Gomorra: Stagione 3 – So’ turnat!? - TV Recensione

Forse non tutti hanno concepito fino in fondo l’importanza di questo show nell’economia dell’industria televisiva italiana.

Gomorra è una serie dal respiro internazionale e ci è diventata raccontando una realtà periferica dolorosa, drammatica e soprattutto scomoda. E il merito di questo successo, sembra scontato e retorico dirlo, va soprattutto all’Italia. L’Italia che ha saputo ammettere che si, la camorra esiste e ha fatto, fa e farà esattamente le cose che fanno i protagonisti di Gomorra nella serie. Negli anni ’90 la comunità italo-americana del New Jersey (e non solo) costrinse la HBO a interrompere la messa in onda de I Soprano, la serie che ad oggi rimane quella con gli ascolti più alti della storia della televisione. L’accusa era stata quella di mettere in cattiva luce gli italo-americani, di bollarli esclusivamente come mafiosi e violenti, un cancro da estirpare e degli individui da evitare come la peste. Per fortuna questa bruttissima pagina di bigottismo è rimasta un caso isolato. I tempi sono cambiati e la verità è sotto gli occhi di tutti. Una verità che, come insegna Roberto Saviano (supervisore dello show) non può essere ignorata, mai.

Certo, arrivare a questi livelli non è stato facile. Siamo dovuti partire da lontano, dagli anni ’70. Dal Libano, dal Dandi e dal Freddo. Da una Roma violenta che implodendo ha ingoiato tutto e tutti. Michele Placido prima e, in misura ancora maggiore, lo stesso Stefano Sollima poi hanno dato il via ad un nuovo corso per quello che riguarda il media televisivo nostrano. Perchè francamente andare avanti a Don Matteo e Commissario Montalbano non era proponibile. E quindi la svolta con Romanzo Criminale, continuata con una serie di prodotti cinematografici che hanno risollevato un paese ormai in ginocchio, annientato da una crisi economica ed artistica senza precedenti. Tanti piccoli (grandi) tasselli che hanno portato a vedere Gomorra trasmessa in oltre 30 paesi, osannata dalla critica per qualità di regia e scrittura, un’epopea criminale che continua ad appassionare e mantenere altissimo il suo livello qualitativo.

Tornando a bomba, questa terza stagione è tutt’altro che facile da analizzare. La serie ha mietuto tante vittime illustri, personaggi entrati nel cuore degli spettatori (e ci risparmiamo il pippone retorico su come possa essere possibile amare degli assassini incalliti) e “sostituiti” da nuovi protagonisti che, tuttavia, al momento, non sono riusciti a far breccia nel nostro cuore. I “vecchi” sono cambiati profondamente, tutti quanti. Genny ha perso suo padre ed è diventato padre a sua volta, ereditando il peso di un’intera famiglia sulle spalle. Ciro, l’immortale, una famiglia non ce l’ha più ed è diventato Ciro lo spettro. Patrizia ha scoperto che forse scappare da questa vita non è possibile. Chanel, trovato il modo di uscire dal carcere, non sembra intenzionata a fare da comprimaria, perchè una donna infondo non vuole mai fare da comprimaria, specie se è un caporegime. Nel mezzo gli equilibri che saltano. Individui che sgomitano per sedersi al tavolo dei grandi ma ai quali spettano solo le ossa (quando gli dice bene),  le nuove leve che smaniano per sovvertire le gerarchie.

Il tema della perdita e dell’abbandono che si fa sempre più pulsante ci suggerisce che questa, come capita in tantissime serie, è una stagione di transizione. Potrebbe sembrare un modo elegante per dire che sostanzialmente, non succede niente per gran parte del tempo e, senza girarci troppo intorno, dobbiamo ammettere che spesso è così. Colpi di scena ce ne sono pochi, momenti realmente memorabili ancora meno (ci sentiamo di segnalare la sequenza del “ricongiungimento” di Ciro e Genny nella seconda puntata). Si lavora (il più delle volte benissimo) sottotraccia, sul cambiamento dei protagonisti (soprattutto sull’ennesima evoluzione del rapporto tra Genny e Ciro) e sul cercare di infondere carattere nei volti nuovi di cui parlavamo qualche rigo più su. Su tutti Enzo detto “Sangue blu”, uno dei tanti “figli dei fantasmi”, quei ragazzi i cui padri sono stati uccisi dai confederati, che non hanno lasciato alle famiglie nemmeno dei corpi da seppellire. E’ su di lui (e la sua banda) che si concentra gran parte di questa terza stagione. La sua evoluzione come “il nuovo Ciro” prosegue però in maniera quasi schematica, senza grandi sussulti e con un canovaccio talvolta parecchio prevedibile. Ed è forse proprio in questo che la terza stagione di Gomorra delude leggermente le aspettative: nel cercare di creare nuovi filoni narrativi che possano, in futuro, distaccarsi dai protagonisti storici della serie.

La sensazione generale, infatti, è quella che più o meno tutti i superstiti delle prime due stagioni, abbiamo quasi esaurito il loro percorso evolutivo e che gli sceneggiatori siano quasi timorosi nell’abbandonarli per fare spazio a facce e storie nuove. C’è poi un evidente squilibrio nel minutaggio dei vari personaggi. Don Avitabile, padre di Azzurra e suocero che Genny aveva tradito nella seconda stagione, dopo un incipit in cui ci viene prospettato come antagonista principale, sparisce improvvisamente dallo schermo, per poi ricomparire solo nelle puntate conclusive. Anche Chanel, lasciata malamente sullo sfondo della guerra tra i confederati non riesce ad imporsi come nella stagione precedente. Da ultimo un Ciro ridotto ormai allo spettro di quello che era un tempo. E sebbene il percorso del suo personaggio imponga una presenza molto meno “pregnante” è ammirabile questo nuovo status di mentore nei confronti di Enzo, riassumibile nei suoi non dialoghi: un personaggio che nelle prime due stagioni faceva dell’abilità orale (prima ancora che quella con le pistole) la sua arma principale e che ora pronuncia a stento qualche parola, ma quando lo fa delinea pesantemente i momenti migliori della stagione (al netto dell’episodio dedicato alla sua esperienza in Bulgaria, una delle cose più improbabili e fuori luogo dell’intera serie). Insomma ci sono diverse cose che non funzionano in questa terza stagione ma altrettante che invece convincono pienamente, come la decisiva virata verso una narrazione più “politica”: per la prima volta infatti entra in scena una lotta tra classi, tra la gente di Scampia e Secondigliano (“e scignetell‘”) e la “nobiltà camorristica” dei confederati. Un dualismo che è anche una metafora di come funzionano le cose in questo paese, nella legalità come nell’illegalità (e beato chi riesce a definire questo confine). Che per quanto talento e voglia e “cazzimma” si possa avere in corpo, c’è sempre un muro invisibile che non è dato oltrepassare.

Confessiamo comunque che, per la prima volta, l’esaltazione ha lasciato il posto alla riflessione…e forse non è nemmeno un difetto così tangibile, soprattutto perchè il livello generale della serie (grazie anche all’apporto di due registi dalle spalle larghissime come Claudio Cupellini e Francesca Comencini) rimane comunque altissimo. Tanta carne al fuoco e la difficoltà di gestire storie e nuove personaggi sono elementi che non possono essere ignorati per valutare obiettivamente questa terza stagione. Ma come tutte le grandi produzioni una stagione di transizione, come abbiamo detto, può rientrare benissimo nell’economia di una serie di questa portata.

Oggi come ieri, quindi, ci sentiamo di potervi dire “Stat senza pensier“.

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