Dying Light: The Beast è la prova che la qualità batte la quantità, afferma l’ex director
di: Luca SaatiLa serie Dying Light è diventata un punto di riferimento per chi ama fuggire da orde di zombie, ma il percorso fino a Dying Light: The Beast non è stato privo di ostacoli. Dopo il lancio di Dying Light 2 nel 2022, Techland ha dovuto affrontare critiche legate soprattutto alla mancanza di attenzione per i dettagli più piccoli ma fondamentali.
Durante un intervento al Digital Dragons, l’ex direttore del franchise Tymon Smektala ha spiegato che “sono i dettagli a fare il tuo gioco, perché il tuo franchise non riguarda solo la grande visione o i pilastri, ma anche le piccole cose che creano la sensazione unica”. Secondo Smektala, il secondo capitolo, pur simile in superficie al primo, aveva trascurato proprio quegli elementi che per i giocatori erano essenziali, suscitando reazioni molto critiche.
Il problema, ha aggiunto, è nato da una combinazione di scadenze strette, sviluppo di un nuovo motore grafico e una visione che si è progressivamente distorta. Nei successivi aggiornamenti di Dying Light 2, il team ha tentato di accontentare tutti i tipi di giocatori, ma senza successo. “Alcuni vogliono più tensione, altri più elementi RPG o più parkour. Il combattimento può essere meno o più cruento. Realismo o power fantasy. Vuoi dare tutto a tutti nello stesso momento, ma è una trappola”, ha dichiarato.
Con Dying Light: The Beast, Techland ha scelto invece di rallentare e concentrarsi sull’essenza della serie, ovvero il mix distintivo di esplorazione, terrore e azione. Questo approccio ha rappresentato, nelle parole di Smektala, una prova “molto forte” di un principio chiave: “Abbiamo imparato che la qualità batte la quantità”.