i ragazzi di Shift hanno scelto coraggiosamente di provare a fondere tra loro, pur non riuscendoci in modo impeccabile. L’anima soulslike e quella jrpg di Code Vein, difatti, risultano in entrambi i casi un po’ troppo abbozzate per convincere pienamente, pur facendo intravedere al loro interno i guizzi di una personalità dai tratti davvero interessanti. A colpire senza dubbio più del resto è, comunque, il setting generale, che pur non risparmiandosi qualche cliché è riuscito a proporre un universo di gioco interessante e ricco di personaggi ben caratterizzati. E vista la natura del true ending (dei tre disponibili), la speranza che le buone idee vengano sviluppate in un eventuale seguito non può che essere forte, così da poter rendere giustizia ad un concept allo stato attuale ancora un po’ troppo acerbo.