Nintendo chiede l’archiviazione della causa sui rimborsi dei dazi
di: Luca SaatiNintendo ha presentato una richiesta formale per ottenere l’archiviazione della class action che accusa l’azienda di non aver trasferito ai consumatori i rimborsi legati ai dazi. La vicenda nasce all’inizio dell’anno, quando due clienti hanno sostenuto che la società avrebbe aumentato i prezzi dell’hardware mentre cercava compensazioni per i dazi imposti negli Stati Uniti.
Secondo i querelanti, Nintendo violerebbe la legge qualora non riconoscesse rimborsi agli utenti che hanno acquistato prodotti tra il 1° febbraio 2025 e il 24 febbraio 2026. Tuttavia, nella documentazione depositata, l’azienda respinge le accuse, sostenendo che i consumatori “hanno ricevuto esattamente ciò per cui hanno pagato”.
I legali di Nintendo hanno dichiarato: “Se un consumatore non voleva pagare il prezzo pubblicizzato, era libero di non acquistare il prodotto o di rivolgersi a offerte concorrenti”. Hanno inoltre sottolineato che le richieste dei querelanti si basano sull’idea che sia “ingiusto” non aver modificato retroattivamente i prezzi dopo gli sviluppi legali sui dazi, aggiungendo che “non è così che funzionano le transazioni commerciali”.
La difesa ha ribadito che ogni acquisto rappresenta un accordo tra le parti: “Nintendo o uno dei suoi rivenditori stabiliscono un prezzo per ciascun prodotto, e i consumatori decidono se quel prezzo è accettabile. Chi ha acquistato ha ricevuto esattamente ciò per cui ha pagato”.
Un altro punto centrale riguarda la questione dei costi dei dazi. Nintendo ha chiarito di non aver trasferito integralmente tali costi sui consumatori, evidenziando che “non ha semplicemente aumentato i prezzi in misura equivalente ai dazi, né applicato un sovrapprezzo generalizzato”. Al contrario, l’azienda avrebbe adottato aumenti selettivi e contenuti, assorbendo parte dei costi su alcuni prodotti chiave del 2025, tra cui la console di punta, Nintendo Switch 2.
La decisione finale sulla richiesta di archiviazione spetterà ora al tribunale, mentre il caso continua a sollevare interrogativi sul rapporto tra politiche commerciali, dazi e diritti dei consumatori nel settore videoludico.