Mindhunter – Nella mente dei mostri - TV Recensione

Di cosa si nutrono i mostri?

No, domanda sbagliata.

Come si diventa un mostro?

Non è facile superare l’impatto iniziale con Mindhunter, soprattutto a livello psicologico. Si legge la sinossi della serie, si rimane affascinati dalle tematiche. E’ una serie originale Netflix di cui tutto il mondo sta parlando, ci si convince che sarà una garanzia. La regia dei primi due episodi porta la firma di sua maestà David Fincher…Ok, mi avevi già convinto al ciao, diceva qualcuno.

Eppure l’episodio pilota, se lo si analizza a mente fredda, potrebbe tranquillamente essere annoverato tra i pilot meno riusciti degli ultimi anni. Ritmo compassato, appeal praticamente nullo, un protagonista stereotipato e abbastanza morto di sonno e una regia, per quanto illustre, sorprendentemente sottotono. Però…C’è sempre un però. Perché Mindhunter già da questo primo, pessimo episodio, comincia ad agire subdolamente sul nostro inconscio. Si insinua nella nostra mente e comincia a depositare le sue uova. Ci mettono un po’ a schiudersi ma una volta compiuto il miracolo si entra in un mondo che forse qualcuno di noi non era nemmeno sicuro di voler conoscere.

Maniaco. Stupratore. Pluriomicida. Assassino consequenziale. Omicida seriale. Serial Killer. Ci si mette parecchio prima di sentire il termine con il quale, normalmente, si definisce un omicida che uccide con un modus operandi, che uccide più di una vittima seguendo uno schema preciso d’azione, come avesse nella sua mente un piano o meglio un disegno, come un’epifania. Il più delle volte siamo portati a giudicare queste persone esclusivamente per quello che hanno fatto, scindendo le loro azioni dal loro essere persone, appunto. Persone come noi, con dei sentimenti, delle ambizioni, degli affetti, dei sogni nel cassetto. Tutte cose che sono state portate loro via, la maggior parte delle volte in maniera tragica, spesso sadica. E allora fino a che punto un mostro può essere definito tale?

Ed è in questo schema di pensiero che vuole farci entrare Mindhunter, mettendoci nei panni del giovane protagonista Holden Ford (un sorprendentemente convincente Jonathan Groff, che con la sua faccia da uno, nessuno e centomila sembrava essere destinato all’anonimato) che, verso la fine degli anni ’70, quasi ossessionato dal voler entrare nella mente dei più efferati serial killer degli Stati Uniti, lascia il suo posto di negoziatore dell’F.B.I. ed inizia a girare per i carceri di massima sicurezza in cui questi uomini sono rinchiusi. Chiede una sola cosa: parlare con loro, ascoltare come sono arrivati a fare quello che hanno fatto, senza necessariamente chiedere il perché. La forza della serie è anche e soprattutto questa: il voler mettere sul piatto il delitto ( o i delitti), la persona responsabile di essi e il suo background. Lo spettatore ha davanti a sé tutti glie elementi dell’equazione, viene privato di qualsiasi scena cruenta che ne avrebbe offuscato il giudizio obiettivo e si trova a dover valutare se veramente, l’autore di questi delitti è l’unico responsabile di essi. Se davvero l’odio e la rabbia che naturalmente germoglierebbero dentro di noi, una volta venuti a sapere i macabri dettagli di ogni assassinio, andrebbero riversati sulla persona che si trova in quel momento davanti al registratore di Holden.

Mindhunter, sotto questo punto di vista, è una serie rivoluzionaria, nell’accezione più assoluta del termine. Rimanendo comunque ancorata a dei dettami piuttosto classici per un thriller procedurale (lo stilema poliziotto buono-poliziotto cattivo, il capo stronzo che cerca di mettere i bastoni tra le ruote alla nuova unità, gli interrogatori e tutto il resto) questa serie attua una rottura imponente rispetto al resto della programmazione passata e presente legata appunto al genere poliziesco. Il ritmo rimane compassato, talvolta risultando quasi estenuante. Ogni episodio oscilla nella durata tra i 50 e i 35 minuti, proponendo una serie di casi apparentemente slegati fra loro, tanto che alcuni episodi potrebbero essere considerati come totalmente indipendenti dalla serie per come sono stati concepiti. E, come dicevamo, gli autori hanno lavorato in sottrazione, scegliendo di non mostrare ricostruzioni dettagliate dei delitti, ma lasciando che fossero i vari personaggi (che ricordiamo interpretano dei serial killer realmente esistiti, alcuni di essi tutt’ora detenuti e condannati all’ergastolo) a raccontarli, attraverso il proprio filtro mentale. Si tratta esclusivamente di questo: smettere di guardare agli omicidi come dei meri crimini perpetrati da menti sadiche per iniziare a capire cosa di nasconde nei meandri di quelle menti. Menti che per anni sono rimaste confinate dietro le sbarre di una cella e che invece avrebbero potuto aiutare a comprendere uno degli aspetti più spaventosi dell’essere umano, quel lato oscuro che la maggior parte di noi non ha bisogno di far uscire, ma che in altri prende autonomamente il sopravvento, divorando e nutrendosi di tutto quello che trova.

Qualche settimana fa si è spento nel Kern County Hospital di Bakersfield, in California, Charles Manson, all’età di 83 anni. Stava scontando una condanna a 7 ergastoli. Sarebbe finito sulla sedia elettrica se nel 1972 la California non avesse abolito la pena di morte. Quasi tutti conosciamo le nefandezze prodotte dalla sua leggendaria setta di assassini, la “Manson Family”. In pochi, pochissimi, sanno come ha vissuto i primi anni della sua vita quel ragazzino timido e impacciato dell’Illinois che, qualche anno più tardi, sarebbe stato definito dai media “Lo sguardo del male”.

Guardare Mindhunter potrebbe aiutarvi a capire come il Male abbia radici più profonde di quanto potremmo mai immaginare…E’ solo che non si vedono.

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