Marty Supreme
di: Andrea CamprianiAvete presente quelle volte che non sapete che guardare, magari imbruttiti dal quotidiano perfino l’ennesimo zapping in streaming infruttuoso ci fa fatica, figurarsi andare al cinema per guardare qualcosa che sulla carta ha proprio tutti gli ingredienti per generare un’orchite fulminante da antologia? Non stavolta.
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House of Safdie
Ecco, lo parafraso il titolo diretto da Ridley Scott che tratta della “vita” del celeberrimo marchio di moda italiano nel mondo, immagino abbiate capito. Non abbiate paura perchè la mia premessa di cui sopra era solo per anticiparvi che con Marty Supreme diretto da Josh Safdie (stavolta senza il fratello Benny che invece ritroviamo in The Smashing Machine sempre per A24) vi è l’esatto opposto di quella robaccia infarcita di stereotipi, ma si esagera al massimo il già storpiato.
Partiamo da questa posa del protagonista della storia, ispirata a quella di Marty Reisman che qui fa Mouser di cognome ed è interpretato come anticipato da Timothée Chalamet e tra gli altri nel cast figurano le splendide splendenti Kay Stone (Gwyneth Paltrow anche senza “candele”©™®), Rachel Mizler (Odessa A’zion), Tyler the Creator(!)… e col cast direi che mi posso fermare qui perché a un certo punto sappiate che appare un genio, se del male non sta a me dirlo, ma della settima arte e del genere di sicuro, maestro anche per i giovini newyorkesi f.lli Safdie, un indizio: lui italo-americano, col nome biblico e cognome Estense.
Sogna in grandioso
Avrete certamente notato che non ho accennato a sinossi, ma è presto fatto con Marty Supreme dove il nostro protagonista è un ragazzo ebreo nell’immediatissimo secondo dopoguerra, nel 1952 per la precisione, che lavora come commesso in un negozio di scarpe a conduzione familiare, il tutto a New York, ma spostandosi frequentemente.
Le trasferte sono dovute al suo essere un talento, a livello mondiale, nel giuoco del tennis-tavolo e il film è una sfida e una corsa continue, non solo per lo sport, anzi lo sport è spesso un McGuffin per avventure, disastri di ogni tipo fino all’ultimo, in due ore e mezza a perdifiato. Pare di guardare per lunghi tratti l’ennesimo film di Mastro Woody Allen ma che incontra i Coen, il noir della Nuova Hollywood, insomma la vera new wave degli anni migliori.
Pingo Pongo stare bene già nel combo
Marty Supreme è un film che spiazza, non solo me, e spero vivamente in positivo almeno come ha fatto con me, non tanto per una messa in scena pazzesca che è il ©™® Safdie con fotografia iperealistica qui portata ai massimi in cui si vedono i pori delle pelli, le imperfezioni, considerando anche di essere ormai 74 anni fa quindi con donne e uomini, star comprese, dai fisici ancora tutti di serie: rachitici come lo stesso protagonista con quel baffetto da eterno adolescente in fase puberale, che qui però manco a dirlo ha patito in prima persona la guerra, o chi in robusto sovrappeso… e si suda e tanto qui. Perfino lavarsi è una sfida.
Può non fregarvene alcunchè dello sport, ripeto, ma in caso gare al fulmicotone coreografate magnificamente e trascinanti ancor più che in Challengers per dare una idea, donne di bellezza letteramente d’altri tempi, per il sottoscritto a partire dalla Tata, trasportati da uno dei rapper oggi più celebri al mondo, si incontra il vero King di NY (ndr io ho assistito a un suo seminario) il tutto sempre per tutto il film con in sottofondo musica elettronica e il meglio delle hit 80ies con la chiccona finale che finchè non guarderete questo gran film non vi renderete conto di quanto sia piùcheperfetta. Everybody wants to rule the wor(l)d…