PlayStation sotto accusa in cinque Paesi: le cause antitrust si rafforzano con l’addio ai dischi
di: Luca SaatiSony Interactive Entertainment è al centro di una crescente offensiva legale internazionale. Dopo aver eliminato nel 2019 i codici per il download digitale dai negozi e aver annunciato di recente la progressiva fine dei giochi su disco, l’azienda è ora coinvolta in cinque procedimenti tra Stati Uniti, Regno Unito, Paesi Bassi, Portogallo e Messico. Al centro delle accuse c’è un presunto comportamento anticoncorrenziale, che secondo i ricorrenti costringerebbe gli utenti PlayStation ad acquistare i giochi esclusivamente attraverso il PlayStation Store, dove Sony trattiene una commissione del 30% su ogni vendita.
Secondo René Otto, fondatore dello studio Deviant Legal, i giochi fisici hanno finora rappresentato un importante elemento di concorrenza. “Storicamente i giochi fisici hanno rappresentato un vincolo competitivo indiretto per i consumatori PlayStation. Era possibile acquistare copie nei negozi, aspettare gli sconti, comprare usato, prendere un gioco in prestito o rivenderlo. Tutte alternative che limitavano la dipendenza dal PlayStation Store”, ha spiegato a Kotaku.
Negli Stati Uniti, la class action Caccuri v. Sony Interactive Entertainment, avviata nel 2021, contestava proprio la decisione di eliminare i codici digitali dai rivenditori. Secondo gli avvocati dei consumatori, questa scelta avrebbe trasformato il PlayStation Store nell’unico canale autorizzato per la vendita digitale dei giochi PlayStation, creando di fatto un monopolio. La causa sosteneva inoltre che i giochi digitali costassero mediamente il 74% in più rispetto alle copie fisiche vendute nei negozi. Sony ha sempre respinto le accuse, sostenendo di aver semplicemente modificato il proprio modello commerciale. La controversia si è conclusa nell’aprile 2026 con un accordo extragiudiziale da 7,85 milioni di dollari, destinato agli utenti che hanno acquistato giochi digitali tra il 1° aprile 2019 e il 31 dicembre 2023.
Nel Regno Unito è invece in corso la maxi causa collettiva “PlayStation You Owe Us”, dal valore di circa 7,9 miliardi di dollari. A differenza del caso americano, il procedimento britannico non riguarda i codici digitali, ma l’intero ecosistema chiuso di PlayStation. I ricorrenti sostengono che Sony sfrutti la propria posizione dominante imponendo la commissione del 30% su tutte le transazioni effettuate attraverso il PlayStation Store, senza che sviluppatori e consumatori abbiano alternative.
Otto sottolinea però che la questione giuridica è più complessa. “Il diritto della concorrenza non vieta alle aziende di avere successo o persino una posizione dominante. Il punto è stabilire se Sony stia abusando di tale posizione”. Secondo il legale, la disputa ruota attorno alla definizione del mercato rilevante: Sony sostiene di competere con Xbox, Nintendo e PC, mentre i ricorrenti ritengono che il mercato da considerare sia quello interno all’ecosistema PlayStation, dove la concorrenza sarebbe praticamente assente.
Una causa analoga è stata avviata anche nei Paesi Bassi dalla fondazione dei consumatori Stichting Massaschade & Consument, assistita da Milberg Amsterdam. Qui il recente annuncio della fine dei supporti fisici è diventato un ulteriore elemento dell’accusa. Lucia Melcherts, rappresentante dell’associazione, ha dichiarato: “La fine dei dischi fisici elimina l’ultimo luogo in cui un gioco PlayStation poteva ancora essere acquistato e venduto a un prezzo competitivo. Senza dischi non esisterà più il mercato dell’usato né un’alternativa al PlayStation Store: dal 2028 sarà solo Sony a decidere quanto costa un gioco e perfino per quanto tempo sarà possibile utilizzarlo”.
Milberg Amsterdam ha inoltre precisato che il procedimento è ancora nella fase preliminare e che il merito sarà probabilmente affrontato nel 2027. Secondo lo studio, il mercato globale dell’usato dei videogiochi vale circa 7,2 miliardi di dollari e potrebbe ridursi drasticamente con la scomparsa dei supporti fisici. Gli avvocati evidenziano inoltre come nel 2025 siano stati venduti ancora circa 70 milioni di dischi PlayStation, segnale che la domanda di copie fisiche rimane significativa.
Anche in Portogallo è pendente un procedimento promosso dall’associazione dei consumatori Ius Omnibus, che riprende sostanzialmente le stesse contestazioni rivolte a Sony nel Regno Unito e nei Paesi Bassi.
L’iniziativa più recente arriva però dal Messico, dove la deputata federale Iraís Reyes e il senatore Luis Donaldo Colosio hanno presentato un esposto all’autorità nazionale garante della concorrenza subito dopo l’annuncio dell’abbandono dei dischi. Secondo Reyes, “se i dischi scompariranno, chi possiede una PlayStation non potrà più scegliere dove acquistare i propri giochi e sarà costretto a comprarli esclusivamente nello store di Sony. L’azienda diventerebbe contemporaneamente arbitro e giocatore all’interno del proprio ecosistema”. Colosio ha inoltre evidenziato il possibile impatto negativo sui rivenditori specializzati nel mercato dell’usato.
Per Otto, l’abbandono dei supporti fisici non rappresenta automaticamente una violazione delle norme antitrust, ma rafforza sensibilmente la posizione dei ricorrenti. “L’eliminazione dei giochi fisici rimuove uno degli ultimi vincoli competitivi rimasti nell’ecosistema PlayStation. Questo rende molto più convincente la tesi secondo cui gli utenti non hanno alternative significative allo store di Sony”.
Sebbene finora solo la causa messicana abbia inserito formalmente l’addio ai dischi tra gli elementi dell’accusa, è probabile che anche gli altri procedimenti internazionali facciano leva su questo aspetto nei prossimi sviluppi giudiziari. Sony, dal canto suo, continua a sostenere di operare nel rispetto delle regole del mercato e di non detenere alcun monopolio.