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Gaming, un ex dirigente di Eidos: “Quelli che decidono sono pochi e lo fanno non per passione”

di: Donato Marchisiello

Il veterano direttore operativo e responsabile di studio Stephane D’Astous, entrato in Ubisoft nel 2003 come direttore operativo e responsabile del PMO, prima di passare a Eidos-Montréal, dove ha ricoperto il ruolo di direttore generale per quasi sette anni, non è esattamente un parvenù dell’industria. Se quanto sin qui detto non bastasse,  D’Astous ha rivestito anche il ruolo di direttore generale presso Quantic Dream, direttore operativo presso lo studio Krafton di Montréal e, più recentemente, vicepresidente e direttore operativo dello studio iWOT Games di Montréal. Dunque, un veterano vero e proprio che, tristemente, ha una pessima visione dello stato attuale dell’industria.

In un’intervista con Thunderpick, D’Astous ha infatti espresso la sua preoccupazione per la “grande concentrazione” in atto nell’industria dei videogiochi, osservando come negli ultimi 15 anni la crescita di nuovi attori del settore come Tencent, NetEase e il fondo sovrano dell’Arabia Saudita abbia trasformato il panorama.

Le cose sono cambiate in modo brusco e non sono del tutto sicuro che sia per tutte le buone ragioni“, ha affermato D’Astous. Ha suggerito che, rispetto al suo periodo alla Eidos-Montréal dove ha fondato e creato il team dietro Deus Ex: Human Revolution – oggigiorno “le persone con i soldi e il potere decisionale sono molte meno, e hanno le tasche molto più piene“.

Inoltre, ha aggiunto, “non hanno lo stesso DNA di chi prende le decisioni 15 anni fa: è molto più orientato a Excel che alla passione“. D’Astous ha anche affermato di credere che l’aumento degli investimenti nei videogiochi durante il lockdown dovuto al Covid-19 abbia danneggiato l’industria videoludica, perché gli investitori spendevano con entusiasmo milioni di dollari in progetti di sviluppo senza considerare la possibilità che l’interesse potesse calare dopo il lockdown.

Migliaia di progetti hanno ricevuto finanziamenti e il via libera“, ha spiegato. “Quando ne ho visti alcuni… ho pensato ‘questa idea è stata finanziata? Oddio, questa è una pessima notizia’, perché ci vorranno almeno tre, se non quattro, cinque anni prima che la bomba esploda. Vedremo le conseguenze di questa pessima decisione di investimento“.