La piccola Amélie
di: Andrea CamprianiL’anno in sala almeno è iniziato che meglio non si poteva, meglio non abituarcisi
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Come un Dio
“Io sono come Dio e potrei rapirvi il cuore per un attimo, io non ho mai incontrato Dio ma conosco un’altra verità…” Cantavano i Litfiba nel brano intitolato come al presente paragrafo contenuto nel capolavoro 17 Re del gruppo fiorentino di cui ricorre per l’appunto il quarantennale, ed è perfetto anche per entrare nel mood de La piccola Amélie lungometraggio in animazione co-diretto da Mailys Vallade e Liane-Cho Han e tratto dal racconto La metafisica dei tubi della belga Amèlie Nothomb che fornisce con ampi cenni autobiografici questo soggetto in cui appunto una famiglia fiamminga composta da mamma Danièle, i fratelli Andrè e Juliette, il babbo Patrick console in terra nipponica, si trovano per lavoro di quest’ultimo per la precisione nella zona del Kansai dove cresce la piccola di casa e protagonista, il cui nome ricorre già dal titolo.
Amélie appunto è una bimba dagli occhi verdi come le foglie, e questo non è l’unico elemento diciamo botanico che ricorre preponderante nel film ambientato appunto nella ruralità del Giappone indicativamente di inizio anni settanta. La piccola è inizialmente infatti in una sorta di stato vegetativo, per cui non sembra andare oltre le funzioni vitali di base, salvo appunto avere già pensieri oltremodo vividi che noi sentiamo come voce narrante e sono ciò che da subito ci fa avere il punto di vista della protagonista che è un essere umano in crescita, che deve scoprire e conoscere tutto e tutti, a partire proprio dalla sua famiglia, con incontri determinanti quali quello con la nonna paterna Claude che la sblocca e la rende una sorta di suo delfino, quello del cioccolato bianco appunto e contemporaneamente anche con Nishio-san, giovane collaboratrice domestica nonchè tata nipponica in servizio alla famiglia belga che Mary Poppins scansati.
Aspirapolvere
Pensate sicuramente che adesso cominci col non-sense, ma nient’affatto anche e forse soprattutto questo titolo ha un significato determinante, una svolta, se non proprio un plot-twist come si dice in gergo ne La piccola Amèlie.
Sempre senza spoilerare alcunchè vi basti sapere che come anticipato all’inizio della nostra storia in cui Amèlie ha 2 anni, ancora non parla, ma gli stimoli esterni sono pressochè infiniti e a quell’età si è notoriamente spugne.
In un’ora e venti scarse Amélie dunque ci porta letteralmente con sé attraverso i suoi pensieri e le interazioni con l’esterno, a partire dai personaggi, oltre ai suoi Nishio-san su tutti, ai quali si lega in maniera inscindibile in una precisa contestualizzazione storico-geografica.
Il favoloso mondo
Di Amélie, ma stavolta per davvero, non come il film in live action con Audrey Tatou, proprio perchè La piccola Amèlie è un racconto per nulla agiografico, anzi, a tratti più vero del vero.
Questo perchè il fil è forte di una animazione sopraffina con un uso magistrale anzitutto dei colori pastello che definiscono giochi di ombre e luci ammalianti, con intrigante character design, studi di fondali e ambientazioni di manuale, con musiche tra vecchio continente ed oriente soavemente gestite da Mari Fukuhara. I richiami ai gioielli dello Studio Ghibli e non solo (vd. In questo angolo di mondo) sono quasi dichiarati, non è da meno anche l’edizione italiana ben curata con, su tutte, le voci di Domitilla D’Amico (Danièle), Francesco Bulckaen (Patrick), Luna Tosti (Amélie), Federica Simonelli (Nishio-san) e Aurora Cancian (Claude). Insomma, La piccola Amélie è l’ennesimo titolo da non perdere in sala, anzitutto per i più piccoli, e bisogna ritenersi fortunati che nel mondo, extra oligopoli statunitensi, si faccia ancora grande cinema d’animazione a costi contenuti.