Il modello delle società quotate in borsa è rotto, per il direttore pubblishing di Baldur’s Gate 3
di: Luca SaatiIl direttore publishing di Baldur’s Gate 3, Michael Douse, ha preso le distanze dall’idea che nei videogiochi “budget enorme = gioco di m***a”, pur sostenendo che “il modello delle società quotate in borsa è rotto” nell’industria dell’intrattenimento. Le sue parole si inseriscono in un acceso dibattito sul peso dei costi di sviluppo, sui rischi creativi e sul ruolo degli investitori nei grandi progetti AAA.
Tutto nasce da una recente intervista a Dan Houser, co-fondatore di Rockstar e ora a capo di Absurd Ventures, in cui lo sceneggiatore di GTA ha criticato un’industria videoludica “troppo concentrata sul fare soldi” e ha raccontato che il suo team sta “sperimentando” con l’intelligenza artificiale, pur giudicandola per ora meno utile di quanto molte aziende vogliano far credere. A queste dichiarazioni ha risposto su X (ex Twitter) George Broussard, co-creatore di Duke Nukem 3D, sostenendo che l’esplosione dei budget a decine o centinaia di milioni di dollari avrebbe di fatto soffocato originalità e assunzione di rischi a livello AAA.
Broussard ha ricordato che, passando dall’era dei primi anni 2000, con produzioni da 3-5 milioni di dollari, all’epoca Xbox 360, quando i costi sono saliti a circa 30 milioni, fino agli attuali colossi da 100-250 milioni, per molti publisher “è finita” la stagione del rischio creativo. Secondo lui questo spiega perché il segmento AAA si sia chiuso su sequel biennali dei soliti 20-25 franchise principali e perché arrivino così poche nuove IP davvero rilevanti. A suo avviso la situazione è peggiorata con i “mega-costi” dei titoli tentpole, fino alle cosiddette produzioni “AAAA”, e i tentativi di ripiegare sui game-as-a-service sarebbero per lo più falliti o svaniti nel tempo.
Intervenendo nello stesso thread, Michael Douse ha contestato l’equazione diretta tra grande budget e scarsa qualità, affermando: “Non penso sia davvero vero che budget enorme = schifezza”. Per lui il problema è che “serve che letteralmente tutti i coinvolti siano in missione per lo stesso obiettivo, cosa che nove volte su dieci non accade”, mentre oggi trovare un pubblico, anche numeroso, è più facile che mai. Douse punta il dito contro chi opera nel tradizionale “product pipeline”, cioè nelle strutture industriali e finanziarie che gestiscono produzione e marketing, accusandole di non capire o di considerare troppo rischiosi i nuovi modelli di relazione diretta tra creatori e community.
Douse arriva a definire “rotto” il modello delle società quotate in borsa applicato all’intrattenimento, proprio in un momento in cui, paradossalmente, sarebbe più semplice che mai connettere autori e pubblico. Nella sua lettura, una parte del problema è “autoconservazione ottusa”, orientata a proteggere strutture e margini più che i progetti, mentre l’altra parte sarebbe un miscuglio di mancanza di visione, leadership debole e vera e propria “stupidità istituzionale”. In questo scenario, casi come Baldur’s Gate 3 vengono percepiti come eccezioni che dimostrano come un grande budget possa ancora convivere con ambizione creativa, quando la cultura interna e la governance non remano contro il gioco e il suo pubblico.