Suburra: la serie – “È stata Roma” - TV Recensione

Piccola premessa: ma quanto deve il cinema italiano a Stefano Sollima?

Tanto, tantissimo. Si potrebbe azzardare e dire “tutto”, viste le condizioni in cui versavano il cinema e soprattutto la televisione italiana negli ultimi quindici anni.  Poi è arrivato Stefano, figlio d’arte, cresciuto sui set di papà Sergio, una vecchia volpe degli spaghetti western e regista di gran parte dei film con protagonista il personaggio di Sandokan. Un retaggio importante, forse anche un pizzico ostico da portare avanti che, si sa, quando hai in famiglia qualcuno che ha fatto grandi cose, tutti si aspettano da te grandi cose. Ma Stefano Sollima inizia dal basso, da quelle fiction che qualche anno dopo ci avrebbe aiutato a cancellare dalla nostra mente, quando ammaliò il pubblico di tutto il mondo con la serie ispirata a Romanzo Criminale, celebre romanzo di Giancarlo De Cataldo prima e dignitosissimo film per il cinema di Michele Placido qualche anno dopo.

E se l’amore a prima vista con Suburra non scatta immediatamente è proprio colpa di Michele Placido. L’ex commissario Cattani ce la mette tutta per rovinare i primi due episodi della serie (di cui è regista), con una regia a dir poco provinciale ed un ritmo che compassato è dire poco. Che lo sanno pure i sassi quanto sia facile far spazientire il pubblico delle serie TV, sempre pronto a mollare ancor prima di essere arrivato in fondo alla serie se la scintilla non scatta. E invece l’intelaiatura costruita dallo stesso Sollima con il film (uno dei noir italiani più riusciti degli ultimi 30 anni) ha fatto si che storia e personaggi conservassero il loro enorme potenziale che poi, alla lunga distanza, è venuto inevitabilmente fuori.

La serie si apre qualche anno prima della famosa “Apocalisse” raccontata nel film, ovvero il crollo del Governo Berlusconi nel 2012. Ritroviamo un giovane Aureliano (il futuro “Numero 8”), rampollo dalla testa calda degli Adami, la famiglia che controlla gran parte dei business illegali di Ostia. Spadino, fratello minore del boss della famiglia sinti degli Anacleti, chiamato a dimostrare il suo valore all’interno di una gerarchia familiare che non ammette “deviazioni”. E poi c’è Lele, “pariolino” figlio di un poliziotto che arrotonda organizzando eventi con svaghi più o meno legali per i suoi clienti. Tre personalità agli antipodi i cui destini si incroceranno sullo sfondo di una città che fagocita tutto e tutti, un macabro teatro di burattini i cui fili vengono mossi da Samurai (un bravissimo Francesco Acquaroli, capace di oscurare una delle poche prove dignitose di Claudio Amendola che interpretava il medesimo ruolo nel film), uno dei superstiti dell’un tempo (tristemente) gloriosa Banda della Magliana.

La forza di Suburra sta proprio nell’incredibile carisma di tutti gli interpreti, soprattutto dei tre protagonisti, che sembrano condividere oltre che i loro loschi affari, anche la lacerante “condanna” del non poter amare. Tutti e tre infatti si vedono negata la possibilità di stare vicino alle persone a cui tengono, finendo per rimanere soli in una città che i lupi solitari tende a sbranarli. La privazione dei sentimenti è forse il tema cardine di tutta la prima stagione e la chiave di lettura per comprendere come i protagonisti della serie si siano poi trasformati in quelli che abbiamo visto nel film

Su tutti svetta comunque uno straripante Alessandro Borghi, già apprezzato per la sua struggente prova in quel capolavoro che è Non essere cattivo e recentemente nel riuscitissimo The Place di Paolo Genovese. Da contraltare agiscono delle scelte di casting a dire il vero discutibili, su cui svetta una pessima Claudia Gerini, fuori ruolo e fuori luogo come poche altre volte nella sua carriera, e una Roma che, al contrario del film, fa sentire poco la sua “presenza”. Magari avere negli occhi l’urbe costantemente vessato dalla pioggia, avvolto in un’oscurità che sembra non abbandonarlo mai, visto nel lungometraggio di Sollima potrebbe aver influito su questa mancanza di “pathos” ma comunque si tratterebbe di fare le pulci a un prodotto televisivo che di carne al fuoco ne mette parecchia.

Tra simbolismi religiosi e distruzione totale del concetto di “famiglia” legato all’ambiente della criminalità, unito all’umiliazione della classe politica italiana, Suburra snocciola tutta una serie di dinamiche narrative che la inseriscono a pieno titolo in quella schiera di prodotti italiani che non sfigurerebbero assolutamente se messi vicini ad altisonanti produzioni europee e d’oltreoceano. A suo modo anche la serie prodotta da Netflix si prefigge il non facile compito di raccontare una (seppur piccola) epopea criminale, proprio come Romanzo Criminale e Gomorra hanno fatto prima di lei. Suburra ha comunque il pregio di avere una sua anima, di aver già creato un ecosistema autosostenibile, grazie soprattutto, come già detto, alla bravura degli attori. Perchè è innegabile che la serie tiene maledettamente bene dalla prima all’ultima puntata, pur senza emergere con colpi di scena o sequenze da balzo sulla poltrona. Ma il difficile, almeno per gli sceneggiatori, verrà adesso, con la futura seconda stagione (presumibilmente quella conclusiva), dove saranno chiamati a tirare i fili per chiudere degnamente il raccordo tra la serie e il film.

Perchè il Libano, Dandi, er Freddo, Genny e Ciro stanno aspettando altri “fratelli” che possano condividere con loro l’Olimpo che, con una fatica immonda, l’Italia ha saputo costruire sulle basi delle sue produzioni più acclamate. Basi che sembrano solide come il marmo. Lo stesso marmo dove migliaia di anni fa, tra accordi, minacce, promesse e compromessi si cominciò a trasformare Roma in quello che è oggi.

E’ la storia che si ripete, purtroppo.

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